DEMETRIO. - Nome di due personaggi del Nuovo Testamento.
I. Oreficce di Efeso, che suscitò il tumulto contro S. Paolo (Act. 19, 23-40).
2. Cristiano di Efeso, vivamente raccomandato da S. Giovanni nella sua lettera a Gaio (III Io. 12). Alcuni lo identificarono con il precedente orfice convertito.
Francesco Spadafora
DEMETRIO. - Cronografo alessandrino, giudeo ellenista, del tempo di Tolomeo IV (222-205 a. C.). Scrisse una cronografia da Mosè al suo tempo, dal titolo Dei re [che regnarono] in Giudea (Clemente Alessandrino, Stromata, I, 21: PG 8, 878), basata su complicate combinazioni che sfruttano accenni della Bibbia. È tra le fonti di Giuseppe Flavio, specialmente per le Antichità giudaiche.
Fissa, p. es., la data di nascita per ciascun figlio di Giacobbe. Oltre a questo, altri tre frammenti di D. sono stati conservati da Eusebio, Praeparatio evangelica, IX, 21: storia di Giacobbe, dalla sua andata in Mesopotamia fino alla sua morte; 29, 1-3: genealogia di Sephora, moglie di Mosè, da Abramo e Cetura; 29, 15: storia dell'acqua amara (Ex. 15, 22 sq.): PG 21, 714-22, 738 sq., 746. Eusebio li desume dalla raccolta di Alessandro Polychristo (80-40 a. C.). D. usa già la versione greca del Pentateuco, detta dei Settanta.
Francesco Spadafora
DEMETRIO. - Tre re Seleucidi (v.).
D. I, SOTERE. - Figlio di Seleuco IV; regnò dal 162 al 150 a. C. (èra dei Seleucidi: 151-162).
Ostaggio dei Romani dal 175, al posto dello zio Antioco IV, fuggì ventitreenne, favorito anche da Polibio, con 16 uomini di scorta, raggiunse Tripoli di Siria, s'impadronì d'Antiocchia e fece uccidere Antioco V, suo cugino, allora sul trono, con il suo tutore Lisia (162). Sottomise la Babilonide, ricevendo il titolo di Σωτήρ («salvatore») per la vittoria sul ribelle satrapo Timarco.
S'intromise con successo, almeno temporaneo, nella Cappadocia. In Giudea sostenne gli ellenizzanti, imponendo con le armi il sommo sacerdozio di Alcimo. Spedì Bacchide, poi Nicanore e quindi ancora Bacchide contro Giuda Macabèco che, dopo avere sconfitto ed ucciso Nicanore, finì eroicamente, e contro Gionata, successo al fratello Giuda. Quando D. si vide minacciato dall'usurpatore Alessandro Bala, cercò l'appoggio dei Giude, concedendo a Gionata, che era il capo effettivo dopo la morte di Alcimo e il ritiro di Bacchide, il diritto di arruolare armati e liberare gli ostaggi trattenuti dai Siri. Gionata si valse delle concessioni, ma aderì al Bala, che gli offrì il sommo pontificato, la porpora e il diadema, ritenendo giustamente insincere le successive profferte fatte da D. Questi morì combattendo valorosamente contro Alessandro Bala (150). Cf. I Mach. 9, 9-10, 50; II Mach. 14-15.
D. II, NICATORE. - Figlio del precedente. Deve il titolo («vincitore») alla vittoria riportata sull'usurpatore Alessandro Bala. Regnò dal 146 al 138 e dal 130 al 125 a. C. (era dei Seleucidi: 166-175; 182-187), nell'intervallo essendo rimasto prigioniero dei Parti.
Nel 146 confermò Gionata nella sua dignità di sommo sacerdote ed esentò dai tributi i Giudei (I Mach. 11, 10-37), sebbene Gionata fosse stato fedele al Bala ed avesse combattuto contro Apollonio generale di D. (I Mach. 10, 77-87). Durante la rivolta di Trifone, D. fu sostenuto dai Giudei, che in Antiochia lo salvarono dalla folla insorta (I Mach. 11, 44-51). Ma D. venne meno alle promesse fatte e Gionata passò a sostenere Antioco VI e Trifone; combatté contro i generali di D. (I Mach. 11, 52-74; 12, 24-34). Ma, tradito ed ucciso Gionata da Trifone, Simone, ultimo dei fratelli Macabèi, sostenne di nuovo D., il quale concesse alla Giudea la più piena autonomia (142). Cf. I Mach. 13, 34-43; 14, 38 sq. Nel 138, D. cadde prigioniero dei Parti (I Mach. 14, 1-3), mentre suo fratello Antioco VII scacciava Trifone e conquistava il trono. Nel 130 questi moriva combattendo contro i Parti, e D. riprese il trono. Finì assassinato (125) mentre cercava di imbarcarsi a Tiro, per sfuggire all'usurpatore Alessandro Zebina.
D. III, EUCAIRO. - Uno dei cinque figli di Antioco VIII Grypos (m. 96 a. C.); regnò su parte della Siria con capitale Damasco (95-86 ca.). Nell'88 a. C., chiamato dai Farisei, intervenne contro Alessandro Iannèo. Ma gli stessi giudei che erano corsi ad aiutare D., un pagano, lo abbandonarono e raggiunsero Alessandro sui monti dove s'era rifugiato; D., ritenendosi ingannato, se ne ritornò a Damasco.