CARLO EMANUELE IV di SAVOIA, re di SARDEGNA. - N. il 24 maggio 1751 a Torino, m. il 5 ott. 1819 a Roma. Era figlio di Vittorio Amedeo III e di Maria Antonia Ferdinanda di Spagna e fu re dall'ott. 1796 al giugno 1802. L'educazione del giovane principe fu affidata al p. barnabita Giacinto Sigismondo Gerdil, poi cardinale, dal cui insegnamento rice-
vette un vivo senso di pietà che lo accompagnò per tutta la vita, lo sorresse nei duri anni dell'esilio, e lo preparò ad indossare l'abito religioso pochi anni prima della sua morte. Nell'1775 sposò, con dispensa ecclesiastica, Maria Clotilde di Borbone, sorella di Luigi XVI, donna di eccelse virtù, dichiarata venerabile da Pio VII nel 1808.
Quando salì al trono nell'ott. 1796, dopo la morte del padre, C. E. IV trovò lo stato in una situazione diplomatica e politica particolarmente difficile. I Francesi erano di fatto padroni della Savoia e del Piemonte, e speravano di farsi legalmente cedere la Sardegna per mezzo di trattative. In tale stato di cose un'unica possibilità rimaneva al nuovo re, quella di allearsi con la Francia. Alleanza che era tanto più impellente quanto più frequenti diventavano i tentativi dei circoli repubblicani del regno di esautorare la monarchia. Così, dopo le sconfitte del Wurmser e dell'Alvinczy e dopo la pace di Tolentino, nell'apr. 1797 il re accondiscese a cedere, previa la conclusione della pace continentale, la Sardegna alla Francia, dietro la incerta promessa di un debito risarcimento territoriale in qualche altra parte d'Italia; e così pure si impegnò a contribuire alla guerra della Francia mediante un contingente di truppe. Ma le neorepubbliche confinanti, la ligure e la cisalpina, mal tolleravano la persistenza dell'ordinamento monarchico in Piemonte, ed i loro inviati a Torino, spalleggiati anche dal rappresentante francese, apertamente incoraggiavano i novatori alla ribellione. Si ebbero infatti congiure e moti in varie parti del regno, ma tutte furono prontamente represse. Gli emigrati non diedero però tregua a C. E. IV, ed una loro invasione dalle parti di Carosio portò alla guerra con la Repubblica ligure. La Francia, intervenuta con il pretesto di far cessare la lotta, come garanzia della buona volontà del re pretese la consegna della cittadella di Torino. In questo periodo Parigi e Vienna considerarono con interesse il progetto di fare C. E. re di Roma a protezione del Papa e della religione cattolica, lasciando così la Francia arbitra del Piemonte. Il re però non volle saperne di tale trasferimento. Verso la fine del 1798 il timore di un attacco alle spalle da parte dell'esercito piemontese consigliò la Francia a gettare decisamente la maschera. Nella notte dal 7 all'8 dic. il re fu costretto a sottoscrivere l'atto di abdicazione. Partì poi alla volta di Parma, donde giunse a Firenze ed infine a Cagliari. Fermatosi durante il viaggio alla Certosa di Firenze aveva offerto all'esule Pio VI asilo in Sardegna. Appena giunto nel suo dominio d'oltremare, protestò contro la violenza francese e dichiarò nullo l'atto di abdicazione, estortogli con la forza e con le minacce. Mortagli la consorte a Napoli il 7 marzo 1802, si stabilì definitivamente a Roma, ed abdicò il 4 giugno 1802 al trono in favore del fratello Vittorio Emanuele I. L'11 febbr. 1815 entrava nella Compagnia di Gesù, dimorando nella casa del noviziato in S. Andrea del Quirinale, nella cui chiesa gli fu pure data sepoltura.