CASTRO, ALFONSO de: V. ALFONSO DI CASTRO. CASTRO, GUERRA di. - Il pontefice Paolo III aveva concesso ai suoi congiunti, i Farnese, oltre al pos-sesso di Parma anche quello di un piccolo ducato nel Viterbese, detto di C. dall'abitato principale, compreso dentro i territori dello Stato pontificio. Al tempo di Ur-bano VIII i Barberini, avidi nipoti del Papa regnante, vedevano di mal occhio la presenza di estranei alle porte di Roma; a sua volta Odorado Farnese, duca di Parma, aveva vari motivi di astio contro il Pon-tefice ed i nuovi signori; in tali condizioni fu facile trovare un casus belli e la guerra si trasformò ben presto in un banco di prova del prestigio politico dello Stato della Chiesa, cointeressando tutti gli altri Stati italiani lieti di inferire un colpo al potere ecclesiastico.
Nel genn. del 1640 il Farnese fece mettere in stato di guerra C.; Urbano gli chiese il pagamento degli
interessi dei crediti che i banchieri romani gli avevano concessi garantendosi con le rendite del duca. Ad un rifiuto, il Papa ordinò che il traffico tra Roma e la Toscana fosse deviato dalla strada che passava per C. e vietò le esportazioni di grano; il ribelle non si piegò e si venne a guerra aperta (fine 1641). Al comando del marchese Luigi Mattei le truppe pontifice, da Viterbo, mossero contro C. e l'occupazione quasi senza colpo ferire; seguì la scommessa di Farnese e la confusa dei suoi beni allodiali, compreso il palazzo in Roma. Ma, non ascoltando i consigli di moderazione, Urbano VIII volle allora continuare l'impresa volgendosi contro Parma e Piacenza, dipendendo fedeli della S. Sede; le potenze italiane, allarmate, si unirono in lega ed aiutarono finanziariamente. Odorando così che questi poté marciare alla testa di un esercito «contro i Barberini», egli diceva, non contro il Papa, ed occupare Bologna, Imola, Forlì. A Roma si temeva già un nuovo sacco, come quello del Borbone, ma il Farnese non seppe trarre frutto dalle fortunate circostanze. A questo punto la questione s'innestò nelle varie controversie europee e nell'eterno duello Francia-Spagna, nel senso che l'ambasciatore francese a Roma cercò di mettere pace soltanto allo scopo di indirizzare le forze italiane contro il ducato di Milano, che era tenuto dagli Spagnoli; nella primavera del 1643 venne conclusa una lega tra Venezia, la Toscana, gli Estensi ed il Farnese per «ristabilire la pace italiana», come si ripeteva spesso allora, ed in sostanza per ricavar il massimo vantaggio ciascuno per sé con grande diffidenza reciproca. Frattanto la guerra proseguiva, quasi senza vittime umane ma con grande danno finanziario, finché il Mazarino incaricò il card. Alessandro Bichi di svolgere trattative di pace separatamente con i vari interessati per evitare che in un congresso generale fossero presenti anche la Spagna e l'impero; una sconfitta delle truppe papali a Lagoscuro per opera dei Veneziani (primavera del 1644) affrettò la conclusione. Si ritornò allo status quo ante territorialmente, ma la posizione morale del Papa, tenuto in sacco da un dipendente ribelle, ne uscì irreparabilmente scossa; mentre Urbano, dopo aver pubblicato la pace il 10 maggio 1644, moriva il 29 luglio dello stesso anno.