BENEDETTO IX, PAPA. - Teofilatto, era figlio di Alberico III dei conti di Tuscolo e nipote dei due ultimi pontefici, Benedetto VIII e Giovanni XIX. Alla morte di quest'ultimo, il padre, arbitro dello Stato romano, lo propose, se proprio non lo impose, agli elettori valendosi dell'autorità che faceva pesare sulla città ed anche di generose elargizioni, Rodolfo Glaber monaco a S. Germano d'Auxerre (cf. M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 347-53) dice che il neo eletto era fanciullo poco più che decenne («puer ferme decennis... puer annorum circiter duodecim») e la sua asserzione passò alla storia. Ora l'autorità di Rodolfo va soggetta a cauzione, perché Desiderio di Montecassino, pur chiamando B. tale di nome ma non di fatto e giudicandone severamente la vita, non accen-
na alla sua età fanciullesca e neppure vi accennano Ermanno Contratto e Leone Ostiense. S. Pier Damiani scrive che la condotta del nuovo Papa cominciò subito dopo l'elezione ad essere biasimevole assai, ma ciò non si potrebbe dire d'un fanciullo dodicenne. Tanto più che egli esercitò subito funzioni papali e governò con competenza. Non si potrebbe inoltre credere che uomini venerabili, quali il cancelliere Pietro, Ugo abate di Farfa, Bartolomeo abate di Grottaferrata, Lorenzo arcivescovo di Amalfi ed altri abbiano potuto collaborare con un fanciullo. Quindi con la critica più recente si può concludere che al momento dell'elezione B. contava dai venticinque ai trent'anni: ancora troppo giovane per l'altissimo ufficio a cui era chiamato, del quale inoltre B. non era affatto degno. È vero che molte accuse sono sfogo di libellisti avversari o racconti di cronisti per lo più lontani dai luoghi e dal tempo di cui parlano, tuttavia è impossibile negare tutto: non si capirebbe l'accordo generale delle fonti nel condannare la sua condotta. Si può affermare di B. che rassomigliò a tanti principi secolari e nobili del tempo, saliti per interessi profani agli uffici ecclesiastici e si comportò più da signore secolare che da papa. L'elezione di B. fu gradita all'imperatore Corrado II, dato che i conti di Tuscolo erano i capi del partito imperiale a Roma. Fu consacrato la domenica del 27 ag. o quella del 3 sett. 1032. Governò indisturbato fino al sett. del 1044. Malsicure affermazioni dei cronisti farebbero credere che B. sia stato cacciato da Roma fin dal 1037 e vi sia stato ricondotto con la forza dall'imperatore. È leggenda. Invece è certo che nel 1037 B. s'incontrò a Cremona con Corrado II e si lasciò trascinare nella lotta contro Ariberto di Milano, che scomunicò e depose nel Sinodo di Spello (Pasqua 1038). Ad eccezione di questo viaggio B. restò sempre a Roma. Nel 1032 vi consacrò Andrea vescovo di Perugia; il 2 nov. 1036 tenne un sinodo di 34 vescovi e numerosi abati; un altro ne tenne nel 1039, in cui assolse dalla scomunica Vratislao il Guerriero di Boemia, reo d'avere invaso la Polonia, asportandone il corpo di s. Adalberto di Praga. Nel Sinodo romano del 1041 canonizzò il monaco siracusano Simone, morto a Treviri nel 1035. Poco dopo scomunicò Samuele che, impadronitosi dell'Ungheria detronizzando Pietro, aveva mosso guerra a Enrico III. Infatti B. tentò di tenersi amico anche il nuovo imperatore, successo nel 1039 a Corrado II. Gli concesse di contrarre seconde nozze con Agnese di Poitou sua parente e non ne ostacolò l'ingerenza nel campo religioso. Tuttavia l'accordo non durò a lungo. Nell'apr. del 1044 si raccolse a Roma un sinodo, dinanzi al quale gli ambasciatori veneziani protestarono energicamente per le aggressioni contro la sede patriarcale di Grado da parte di Eberardo patriarca di Aquileia: B. le condannò. Fosse la stanchezza del predominio dei conti di Tuscolo da parte del popolo, o la gelosia delle famiglie avverse, oppure un risentimento contro lo stesso Pontefice, nel sett. del 1044 ci fu una sollevazione a Roma. B. si rifugiò nella sua fortezza del Monte Cavo, mentre i suoi partigiani furono assediati in Trastevere. Gli insorti elessero papa Giovanni vescovo della Sabina, un protetto dei Crescenzi, che si chiamò Silvestro III. Questi però non si resse più di cinquanta giorni, perché la riscossa dei Tuscolani lo ricacciò nel suo rifugio (marzo 1045). Ma B., conscio dell'ostilità popolare, si lasciò indurre dai migliori suoi amici a rinunciare al pontificato il 1° maggio 1045. Il nuovo eletto fu Giovanni Graziano, arciprete di
S. Giovanni a Porta Latina. B. si ritirò nei suoi castelli. Bonizione di Surti e gli Annales Altahenses vorrebbero che la rinuncia di B. fosse stata motivata dal suo desiderio di sposare una cugina, figlia di Gerardo del Sasso, il quale avrebbe posto come condizione la rinuncia al pontificato; ma una tal voce non ebbe conseguenze. B., ben sicuro nelle sue fortezze, respinse l'invito di Enrico III di comparire al Sinodo di Surti (20 dic. 1046), in cui furono deposti Silvestro III e Gregorio VI, come s'era chiamato Giovanni Graziano. Invece B. fu deposto nel Sinodo del 24 dic. a Roma, forse perché a Surti si giudicò bastare la sua precedente rinuncia. Morto il Papa eletto in questa circostanza, Clemente II (19 ott. 1047), B. ricomparve a Roma e vi si sostenne dall'8 nov. 1047 al 16 luglio 1048, quando le forze imperiali lo costrinsero a cedere il seggio a Damaso II, che pontificò appena una ventina di giorni (m. il 9 ag. 1048). Voci prive di fondamento fecero credere che la morte prematura di Damaso II, come quella di Clemente II, fosse dovuta ad avvelenamento da parte di B. Alcune fonti invece affermano ch'egli, persuaso da Bartolomeo abate di Grottaferrata, chiudesse la sua vita in quel monastero, pentito delle sue colpe. S. Pier Damiani dice invece che morì impenitente e infatti, sostenuto dai fratelli, continuò ad opporsi ai Papi imperiali: tanto che Leone IX sul letto di morte pregò Dio di convertire Teofilatto, fautore di discordia e di scisma. Nell'ultimo documento che ci resta di lui, una donazione del 18 sett. 1055, si chiama ancora «papa». Un'altra carta, 9 febbr. 1056, lo suppone morto. Dunque la sua morte avvenne tra il 18 sett. 1055 e il 9 febbr. 1056.