BARTIMEO (Baptimato). - Mendicante cieco, guarito da Gesù nel territorio di Gerico durante la sua ultima andata a Gerusalemme. Solo Mc. (10, 46) ne dà il nome (patrocinio) aramaco e l'interpretazione (ὁ υἱὸς Τιμαίου Βαπτιμαῖος) : «figlio di Timeo»; poiché la spiegazione, contro il solito, precede, M.-J Lagrange pensa sia un'antichissima glossa penetrata nel testo.
Il nome è d' etimologia incerta: Bar tim'aj (da famij = impuro) «figlio impuro», ma forse tim'aj era forma semitizzata del nome greco Τιμαῖος («onorevole») o aveva il senso di «cieco» (come l'arabo agam e il siriaco semd). Qualche antico leggeva Bar semd: «Barsemia, filius caecus, quod et ipsum corrupte quidam Bartimaceum legunt» (Liber interpretationis hebraic. nom., ed. P. Lagarde, 2° ed. Gottinga 1887, p. 99); il cod. D, con vari dell'antica latina, ha Baptimato.
Informato del passaggio di Gesù, B. si mise a gridare: «Gesù, figlio di David (titolo messianico), abbi pietà di me!»; il Messia doveva infatti aprire gli occhi ai ciechi (Is. 35, 5; cf. Mt. 11, 5). Nonostante le minacce di molti, B. perseverava nella sua invocazione. Gesù ordinò che glielo conducessero. B. gettò il suo mantello e corse a Gesù (guidato da altri: Lc. 18, 40), cui chiese il dono della vista. «Impetioso e toccati i suoi occhi» (Mt. 20, 34), Gesù lo guarì, in premio della sua viva fede, e B. si pose al seguito del Maestro: Mc. 10, 46-52.
Nella narrazione di Mt. 20, 29-34, Gesù guarisce due ciechi. S. Agostino ha risolto la difficoltà (De consensu Evangelist., II, 65 e 125: PL 34, 1111 e 1137 sg) : «Hinc est ergo quod ipsum solum voluit commemorare Marcus, cuius inluminatio tam claram famam huic miraculo comparavit». Per la sua fede e la sua preghiera B. ebbe parte saliente nell'episodio miracoloso; forse poi ebbe una funzione nella Chiesa nascente, e Marco avrebbe conosciuto B. «come personaggio illustre d'allora» (Vittore Antioch., in Catena graec. patrum di J. A. Cramer, I, Oxford 1844, p. 388).
Più grave è la difficoltà, la cui soluzione ha affaticato gli esegesi, circa il luogo del miracolo. Mentre Mc. e Mt. sembrano affermare che il miracolo fu compiuto all'uscita (ἐκτορευόμενον αὐτῷ ἀπὸ Ἱερίν), Lc. 18, 35-43 lo pone prima dell'ingresso di Gesù a Gerico, circostanza locale da ritenersi certa, data la precisione con cui Lc. si esprime. Ma non altrimenti è da intendere Mc. 10, 46 ἐρχονται εἰς Ἱερίν: «si avviano verso Gerico»; poi, l'ingegnosa separazione (I. A. Kleist) di ἐκτορευόμενον
aùoù da àpò 'Iepùò 'fuori di Gerico » (riferito alla frase principale: « B., cieco mendicante, sedeva fuori Gerico ») risolve tutto. In Origene e nei codici « occidentali » (D, i migliori dell'antica latina) la difficoltà è risolta: èxèfèv e non àpò 'Iepùò. Altri identificano il senso di Mc. e Lc. riferendo il « partire » di Mc. alla vecchia Gerico (oggi Tell es-Sultàn), l'« avvicinarsi » di Lc. alla nuova Gerico (oggi Ribà) quasi 3 km. a sud-sud-est (L. Pirot, P. Ketter); altri: un cieco fu guarito all'ingresso di Gerico, l'altro all'uscita (s. Agostino [PL 34, 1138], A. Calmet, R. Cornely, J. Knabenbauer, F. Prat), oppure il cieco B. incontrò Gesù all'ingresso di Gerico ma fu guarito all'uscita di Gesù, il giorno dopo (Maldonato, C. a Lapide, L.-C. Fillion, G. Milligan che adduce J. Bengel, R. Stier, R. C. Trench, J. Wordsworth e altri).