DIODORO

DIODORO. - Vescovo di Tarsó, asceta e secondo fondatore della scuola eseggetica Antiochana, nel primo quarto del sec. IV, m. anteriormente al 392. Fece gli studi ad Atene (Facondo di Ermiane, Pro defensione trium capit., 4, 2: PL 67, 621 B, II-14) acquistando una vasta coltura profana, onde non è esatta l'osservazione di s. Girolamo che gli attribuisce «ignorantiam saecularium litterarum» (De vir. illustr., 119: PL 23, 750). Fu anche discepolo di Silvano, vescovo di Tarsó, e di Eusebio di Emesa.

Dopo la sua formazione scolastica D. si diede all'ascetismo in un asceterio vicino a Antiochia: ivi si applicò allo studio della S. Scrittura, e divenne, con il suo compagno Cartero, superiore di un gruppo d'asceti tra i quali si trovavano s. Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuestia.

Sotto gli imperatori ariani Costanzo (337-61) e Valente (364-78) D. ed il suo amico Flaviano, non ancora sacerdoti, svolgevano un'attività instancabile in difesa della fede di Nicea. Quando Leonizio, vescovo ariano di Antiochia (cf. Teodoreto, Hist. ecol., 2, 19: PG 82, 1060), mise l'ariano Azeio nel numero dei diaconi, Flaviano e D. protestarono e Leonzio cedette. In quei medesimi tempi istruiva il popolo a cantare antifonalmente salmi ed inni nei convegni degli ortodossi fuori le chiese ariane. Questo canto ebbe un tale successo che Leonzio stesso richiese di svolgere queste riunioni nelle chiese (Teodoreto, ibid.); fonti semitiche riferiscono che D. aveva imparato questa usanza durante il suo viaggio in Persia.

Nel 361 un ortodossi, s. Melezio, diventato vescovo di Antiochia, ordinò sacerdoti i due amici. Quando Giuliano l'Apostata passò l'anno successivo per Antiochia, D. era prete e noto all'imperatore come capo dei cristiani. Verso il 372 si recò in Armenia dove stava in esilio il suo vescovo Melezio; ivi trovò anche s. Basilio con cui strinse vincoli d'amicizia, come appare dall'epistolario basiliano (Epist., 135 e 244, 3: PG 33, 572 e 916). Alla morte di Valente (378) venne consacrato vescovo di Tarsó in Cilicia. Partecipò al Concilio Antiochano dell'anno seguente ed a quello di Costantinopoli del 381 (Teodoreto, Hist. ecol., 5, 4: PG 82, 1204 A). In un decreto del 30 luglio 381 Teodosio proclamò modelli della fede ortodossa, per la diocesi d'Oriente, Pelagio di Laodicea e D. di Tarsó (Hefele-Leclercq, II, 41). Dalla notizia di s. Girolamo dell'a. 392 (De vir. ill., 119) appare che D. era già morto.

Dei numerosi scritti di D. (la Suda ci ha trasmesso un elenco: PG 33, 1553) gran parte è andata perduta. D. commentò quasi tutti i libri del Vecchio e Nuovo Testamento. Resta di lui un trattato di ermeneutica con il titolo suggestivo: Qual'è la differenza fra teoria ed allegoria? I trattati polemico-domatici erano in gran parte diretti contro gli errori dei Giudei, pagani, ariani ed altri eretici. Oltre le opere elencate dalla Suda, Fozio ci fa conoscere un libro contro i manichei ed uno sullo Spirito Santo (Fozio, Bibl., cod. 85, 102: PG 103, 288B, 372); s. Girolamo conosceva un commento sulle lettere di s. Paolo; e Leonzio di Bisanzio un'opera Contra synoosiastas, intendendo con questo nome gli apollinaristi. Per gli elenchi siriaci V. l'articolo di R. Abramovski, Untersuchungen zu D. von Tarsus, in Zeitschr. f. Neust. Wissenschaft., 30 (1931), p. 245 sg.

I frammenti a noi pervenuti si trovano o in catene eseggetiche o in florilegi polemici, donde la difficoltà di stabilire la loro autenticità e di comprendere il pensiero dell'autore attraverso brani tolti dal loro contesto.

Il Migne ha raccolto alcuni frammenti sull'Ottateuco ed i Salmi (PG 33, 1561-1628), aumentati in seguito nell'edizione del Deconinck (ulteriore completamento da R. Devreesse, in Rev. bibl., 45 [1936], pp. 217-20). Non è confermata l'ipotesi del Mariès di attribuire a D. il commento integro sui Salmi di Anastasio di Nicea. I rami sulla Epistola ai Romani sono stati editi dallo Staab.

Rimangono i pochi passi dogmatico-polemici. Quelli raccolti in PG 33, 1560 sg. son tolti o da Leonzio di Bisanzio (Contra Nestorianos et Eumonianos, III, 43: PG 86, 1, 385 sg.) o da Cirillo d'Alessandria (frammenti dell'opera Contra Diodorum et Theodorum: PG 76, 1437 sg., alcuni in Mansi, IX, 215 b, 219 b c, 231: Concilio di Costantinopoli, III, 553). Esistono altri frammenti nella Collegio Palatina del Concilio Efesino (E. Schwartz, Acta conc. ecc., I, 5, pp. 177-79 anteriore all'a. 550); siriaci in M. Brière, Fragments syriaques de D. d. T. réédités et traduits, in Revue de l'Orient chrétien, 3ª serie, 10 (1946), pp. 231-85. L'Abramovski ha studiato la tradizione in questi frammenti nei manoscritti (ibid., pp. 247-53) senza toccare il problema della loro autenticità. M. Richard (Les traités de Cyrille d'Alexandrie...) studiando i frammenti suddetti arriva alle conclusioni seguenti: D. ha scritto un'opera Contra synoosiastas (cioè apollinaristi) in due libri. Contro il primo libro polemizza s. Cirillo nel suo Contra Diodorum. Sei frammenti di questo primo libro diodoriano ci sono trasmessi nella Collegio Palatina (il quarto frammento, homo ungitur Jesus è di Paolo di Samosata); sette o più altri possono trovarsi nel Philalethos e nel Contra impium grammaticum di Severo di Antiochia. Contro il secondo libro diodoriano s. Cirillo ha ugualmente polemizzato, attribuendolo a Teodoro. Cirillo, quando scrisse, aveva sotto gli occhi non le opere stesse di D. e Teodoro ma florilegi compilati dagli apollinaristi (e perciò probabilmente anche falsati). In questa compilazione, offertagli a Gerusalemme nel 438, Cirillo avrebbe trovato già esistente la confusione fra D. e Teodoro, della quale, scrivendo in fretta, non si accorse.

Resta inoltre la lunga analisi di Fozio (Bibl., 223: PG 103, 829-77) dei frammenti del Contra fatum, che sono stati studiati da V. Ermoni (Diodore de Tarse et son rôle doctrinale, in Le Muséon, 2 [1901], pp. 424-44) e da P. Doll (Κατά ελαχισμένης, Bonn 1923).

Per un giudizio stilistico sul D., vista la mancanza di opere integre, bisogna contentarsi della critica di Fozio (Bibl., 223: PG 103, 820 e 877) e di s. Basilio (pp. 135: PG 33, 572).