DÉMONE. - Presso Omero d. indica la natura
del dio, il suo modo di esplicarsi, la sua potenza,
mentre θεός (=dio) indica la divinità nel culto e nel
mito.
Il significato divenne poi più ampio: d. fu usato
dai tragici come sinonimo di destino e, spesso, per indicare esseri semidivini, superiori all'uomo, ma inferiori
agli dèi: così per Esiodo sono d. gli eroi dell'età dell'oro,
che servono gli dèi e proteggono i mortali; per Eschilo
è un d. Dario, per Euripide Alcesti. Per i filosofi il d. fu una
forza che veglia sull'uomo fin dalla nascita, ne guida la
volontà, l'ispira al bene e al male; per Socrate è anche la
coscienza. Nel culto fu dato questo nome a divinità minori, ad es., Mitra, i Sileni, ecc. La religione popolare
dette grande importanza ai d., in cui vedeva degli spiriti
individuali all'ultimo rango della gerarchia divina, protettori o oppositori dell'attività umana, personificazioni
di forze naturali, origine prima delle malattie. I d. malefici (anime dei defunti, spiriti e spettri al seguito di
Ecate) portavano la pazzia e la morte a chi li vedeva.