BISTICCI, VESPASIANO DA

BISTICCI, VESPASIANO da. - È il più famoso dei grandi cartolari (1421-98), come si dicevano i librai del Rinascimento prima della stampa; e il suo paragrapo nel mondo classico potrebbe essere Attico, l'amicio di Cicerone.

Finché la cultura rimase medievale, cioè circoscritta alla cerchia ecclesiastica, il copiare e minare codici fu cura e privilegio dei monaci; né rappresentarono una rivelazione gli scriptoria del pur tanto fecondo rinascimento carolingio. Ma, in seguito, con il divulgarsi e laicizzarsi del sapere, attraverso le scuole vescovili e le università, gli strumenti di esso furono sempre più largamente richiesti. Non si trattava di domandar cose nuove (sebbene, in ogni tempo, lo scoprir codici non sia stato altro che un sapersi informare dove fossero e come si potessero raggiungere), ma di ottenere nuove copie; ed entrò in scena il cartolario. Il quale non è lo scopritore, ma il divulgatore della scoperta. Il signore che voglia possedere nella sua biblioteca un antico nell'origine (o, talora, se greco, in latino) si rivolge a lui. Così il B. vide alla sua bottega molti potenti della terra (prima che l'avvento della stampa lo spodestasse); fu, in quella materia, l'uomo di fiducia dei Medici; s'assise intermediario fra i cercatori e i distributori di sapienza (i dotti); di molti di questi ci lasciò il ritratto in un libro meritatamente famoso e sempre piacevole alla lettura: Vite di Uomini Illustri del secolo XV. L'Umanesimo con il religioso sentimento della sapienza da esso infuso nella coscienza del mon- do vi traspare candido, esemplare. Per chi scrive quelle pagine, luce, onore, forza del mondo non è il potente, ma l'uomo di lettere. Il quale però raggiunge il massimo della sua dignità non quando crea ex novo, ma quando contribuisce al ricupero e alla rifocondazione dell'antica sapienza traducendo e componendo (due verbi inscindibili nella prosa del B. quasi come un'endiaid). E, per comporre egli intende variare florileggi dell'antica sapienza (e ne uscirono i famosi «trattati»). Papa Niccolò V, egli dice, avendo condotto a Roma molti uomini dotti con grandissimi salari, iscrisse a Firenze a messer Giannozzo Ma- netti che venisse a Roma per «tradurre e comporre». Così, offrendo gli strumenti al risorgimento della Sapienza, il buon cartolario si sente coadiutor minimo di quel Niccolò V che nel propugnare quest'immensa opera di pietà universale è il più grande e il più strenuo. Dice il B.: «Se al tempo di Scipione Afri- cano, non fosse stato Livio e Sallustio, ed altri degli scrittori, periva la fama di sì degno uomo insieme con lui e con essa periva quel grande esempio di virtù».

L'illuminare il mondo, attribuito dal B. a scrittori e storici, significa nettamente «salvare». Nel suo libro egli vuole solo raccontare le «vite» dei grandi sacerdoti che egli, povero scaccino, ha visto affiorare nel tempio della sapienza. Li ha conosciuti troppo da vicino per non averne avvertite anche le debolezze; ma li venera troppo per non essere naturalmente portato a idealizzarli: fra i due estremi procede con misura e con garbo; dove non servono alla morale li riduce o li caccia dal tempio.

BIBL.: V. Rossi. Il Quattrocento, Milano 1933, pp. 36 ss., 191 ss.; G. Toffanin. Storia dell'unanesimo, Bologna 1943, pp. 219-24.