DEDEROTH, IOHANNES. - Figura importante della riforma monastica in Germania nel sec. XV, m. vittima della peste il 6 febbr. 1439. Dalla sua città natale fu chiamato Giovanni da Münden (in Westfalia). Della sua giovinezza non si sa niente. Fu monaco benedettino a Reinhausen e a Nordheim.
J. Busch lo chiama sempre Giovanni da Nordheim, mentre il monaco cronista Enrico Bodo lo chiama Johann Dederoth (cf. Chron. Clusinum, op. cit. in bibl.).
Per tramite del priore Rembert da Wittenberg entrò in contatto con la riforma monastica di Windesheim. Il 21 luglio 1439 fu eletto abate di Clus e nel 1433 abate del monastero di Bursfeld, che diventò sotto la sua direzione il centro della riforma e della Congregazione

(da V. Ieroquais, Les pontifcaux manuscrits..., Parigi B27, fac. 71) DEDICAZIONE, RITO della - D. d'una chiesa; il vescovo consacrante, benedetta l'acqua, si accinge ad aspergere l'edificio. Pontificale di Sena ( 2^{2} metà e fine del sec. xiv) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. Iat. 962, f. 63.
Dernuis. D'angoisse.
erano senza reliquie, impedendone la legge una deposizione entro la città. Col tempo si stabilì la consuetudine di dedicare la chiesa a qualche santo; con ciò anche il trasporto e collocamento delle reliquie venne a ottenere un posto fisso nel rito della consacrazione, così che la parte più solenne della d. era costituita dalla trionfale processione con le reliquie, come attestano s. Ambrogio (Epist., 22, 1-2), Sozomeno (Hist. eccl., VII, 21) e s. Girolamo (Contra Vigilantium, 5). In tal modo la deposizione non ha avuto luogo con la d. della chiesa e diviene legge il riporre sotto gli altari le reliquie dei martiri. Il rito della d. era allora così composto: 1) durante tutta la notte precedente si celebravano le vigilié dinanzi alle reliquie solennemente esposte in un'altra chiesa. 2) La mattina seguente le reliquie erano portate al canto dei salmi e degli inni e con molte lampade accese in solenne processione nella chiesa da dedicarsi, dove erano deposte nell'altare. 3) Con la Messa ivi celebrata finiva la solennità. Secondo una lettera di papa Vigilio a Profuturo di Braga, la consacrazione d'una chiesa consisteva semplicemente nella celebrazione in essa del divin Sacrificio; nel caso che la chiesa fosse dedicata a un santo, vi si aggiungeva il collocamento delle reliquie dei santi. Il papa inoltre già conosce, non però come cerimonia d'obbligo, un'espressione della chiesa con l'acqua santa, detta poi acqua gregoriana (v. Acqua). Altre cerimonie si aggiunsero in seguito: in Oriente specialmente l'unzione dell'altare col crisma, ricordata già da s. Eferem; in Occidente tale unzione non si trova prima del Concilio di Agde (506), can. 14 (Mansi, VIII, 327); dal rito galileano venne l'unzione delle pareti della chiesa, le abluizioni ed altro. Questi riti, deposizione, aspersione e unzione, già nel sec. VI si trovano uniti nel rito gallicano della d. (Gregorio di Tours, De gloria confessorum, 20) e crebbero in seguito sempre più come lo dimostrano, fin dal sec. VIII, i numerosi Ordines dedicationis. Propa
gandosi così e fondendosi gli usi orientali con quelli occidentali, ne risultò quel complesso di riti che fanno oggi della d. della chiesa una delle più solenni e significative cerimonie ecclesiastiche. L'attuale rito della d. d'una chiesa è contenuto nel Pontificale romano.
La sera precedente la consacrazione, nel luogo ove sono depositate le reliquie dei santi da collocarsi sull'altare, si devono recitare il Mattutino e le lodi del Comune plurimorum martyrum, perché, secondo un antico uso, almeno una reliquia deve essere di santi martiri. Durante la notte si fa la guardia d'onore davanti alle reliquie. Nel giorno seguente, recitati dinanzi a queste i salmi penitenziali, si va processionalmente alla porta della chiesa da consacrare, e col canto delle litanie si implora la protezione di tutti i santi, poi si benedice l'acqua e il sale e, data la benedizione con l'acqua santa, la consacrazione comincia con la solenne presa di possesso della nuova casa di Dio da parte del vescovo, il quale al principio, facendo tre volte col suo clero il giro esterno della chiesa, ne asperge le mura; alla fine di ogni giro batte alla porta della chiesa chiedendo: Attollite portas, ecc. (Ps. 23, 7). Al terzo giro la chiesa si apre e il vescovo fa sulla soglia col pastorale il segno di croce fugando i demoni, perché Cristo crocifisso prende così possesso della chiesa, pensiero questo che viene poi ancor più illustrato con altre cerimonie. Il vescovo entra allora nella chiesa col solo clero e con gli inservienti e, chiusa la porta, invoca lo Spirito Santo, recita di nuovo le litanie dei santi, e mentre si canta il Benedicatus, scrive col pastorale l'alfabeto greco e latino in due strisce di cenere, a forma di croce decussata, partenti dai quattro angoli della chiesa. Era infatti uso presso i Romani di segnare con una grande X sulla terra lo spazio destinato alla costruzione di una nuova casa, e gli agrimensori romani solevano tracciare linee trasversali, segnate all'estremità con lettere, nel misurare i terreni; e poiché questa X aveva la forma della croce decussata e della prima lettera del nome di Cristo (Χριστός), questa cerimonia venne ad indicare che Cristo prendeva possesso di quel luogo; il ricordo poi della frase di Apoc. 22, 13 («Io sono l'alfa e l'omega») suggerì l'idea di iscrivere nelle due linee della X l'alfabeto greco, cui più tardi si aggiunse quello latino, e in alcuni luoghi anche l'ebraico (v. ABECEDARI).
L'edificio, ormai proprietà di Dio, riceve una speciale santificazione, e prima nell'altare. Dopo aver invocato Dio, il vescovo prepara e benedice l'acqua gregoriana, in cui è frammischiatò sale, vino e cenere, probabilmente ad imitazione del rito di Mosè (Ex. 24, 6 sgg.). Con essa il vescovo segna una croce sulla parte superiore ed inferiore della porta per santificarla e lava le cinque croci dell'altare, una in mezzo, le altre in ciascuno dei quattro angoli; asperge l'altare sette volte, poi girando nella chiesa asperge anche tre volte le pareti interne ed il pavimento; passando dall'altare maggiore alla porta e da una parte laterale all'altra dal mezzo della chiesa effonde l'acqua santa nei quattro punti cardinali, indicando così simbolicamente i quattro fiumi del paradiso che escono dal nuovo paradiso, cioè dalla chiesa. Con queste aspersioni, unite ad orazioni di origine molto antica, sono espressi gli effetti lustrali o purificatori della consacrazione. Segue un solenne Prefazio che implora la santificazione del luogo. Il resto dell'acqua viene poi versato alla base dell'altare, insieme con la calce. Quindi il vescovo col

Dedicazione, mito della - D. d'una chiesa: il vescovo consa-
clero esce dalla chiesa, va alla cappella ove sono conservate e solennemente esposte le reliquie. Si forma con esse la solenne processione, cui prende parte il popolo, facendo il giro attorno alla nuova chiesa. Dopo l’unzione della porta col crisma, il vescovo, fatto il solenne ingresso, unge nei quattro angoli il sepolcro, o piccola fossa dell’altare col crisma e vi depone dentro le reliquie e lo chiude ungendone col crisma anche il coperchio in forma di croce al disopra e al disotto. La consacrazione dell’altare così già iniziata, viene perfezionata nelle numerose unzioni che si compiono: due volte si unge con l’olio dei catecumeni ed una volta col crisma nei cinque luoghi indicati da una croce, quindi l’intera mensa con l’olio dei catecumeni e poi col crisma; durante queste unzioni si cantano antifone e salmi che ne spiegano il senso profondo e simbolico. Dopo l’unzione della mensa dell’altare il vescovo consacra le pareti interne della chiesa, facendo su esse, o sulle colonne o sui pilastri, dodici unzioni col crisma tre volte incensando ciascuna croce. Tornato all’altare, vi brucia un sacrificio simbolico, composto di grani d’incenso e candele di cera, e mentre tutti s’inginocchiano, si invoca lo Spirito Santo. Tutte le orazioni fin qui recitate o cantate dal vescovo, sono ora riassunte in un nuovo Prefazio. Il vescovo unge poi col crisma la parte anteriore dell’altare e il punto di congiunzione della mensa col corpo dell’altare ai quattro angoli. Con questa ultima unzione termina la consacrazione dell’altare e della chiesa. Quindi, benedette le tovaglie e le altre suppellettili, pulito l’altare e rivestito dei suoi ornamenti, dopo un’ultima incensazione e alcune orazioni, si inizia la Messa solenne, nella quale, dopo la consacrazione, si accende la lampada che deve ardere in perpetuo davanti al Santissimo. Così ha fine la cerimonia. Per l’anniversario della d., V. CHIESA, in Enc. Catt., III, coll. 1508-11.
D. «ANGELICA». – Con questa espressione si suole designare la d. miracolosa di una chiesa attribuita a Cristo con l’assistenza di angeli e di santi.
L’esempio più celebre è la d. angelica di Einsiedeln, che si celebra annualmente il 14 sett.; se però tale giorno cade in domenica, la solennità dura otto giorni consecutivi (fino al 1853 per 14 giorni), con grande affluenza di pellegrini. La cappella primitiva fu dedicata il 14 sett. 948 da Corrado, vescovo di Costanza. A questo proposito la leggenda narra che il prelato, vegliando la notte precedente la d., sentì nella cappella canti angelici, e precisamente quelli del rito della d. La mattina una voce celeste gridò per tre volte che il santuario era stato consacrato con l’intervento divino. Tale fatto è riferito da una bolla di Leone VIII, dell’11 sett. 964 (Jaffé-Wattenbach, n. 3708), esistente solo in copie del sec. XIV, di autenticità assai discussa e discutibile. La leggenda poi, pienamente sviluppata nello stesso sec. XIV, narra come Cristo, sceso dal cielo, prendesse la pianeta violacea (ancora oggi si celebra la Messa solenne in violaceo), e con l’assistenza di santi (s. Stefano avrebbe cantato l’epistola, s. Lorenzo il vangelo) e di angeli procedesse alla consacrazione. Le prime notizie generiche di questa d. miracolosa risalgono solo al sec. XI. Nei sec. XVII-XXVIII la d. angelica divenne una solennità straordinaria per tutta la Svizzera, e ancora oggi la festa è popolarissima. Il fondamento di questo racconto rimane puramente leggendario.

e Cristo, sceso dal cielo, prendesse la pianeta violacea (ancora oggi si celebra la Messa solenne in violaceo), e con l’assistenza di santi (s. Stefano avrebbe cantato l’epistola, s. Lorenzo il vangelo) e di angeli procedesse alla consacrazione. Le prime notizie generiche di questa d. miracolosa risalgono solo al sec. XI. Nei sec. XVII-XXVIII la d. angelica divenne una solennità straordinaria per tutta la Svizzera, e ancora oggi la festa è popolarissima. Il fondamento di questo racconto rimane puramente leggendario.
(100 r., Liturgionis, 122 pæstipidæe mæsæeritis..., Parigi BII, tæ. 7) Dedicazione, erro della - D. d'una chiesa: il vescovo consacrante bassa alla porta col piede del pastorale. Disegno del Pontificale di St. Germans in Cornwall (sec. x) - Rouen, biblioteca Municipale, ms. 368 (A. 27), f. 27.
Altre d. angeliche si asseriscono, per es., per le chiese di St-Denis (Parigi), St-Pierre-le-Vif (Sens), per le cattedrali di Westminster (Londra), Augusta, Praga, Vercelli, Avignone, e per il santuario del monte Gargano.