DARVINISMO. — Nell'opera del D. si devono distinguere le ricerche scientifiche originali dalle vedute speculative che prendono nome da lui. Il D. fu certamente uno dei naturalisti più fecondi e più chiari dell'Ottocento, anche se alcune sue ipotesi e interpretazioni, come quella sulla produzione dei banchi di corallo o sulla circumnutazione delle piante rampicanti, siano state abbandonate. Le sue ricerche sulla formazione nel regno vegetale (1858-77), che hanno stabilito la legge della dicogamia, e sulla importanza dei vermi nella formazione dell'humus, basterebbero a conservare la fama. Ma sul problema della «specie», che pure lo ha constantemente occupato per 40 anni, egli nulla ha fatto che possa paragonarsi all'opera di Mendel, di Naudin o di Jordan. Nella storia della filosofia biologica e delle scienze sociali è invece importante il «darwinismo», per il quale si deve propriamente intendere la teoria delle cause della presunta trasformazione delle forme viventi. Il D. partì dai fatti offerti dall'addomestico, e, come sono sorte le numerose razze dei piccioni, cavalli, buoi, cani? Le ha fatte sorgere la «selezione» artificiale (consapevole o inconsapevole) dell'allevatore. Ora, in natura ci sono specie che variano, e la variabilità e l'eredità dei caratteri che appaiono nelle varietà delle specie sono forse efficaci per trovarvi il fattore che corrisponde alla selezione artificiale dell'allevatore. Il D. ha postulato la selezione naturale. La selezione dell'allevatore trae dalle specie le varietà più diverse e lontane; la selezione naturale, avendo a sua disposizione un tempo assai più lungo, riesce a far varcare alle forme i confini della specie, cioè a produrre nuove specie. Nella lotta per l'esistenza gli individui non soccombono a caso; soccombono i meno adatti, i più adatti sopravvivono; la scelta naturale è conseguenza della lotta per l'esistenza fra forme in variazione continua. La natura fa una scelta di individui che presentano e accentuano le variazioni utili, e questi si modificano lentamente, fino a produrre specie nuove. Il darwinismo si fonda dunque essenzialmente sull'analogia fra selezione naturale (supposta) e artificiale; la selezione naturale rende conto dell'utilità degli organi dell'adattamento. Il D. sentiva talmente la paternità di questa concezione che a mala pena, dopo il 1859, consentì a «diminuire la gloria della selezione» (lettera a Hooker del 24 nov. 1862) riconoscendo l'importanza dell'azione diretta delle condizioni fisiche (sugli organismi vivi) e facendo poi appello alla «selezione sessuale». Ma che il darwinismo puro, cioè l'efficacia della selezione naturale, sia una semplice ipotesi interpretativa, il D. stesso concedeva: «La credenza nella selezione naturale deve oggi fondarsi interamente su considerazioni generali. Quando scendiamo ai particolari, noi possiamo provare che nessuna specie ha cambiato, cioè non possiamo provare che una sola specie abbia cambiato, né possiamo provare che i supposti cambiamenti sono utili, ciò che è il fondamento della teoria» (lettera a Bentham del 22 maggio 1863). Nel secolo scorso era chiara almeno una conclusione, che con la selezione artificiale non si riesce a ottenere una specie nuova. Quindi, dal punto di vista metodologico, si imponeva all'Huxley la riserva: «Faccio mia l'ipotesi del D. con la riserva che si provi ducono le prove della possibilità di produzione di specie fisiologiche in seguito ad un accoppiamento elettivo». Lo stesso metodo sperimentale dettava la rigorosa critica dello Spencer, che, in ultima, egli riassumeva così: «Non vi è alcuna prova induttiva della selezione naturale. I fatti che attestano gli effetti della selezione artificiale sono moltissimi, ma non ne appare alcuno ad attestare gli effetti della selezione naturale. Finché non si è mostrata la produzione di una sola specie per via di selezione naturale, non v'è neppure il principio della prova induttiva». Venne poi l'opera dei genetisti, con Johansen alla testa: «La razza pura» isolata per opera della selezione artificiale è fissa, oscilla per dati caratteri solo entro certi limiti oltre cui non è possibile andare con le piccole variazioni continue ed ereditarie.
E vennero poi altre constatazioni suggerite agli stessi evoluzionisti dallo svolgimento di certe serie di forme fossili che dovettero chiamare «ortogenetiche», tali cioè da suggerire l'idea di un «evoluzione» diretta fin da principio in un senso determinato, senza quella moltiudine di prove fallite, di variazioni inefficienti, inutili e non selezionate che la teoria prevede ed esige. Secondo Osborn, la paleontologia dimostra che «nell'evoluzione la legge prevale sul caso».
È dunque comprensibile che alcuni naturalisti, evoluzionisti per principio e per pregiudiziale filosofia, si dichiarino antidarwinisti e scrivano che «il darwinismo potrebbe benissimo essere riuscito a far dimenticare, dai biologi stessi, l'ossessione problema della vita» (Brien); V. EVOLUZIONE.