DEPOSITIO-DEPOSITUS. - Depono, nei testi letterari già fin dal sec. III, assunse il senso di deporre nella tomba, seppellire, ma sempre in unione con il luogo ove si seppellisce; usato assolutamente comincia a comparire solo nel sec. IV.
Allora nasce anche il termine depositio, negli ambienti volgari. Quest'uso occorre qualche rara volta anche fra i pagani, poi in testi letterari come in testi epigrafici, specialmente poetici, ad es., depositus p(edibus) XII in vascello (CIL, VI, 3428).
Nella epigrafia cristiana i due termini (è difficile distinguere quale dei due perché sono usati per lo più abbreviati DP. DEP. e simili) compaiono spesso usati assolutamente già nella seconda metà del sec. III, ad es. nell'epitaffio di s. Giacinto. Dipoi nel sec. IV e V diventano frequentissimi a Roma, restando sempre piuttosto rari nel resto dell'Italia e dell'Occidente.
Nel contesto dei pochi esempi pagani pare che il senso sia quello di depono = metto giù, poso. Nell'uso cristiano si può pensare che si sentisse piuttosto il senso particolare di depono = metto da parte, metto in serbo, in deposito, come di cosa che si ha da ripigliare. Il fatto è che questi due termini usati assolutamente sono caratteristici dell'epigrafia cristiana. In generale è difficile decidere se con essi venga indicato il fatto specifico del seppellimento, o quello che piuttosto si attenderebbe, della morte. Sembra, giacché nei casi ordinari il giorno della morte e della sepoltura era lo stesso, che ne sia provenuto l'uso di indicare la data della morte con il termine depositio.
Notevole è l'uso di depositio, specialmente in Africa, trattandosi della collocazione di reliquie in un altare come nel celebre esempio di Mactar: depositio cruoris sanctorum martyrum qui sunt passi sub preside Floro in civitate Milevitana (CIL, VIII, 6700 e 19353).
I corrispondenti termini greci sono κατάσιδῃμι e κατάδεσις, dei quali è da dire lo stesso che dei latini.