CID CAMPEADOR. - Con questo nome (arabo sajjid = signore) a lui dato dal vinto nemico, è consacrato dalla storia Rodigo Díaz de Bivar, l'eroe castigliano in cui si incarna la Spagna cristiana medievale. N. verso il 1626 e m. a Valenza nel 1699, il suo ricordo è intimamente legato alle fasi gloriose della «reconquista». Vassallo
devoto di Sancio II di Castiglia, alla sua morte, provocata dall'inganno orditogli dalla sorella Urraca e dal fratello Alfonso, è bandito dal regno (1081) ad opera di quest'ultimo ormai sovrano di Castiglia e León, e a lui divenuto per cause non chiare decisamente ostile. Ma fedele e obbediente vassallo egli rimane attraverso le fortunose e fortunate vicende del suo lungo esilio, più di una volta interrotto da una fuggivole riappacificazione con il sovrano. Dopo aver riconquistate alla cristianità molte terre ormai preda degli Arabi invasori, la presa di Valenza, strappata ai Mori nel 1094, corona il suo destino glorioso cui la morte porrà fine nel 1099. Per altri tre anni la vedova Ximena potrà reggere la città, ma nel 1102, sotto la crescente pressione almoravide, sarà costretta ad allontanarsene portando seco il cadavere dell'eroe che troverà sepoltura nel convento castigliano di S. Pietro di Cardeña e successivamente nella Cattedrale di Burgos.
Pochi decenni dopo la sua scomparsa, già la poesia fiorisce intorno alla figura di Rodrigo. È infatti molto probabilmente anteriore di poco al 1371 in Cantar de Mio C., poema di carattere eminentemente storico, animato da un commosso sentimento di amor patrio che lo permea e vivifica, ed in cui Rodrigo diventa l'espressione più alta della ormai rinascente Castiglia, fondendosi in lui le qualità più nobili dell'anima castigliana: gravità e affabilità, nobiltà ignara di enfasi, religiosità, tenerezza e lealtà. Il cantare, che è di spirito e carattere assolutamente nazionale, pur non mancando di alcuni motivi tecnici appresi dall'esperienza francese, consta di ca. 3700 versi legati da assonanza e di lunghezza varia, e può dividersi in tre parti: la prima descrive le vicende dell'eroe dal momento in cui è cacciato in esilio (sotto l'accusa di essersi appropriata una parte dei tributi versati dal re di Granata) fino alla conquista di Valenza; la seconda si svolge attorno al motivo delle nozze delle figlie di Rodrigo con i conti di Carrión, nobili leonesi che, avendo per vile calcolo sposato d. Elvira e d. Sol, le abbandonano poi nude e malconce nella selva di Corpes. Per questo affronto (e qui s'inizia l'ultima parte) il C. ottiene dalle «Cortes» convocate dal sovrano, cui si è appellato per ottenere giustizia e soddisfazione, che i matrimoni siano annullati: le sue figlie possono così celebrare nuove nozze con l'infante di Navarra e quello di Aragona.
La narrazione strettamente realistica e storica e scarsa di elementi fantastici, ma nella quale, in pari tempo, la figura morale dell'eroe rimane nobilmente idealizzata, presenta tutta una serie di personaggi minori anch'essi storici e perfettamente definiti (Alvar Fáñez, Martín Muñoz, Nuño Gustiño, ecc.): gli stessi infanti di Carrión appartengono alla realtà storica e soltanto si ignora se abbiano contratto matrimonio con le figlie di Rodrigo.
Col tempo, tuttavia, l'eroe castigliano, che nel cantare è specchio fedele della dignitosa austerità, dello spirito democratico e individualista e dell'amore all'avventura che sono tipiche e costanti note della razza (e la cui figura epica si completava nei perduti cantari di Fernando I e dell'assedio di Zamora, ambedue riferentisi agli anni più giovanili dell'eroe), vedrà alterarsi i lineamenti in quelli con cui viene incontro da quel manoscritto (del 1307) dovuto alla penna di Pero Abbate, che, unico, ci conserva il cantare: ma ciò soltanto avviene a partire dal sec. XIV. Infatti, nel poemetto latino composto per la presa di Almeria (fra il 1147 e il 1157) la sua figura rimane intatta, come già era avvenuto nel carme latino in versi affici a lui contemporaneo, composto intorno alla lotta sostenuta contro il conte di Barcellona, e nella Historia Roderici scritta ca. 15 anni dopo la sua morte, oltre che nei racconti in prosa della Prima Crónica general (1289) e della cronaca del 1344 nella cronaca particolare del C., ove quasi unica novità è il maggior risalto dato alla religiosità dell'eroe.
All'inizio del sec. XIV nel poema detto Cantare o Gesta di Rodrigo, di cui la cronaca del 1344 offre una redazione prosastica, e dal quale nella seconda metà del secolo si svolge la cronaca rimata (detta anche El Rodrigo) di largo
influsso e folta di elementi nuovi e particolarmente religiosi, l'elaborazione del sobrio motivo iniziale raggiunge l'ultimo grado del suo processo degenerativo: il vassallo devoto si è fatto così arrogante e tracotante da trattare il sovrano quasi come un vassallo suo proprio. Con questo carattere nuovo ed infelice il C. continua a vivere nella poesia: in piena atmosfera di leggenda ci si trova di fronte al già costituito tema delle macedades, cioè delle imprese giovanili, in cui il trionfo dello spirito d'avventura, che si traduce in un affastellarsi di incidenti straordinari e inverosimili, soffocherà l'umana poesia della gesta del sec. XII. Il «romancer» del C., a sua volta, opera di vari autori e di epoche varie, non descrive l'eroe in forma unitaria, ma ora lo presenta mite e sottomesso, affettuoso marito e tenero padre, più spesso ostinato e inflessibile o addirittura soldato quasi ebbro di rapina, e pone per la prima volta l'eroica giovinezza di lui al centro di un romanzo d'amore e di morti: infatti, i «romances» per primi ci parlano dei suoi giovanili amori, fino ad allora ignoti, con Ximena, solo momentaneamente turbati dal tragico duello con il padre di lei, offerto di quello di Rodrigo, e che Guillén de Castro raccolge il libro delle Mocedades del C. (diretta fonte del capolavoro del Corneille), la più nota e diffusa fra tutte le opere di poesia consacrate al più glorioso fra gli Spagnoli. Ma altri drammi possono aggiungersi, da Las almenas de Toro di Lopez, al No está en matar el vencer di Matos Fragoso, a La conquista de Valencia, all'Honrador de su padre di J. B. Diamante, ecc.; nel Settecento si tenteranno contaminazioni e adattamenti del maggior dramma spagnolo e della creazione classica francese, fino a che in epoca romantica la leggenda interesserà Hugo, Hérédia, Leconte de Lisle; si diffonderà in imitazioni e rievocazioni dalla Germania all'Oceania, per tornare nella sua terra al regno della più nobile poesia, ai versi di Rubén Darío e di Machado, al penetrante dramma di Marquina (Las hijas del C.) il primo drammaturgo che abbia attinto la sua ispirazione direttamente al vecchio cantare.