EBOLI, PIETRO DA

EBOLI, PIETRO da: V. PIETRO DA EBOLI.

EBONE, «Vescovo di Reims. Educato alla corte carolingia, fu cappellano di Ludovico il Pio, dal quale fu fatto vescovo nell'816.

politica di questo periodo può paragonarsi a quella delle
anfizioni greche; i vari gruppi trovarono il loro centro
comune nel luogo sacro, dove era l'Arca. Prima stanca
dell'Arca fu Silo (Inde, 20, 26; I Sam., 1, 3); quando
questa città fu distrutta dai Filistei, l'Arca fu trasferita a
Nob. Forse non tutte le tribù stavano sotto lo stesso capo,
cosicché ne risulterebbe talvolta la simultaneità di due
«giudici». Giudici (v.) furono Othoniel, Aod (Ebdh), Samgar, Debora (v.), Gedeone,
il cui figlio cercò di fondare una monarchia a Sichem,
Thola, Iair, THELEPTE (v.), Abesan, Ahialon,
Abdon, Sansone (v.).

Ai tempi che
preludono al periodo
monarchico in Israele, ELIA (v.) e il
profeta Samuele (v.).
Questi personalmente fu da principio
avverso all'istituto
monarchico, in quanto diverso dal regime
puramente teocratico (I Sam. 8, 5.18),
ma preferì assen-
dare la volontà di
una parte del popolo,
attratto dall'esempio
dei popoli vicini già
monarchici; la pressione esercitata dai
Filistei, abitanti della
costa, favoriva l'idea
di concentrare le
forze nazionali in una
mano sola.

Saul (v.), in cui si incontrano e si scontrano
l'idea teocratica e la
monarchia. La monarchia osservanza della
legge del héron (ster-
minio sacro del nemico) della preda
bellica) gli aliena il
sostegno morale del
profeta Samuele, e
dopo la morte di questi, la classe sacerdotale gli si schiera
contro, mentre all'orizzonte si profila la
balda figura del giovane David. Saul fu
costantemente impegnato a combattere contro i Filistei, Gelboe (v.)
cercò morte volontaria, non resistendo al disonore della sconfitta da essi patiate al dolore per lostermini dei suoi. DAVIDE (v.) venne prima un atto re della tribù di Giuda, e solo più tardi
di tutto Israele, Egli conquistò allora Gerusalemme e vi tra-
sferì la sua residenza. Ebbe a combattere contro i Filistei, gli
Annunzii e gli Aramei; dopo aver battuto questi ultimi, ne
occupò il territorio; malgrado ciò, l'arameo Razon organ-
izzato la guerriglia e riuscì a farsi eleggere re di Damasco.
David perfezionò il canto liturgico e compose salmi.
Contrasti per la sua successione insanguinano gli ultimi
anni del suo Regno; egli fece ungere re Salomone.

Salomone (v. 971-931) ebbe un regno pacifico.
Apri il paese al commercio, e rivelò alla mentalità ebraica
l'interesse dell'esperienza umana universale; nasce allora
il genere letterario sapienziale. Gerusalemme prese l'aspetto di città internazionale e vide sorgere il Tempio.
La successione tra nord e sud e il sorgere di due Regni
distinti furono determinati principalmente da due fat-

tori, d'ordine materiale (il gravare maggiore delle imposte
sulle tribù del nord) e morale (l'allontanarsi di quando
in quando della monarchia davidica dal rigido massimo,
del quale i sacerdoti di Silo si ritenevano i depositi).
Alla morte di Salomone gli successe il figlio Robam
(933-917), che fu unanimamente riconosciuto dalle tribù
del sud, dove l'idea dinastica era più forte, mentre l'ero-
boam, figlio di Nabat, esprimì, sostenuto dal profeta
Ahia, dimorante a Silo, fu proclamato re a Sichem;
intorno a lui si strinsero le tribù del nord. Il suo regno
prese il nome di
Regno di Israele, con
capitale prima Sichem, poi (sotto Am-
ri) Samaria; il Regno
di Robam fu detto
Regno di Giuda, con
capitale Gerusalemme. Il Regno del
nord ben presto, per
ragioni politiche, abbandonò il mon-
smo, e ritornò al
paganesimo cammino,
perdendo così l'ap-
poggio dei profeti.
Infiltrazioni idolatriche si ebbero pure
in Giuda. Fra i due
Regnisi accesero fre-
quenti contese, da
cui trassero vantag-
gio i nemici di am-
bedue e specimini
il Regno di Damasco.

A Raboam successe il figlio Abia
(917-915), a questo
Aso (915-875); a
Ieroboam Nadab
(912-911). In Israele, dopo varie lotte
di successione, salì
al trono Amri (887-
885), che regolò una
volta per tutte i conti
con i Filistei, frenò
l'invadenza degli Aramei di Damasco,
strinse alleanza con
i Fenici, alleanza
che si dimostrò bene
e la partì. Gli successe
Achab (875-853), che
sposò Izabel, figlia
del re di Tiro. Egli
introdusse in pieno
il culto idolatrico, ciò
che ELIA (v.). Insieme con
Iosaphat re di Giuda (885-851), Micha (v.), attaccò Damasco e rimase ucciso
in battaglia. Iosaphat fu ancora alleato del re d'Israele Ioram
(852-843) contro Moab, e anche questa volta con sorte
avversa. La dinastia di Amri, che aveva instaurato il culto
idolatrico fenicio nella terra d'Israele, finì in un orribile
massacro, organizzato da un generale di nome Iehue, che
fu untò re Eliseo (v.).

Nella carneficina di cui fu autore Iehue, perì anche
il re di Giuda Ochazia, figlio di Athalia, ex-regina di
Giuda. Athalia prese le redini del governo (843-837),
instaurando anche in Giuda la religione di Tiro; uccise
tutti i maschi della famiglia reale. Tuttavia uno di essi
riuscì a fuggire: il piccolo Ioas, che fu proclamato re
(837-798) dal popolo, secondo i piani del gran sacerdote
Ioas.

In Israele Iehue perse presto il favore del partito
puritano, e sotto di lui e sotto suo figlio Ioachaz (816-

In Giuda il quadro Isaia (v.). Il pio re Ezechia (720-692) cercò di centralizzare il culto a Gerusalemme e di purificarlo da elementi idolatrici; contrariamente ai consigli di Isaia, si lasciò trascinare dal partito anti-assiro, cosicché Giuda vide venire contro di sé l'armata di Sennacherib, che aveva già battuto le città fenicie da Sidone ad Acri, mentre Ammon, Edom e Moab gli chiedevano pace. Sennacherib, cinta Gerusalemme d'assolito, se ne allontanò improvvisamente per opera di un angelo sterminatore (II Reg. 9, 35). Giuda restava tuttavia sottoposto all'Assiria. Nahum (v.) Sofonia (v.) vedevano venire la fine di Ninive: l'Egitto, che aveva dovuto abbandonare al vincitore Menfi (671) e Tebe (666), si ribellava, mentre l'Assiria era impegnata in Elam e minacciata dai Medi. Ninive cadde nel 612 sotto i colpi dei Babilonesi, degli Sciti e dei Medi.

Davanti a Giuda si erese allora il pericolo egiziano. Il pio re Isaia (m. 609) completò le riforme iniziate da Ezechia e abrogate dal suo successore Manasse (629-638); fra i sostenitori del ristabilimento del mosaico puro era Geremia. Isaia fu mortalmente ferito a Mageddo, battaglia in cui i Giudei che tentavano di opporsi alla avanzata degli Egiziani furono battuti. Il pericolo egiziano tuttavia fu di breve durata: battuti gli egiziani a Charcamis (605) dal re babilonese Nabuchodonosor e dai Medi, sorse invece il pericolo babilonese. La politica della Giudea oscillò fra i due opposti poi: Babilonia ed Egitto. Nel 598 prevalse il partito filo-egiziano, ma Nabuchodonosor stesso comparve sotto le mura di Gerusalemme; il re Iokim si arrese immediatamente. Nel 597 ebbe luogo la prima deportazione a Babilonia; fra

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(da La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Biblico, II, 1 libri storici, Firenze 1987, tav. 3)

EURE - Il dio Amon presentò al faraone Sacc (Saccok) un gruppo di prigionieri legati al collo, simbolizzanti ognuno una città della Palestina. Disegno del bassorilievo (sec. xx a. C.) nel tempio di Amon a Karnak (Tebe).

800) il Regno d'Israele vide tempi molto tristi. I re di Damasco, Huzael e Benhadad, gli inflissero gravi sconfitte scatenando contro di esso anche gli Ammoniti, i Moabiti, gli Idumei, i Filistei, e i Tiri, che misero a sacco gran parte del paese; lo stesso re di Giuda vide Gerusalemme in pericolo, e comprò con l'oro la ritirata nemica. Finalmente l'Assiria venne in aiuto degli E, e gli Aranei di Damasco dovettero restituire gran parte del territorio occu-pato. Israele e Giuda respirarono sotto la protezione assira.

Morto in Israele Iocahaz, fu eletto re Ioa (800-785), che ruppe i buoni rapporti con Giuda e durante il Regno di Amasim (798-785), figlio di Ioa di Giuda, entrò a Gerusalemme e spogliò il tempio dei suoi tesori.

Dal Regno di Ozia di Giuda (780-740) e di Jerobam II in Israele (785-745) cominciò un cinquantennio di pace. Le grandi potenze, Assiria ed Egitto, si trovavano in un periodo di riorganizzazione, che preludeva a un grande risveglio. Damasco s'indeboliva sotto ripetuti colpi assiri. Il periodo di pace portò un grande benessere, la cultura si diffuse, il lusso crebbe, le ricchezze erano grandi e mal distribuite, ciò che CAMOS (v.), Osea (v.), Isaia (v.).

In corrispondenza al risvegliarsi delle due grandi potenze, si svilupparono nella Siria-Palestina due opposti partiti: il filo-assiro e il filo-egiziano. Quando quest'ultimo raggiunse la maggior diffusione, si formò una coalizione di Stati (Israele, Damasco, Tiro, Sidone, parecchie città filistei) che riapparve guerra agli Stati che inclinavano verso l'Assiria. L'esercito della lega invase la Giudea. Il re di Giuda Achaz (735-720) invocò l'aiuto dell'Assiria; Damasco fu assoggettato e il regno d'Israele visse il primo atto della deportazione in Assiria. Anche il Regno di Giuda però era praticamente vassallo dell'Assiria. Nel 722 l'Assiria, dopo aver vinto la superba Babilonia (729), fece d'Israele una sua provincia. Gran numero di notabili fu deportato a Ninive; dai coloni stranieri trapiantati dal vincitore nella regione nacque una razza ibrida: Samaritani (v.), il santuario principale era Bethel, e un sacerdote israelita insegnava ai nuovi arrivati la religione di Jahweh.

i deportati era il profeta Ezechiele (v.). Nabuchodonosor pose sul trono di Giuda il re Sedecia. Questi, malgrado gli avvertimenti di Geremia, si lasciò trascinare in una coalizione di Stati (Edom, Ammon, Moab, Tirso e Sidone) contro Babilonia, e allora fu la fine: nel 587 Gerusalemme fu distrutta, i vasi sacri portati via, il Tempio bruciato. Il generale babilonese, che aveva condotto la campagna, formò una comunità con i Giudei che erano stati fautori di Babilonia; ad essi si unirono alcuni israeliti del Regno del nord. Governatore di questa comunità fu Godolìa (v.). Ma il re di Ammon fece assassinare Godolìa e allora la popolazione – fra essa Geremia – si rifuglò in Egitto, dove fin dai tempi di Salomone si trovavano colonie ebraiche, sorte per ragioni commerciali.

Nel 539 CIPRO (v.) s'impadronì di Babilonia, e conesse agli E. libertà di tornare in patria. Il territorio loro assegnato era molto piccolo: comprendeva Gerusalemme i dintorni fino a Maspha e Gerico a nord, Ceila, Bethsur e Thecua a sud. A capo degli E. era un governatore, coadiuvato da un consiglio di anziani.

Zorobabel (v.), secondo governatore dopo il ritorno, fu esortato dal profeta Aggeo alla riscrittura del Tempio e a tenersi pronto a rivestire la dignità reale, mentre il profeta Zaccaria consigliava l'elezione di due capi. La riscrittura del Tempio fu iniziata nel 520 e terminata nel 515. Le condizioni della riscrittura erano però molto tristi: raccolti cattivi, invasioni di cavalletti, gravose imposte impoverivano il paese, mentre Edom, Ammon e i Samaritani, che abitavano il Regno del nord, lo guardavano di malocchio. La comunità di Esdra (v.), che arrivò a Gerusalemme nel 438. Quello che lo colpì maggiormente fu il gran numero dei matrimoni misti, e si arrivò all'aborto il 520. Il provvedimento urtò moltissimi soprattutto i Samaritani. Fu allora che Esdra, temendo qualche attacco, decise la riscrittura delle mura; ma il governo natore di Samaria lo denunciò al governo persiano, che ordinò di distruggere quanto era stato costruito. NOEMI (v.) domandò allora di essere mandato a Gerusalemme in qualità di governatore (445). Egli incitò alla riscrittura delle mura, e insieme con Esdra si adoperò perché la Torah penetrasse veramente nella pratica di ogni giorno, e perché il culto fosse purificato.

I Giudei restarono fedeli alla Persia, fino a quando Alessandro Magno passò per il loro territorio (331). Alla morte di Alessandro (323) il suo generale comanche dante l'Egitto, Tolomeo, prese Gerusalemme senza resistenza in un giorno di sabato; mentre un altro generale, Seleuco, occupava la Babilonia e la Siria. La Giudea passò poi ad Antioco II, che sposò Berenice, figlia di Tolomeo; dopo varie vicende Antioco nel 200 poté dirsi padrone del territorio. Il paese all'interno era diviso fra i fautori di Antioco e coloro che sostenevano l'Egitto, sperandone la liberazione; fra gli ellenizzanti, spiriti aperti alle nuove correnti, si pietisti (hasidim), cultori dell'antica religione e civiltà nazionale. Quando Antioco IV Epifane (175-164), ammiratore della civiltà greca, fu a capo della Palestina, ebbe il sostegno degli ellenizzanti. Egli però andò oltre i desideri di questi, perché volle imporre il culto greco pagano, sopprimendo la religione di Jahweh; di ritorno da una campagna in Egitto, fece massacrare gli abitanti di Gerusalemme durante un giorno di sabato e abbandonò la città al saccheggio. Nel 168 l'immagine del «Signore del cielo» fu posta sull'altare di Gerusalemme, e il tempio del M. Garizim fu dedicato a Giove.

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fu posta sull'altare di Gerusalemme, e il tempio del M. Garizim fu dedicato a Giove.

(du La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Biblio, 11. I tótel sterial, Pistoia 107, mathrm{~cm}, 11

Il partito ellenizzante si rifugiò in un atteggiamento quietista, mentre la resistenza attiva era sostenuta da Giuda Maccabeo, uno dei cinque figli di Mattatia l'Asmoneo. Giuda organizzò la lotta e riuscì ad occupare la collina del Tempio, che trovò in deplorabili condizioni; il 25 _kisleva_ 165 PREDICAZIONE (v.), di esso. Il governatore Lisia, d'accordo con il giovane principe Antioco V (Eupatore), concesse la libertà religiosa. La lotta non per questo cessò: gli Idumei fecero causa comune con il partito ellenizzante, mentre i Nabatei si schieravano con Giuda; gli Ammoniti si preparavano a sterminare quei Giudei che si erano assicurati nella fortezza di Ramoth-Galaad; ma Simone Maccabeo riportava successi in Galilea. Nel 163 Lisia riprese la guerra contro Giuda e Eleazar, il quarto dei Maccabei, morì in battaglia; ma nel 162 Lisia ed il suo regale pupillo dovettero lasciare il posto a Demetrio I, figlio di Seleuco IV. Questi continuò la guerra contro Giuda, ma il suo generale Nicanore fu battuto. La Giudea fu riconosciuta come nazione di Roma; malgrado questo Demetrio riprese la guerra con esito favorevole, e Giuda Maccabeo trovò la morte in battaglia. I nazionalisti giudei si strinsero intorno a Gionata, il più giovane degli Asmonei, Bala (v.), pretendo al trono contro Demetrio. In Siria il popolo malcontento passò a Trifone, ufficiale del re; questi fu dapprima amico di Gionata, poi, ingelosito, lo fece prigioniero a tradimento e l'uccise. L'ultimo dei fratelli, Simone, entrò in negoziati con Demetrio, il legittimo re di Siria, che gli concesse l'indipendenza (142). Fu nominato principe, generale e gran sacerdote a vita. Rinnovò il trattato d'amicizia con Roma, e il suo regno fu un periodo felice per il popolo. Ma presto il re di Siria cambiò politica e la guerra scoppiò di nuovo; Simone fu ucciso a tradimento (135), insieme con la moglie e i figli, per opera del genero Tolomeo (v. Maccabei). Dal 135 al 63 a. C. la Palestina Asmonei (v.): Giovanni I (134-104), Aristobulo I (104-103), Alessandro Ianneo (103-76), Alessandra Salome (76-67), Aristobulo II (67-63). Nel 63 Pompeo assoggetta la _ludaea_ a Roma. Per le astute mene di Antiopo (indumeo), suo figlio Erode il Grande (35-4 a. C.) ebbe il potere di re concessogli dai Romani, ai quali si chinava servilmente, eseguendo un programma di cultura ellenistica che metteva talora a disagio la coscienza ebraica.

Fin dal 722 a. C., e specialmente dall'esilio babilonese (sec. vi a. C.), Israele era ridotto alla sola tribù di Giuda; gli Israeliti si chiamarono quindi «Giudei» (Jer. 40, 11-15; 44, 26; Zach. 8, 23; Eyth. 2, 5; 3, 6; 9, 29, ecc.; Esd. 4, 12, ecc.; Neh. 4, 2; 5, 17; 6, 6, ecc.; spessissimo in _I-II Mach._ e nel Nuovo Testamento).

Bibl.: R. Kittel, _Geschichte des Volkes Israel,_ I, Stoccarda 1932; II, ivi 1928; III, 1-2, ivi 1927-29; M. L. Margolis II A. Marx, _Histoire de peuple juif,_ Parigi 1930; A. Alt, _Die Staatsbildung der Isr. in Palastina,_ Lipsia 1930; G. Ricciotti, _Storia d'Israele,_ I, Torino 1932; II, ivi 1934; W. F. Albright, _From the stone age to christianity,_ Baltimore 1940; id., _Archaeology and religion of Israel,_ 2ª ed., ivi 1946; B. Jacob, _La tradition historique en Israel,_ Montpellier 1946; A. Dupont-Sommer, _Les Araméens,_ Parigi 1949. Eugenio Zolli.

Con la morte di Erode il Grande, il potere di Roma sugli E. PROCURA (v.) e anche

mediante i vari discendenti di Erode (v. ANTIPAPA, AGRIPPA I e II).

Al sorgere del cristianesimo si verifica l'opposizione tra farisei (v.) e capi del popolo (v. SADDUCEI) da un lato e la dottrina di Gesù dall'altro, principalmente in ordine all'interpretazione della speranza messianica (v. MESSIA) legge (v.) mosaica. Gli Apostoli, e specialmente s. Paolo, concludono il processo di separazione tra cristianesimo e giudaismo, mediante l'esclusione della circoscrizione e gentili (v.), la quale fu iniziata da Pietro (v. CENTURIONE), Gerusalemme (v.) i rivendicata da s. giudaizzanti (v.), GALADITI (v.).

Dal 66 al 70 ha luogo la guerra giudaica, che segna la fine dell'unità politica degli E., a meno che si voglia prolungare questa fino all'insurrezione a carattere messianico di Bar Kökhebbá (v.). La caduta del Tempio unico di Gerusalemme nell'anno 70 comporta la cessazione del sacerdozio e del culto. Si afferma però lo studio della legge, già messo in onore dopo l'esilio babilonese dagli scribi (v.); SINAGOGA (v.) tale studio acquista il suo centro. Essendo l'intero popolo dopo il 70 diaspora (v.), la sinagoga divenne, con la relativa lettura e studio della legge, l'unico legame religioso visibile tra gli E. L'èra dei rabbi (mastri) si apre. I principali iniziati della nuova fase spirituale d'Israele furono R. Jóhánan ben Zakkaj, R. 'Aqibá' e con i tannaiti (v.). Frutto del lavoro dei tannaiti è la Mišnáh (v.), redatta da R. Jéhúdháh, il Santo, che espone principalmente, citando i maestri, la dottrina legale (haláthah, v.), mentre la parte morale-esortativa si raccoglie nei midhrášim (v. MIDHRAËS). I commenti al testo mišníco dei maestri posteriori (sec. III-v), amore (v.), formano la gá-mára; l'unione della gáma'ra con la MišTalmud (v.).

Esauritesi le «generazioni» degli amorei occidentali e orientali saborei (v.), mentre svolgano lavori critici intorno al testo biblico i maestri. Dal sec. VIII si va determinando la successione dei gá-mára, i quali guidano culturalmente e socialmente gli E. in mezzo al mondo arabo. Di somma importanza fu poi Mosè Malinonide (v. 1135-1204), il quale risolse i dubbi religiosi che si erano affacciati attraverso la speculazione filosofica ebraico-araba e formulò i 13 articoli di fede ("iqarám"). Più dei grandi esempi, ebbero importanza per la vita del popolo i «decisori», Raccolta sintetica della tradizione rituale e legale dei secoli precedenti è nel sec. XV il Šulhám 'arúkh di Jóseph Caro.

Fin dal fiordo periodo della loro attività sotto i califfi umanizzati di Cordova, ed in specie sotto 'Abd ar-Rahmán III, gli E. si andarono caratterizzando in due gruppi: dei séphardíh e degli 'aškenášim (v. AŠKENAZ), con alcune tradizioni proprie nei riti e negli usi.

Correnti contrarie alla tradizione fariseo-rabbinica si ebbero con i carati, che si impiantarono fin tra i Cazari, il cui re si convertì nel 1140 al giudaismo. Essi ebbero anche esempi insigni.

cabbala (v.), affermatasi nel medioevo, sembrano più antiche. Nel sec. XVI Isacco Luria le diede nuovo vigore, che si manifestò tra l'altro nelle varie esplosioni messianiche di David Rá'úbbán, di Šabbéthaj Šábbh e del Franck.

Con Mosè Mendelsohn si inaugura apertamente la tendenza «liberale» in seno agli E., i quali cominciano ad uscire dal loro tradizionale isolamento e tendono ad assimilarsi con le Genti. Contemporaneamente però si afferma in senso opposto la tendenza dei ḥášidhíh, specialmente nelle comunità dell'Europa orientale. La «campa» giudizionale, ufficialmente concessa agli E. nel 1791 durante la Rivoluzione Francese, favorì la assimilazione e quindi il liberalismo e modernismo. I moderni e liberali Jézus seguono le tradizioni del loro popolo da un punto di vista più nazionale che dottrinale. Si potrebbe anche parlare di sionismo (v.), ridottasi però oggi con la costituzione dello Stato d'Israele, il quale rimedia, almeno simbolicamente, al gáldh.

Antonino Romeo

II. LINGUA

Rappresentata, prima dall'era cristiana, dalla Bibbia e da rari testi extrabiblici, la lingua ebraica non si esaurisce nell'ebraico biblico. Infatti l'ebraico biblico, cioè quel complesso di testi ebraici che giunsero a noi nella Bibbia maso-retica, non rappresenta se non uno stadio di tale lingua, a causa di una «pianificazione» linguistica cui furono sottoposti i testi biblici lungo i secoli fino al tempo dei maestri (v. MASORA E MASORETI, sec. VIII-X d. C).

Fu curiosa opinione di rabbini e di alcuni Padri della Chiesa che la lingua ebraica fosse la lingua dell'umanità primitiva; da questa sarebbe derivata le altre lingue. Oggi invece si sa che l'ebraico ha il suo posto nel ceppo semitico occidentale; è lo sviluppo della lingua cananea parlata dai Semiti (?) che prima degli E. occupavano la Palestina.

I Canaan (v.) sono noti dalle cosiddette glosse cananee contenute nelle lettere di 'Amánah, dai copiosi materiali linguistici scoperti presso Rás Šamrah, da altre iscrizioni fenice, e dalla grande iscrizione recentemente scoperta presso Karatepe (solo però del sec. XIV-VIII a. C.).

Le lettere di 'Amánah (v.), dirette da principi fenici e palestinesi ai faraoni Amenophis III e IV (sec. XV a. C.), al testo babilonese in cui sono scritte aggiungono delle spiegazioni (glosse) in lingua del paese. Queste glosse sono preziosi documenti, che rivelano le forme che stanno alla base della lingua ebraica biblica. Così, p. es., la glossa jázkur (lett. 228, 19) rappresenta la forma primitiva dell'ebraico jízkór, a cui si giunge con un modo,

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(c) La Surrá Bibbia a cura del Pont. Iit. Biblica, II, I libri storici, Firenze 1897, sec. i

commune all'ebraico biblico, di trattare le vocali brevi primitive.

Räs Šamrah (v.) pure fornisce notevoli indizi del- lo stadio (sec. XV-XIV a. C.) della lingua cananeo-fenicia in epoca preisraelitica. Si trova, p. es., in questi testi un significativo uso dei cosiddetti tempi inversi, che costituiscono un tratto così caratteristico della sintassi ebraica biblica.

Da questi riscontri si può dedurre che la lingua ebraica non fu introdotta dagli E. quando occuparono la terra di Canaan, ma preesisteva. Se si volesse fare un'ipotesi circa la lingua parlata degli II. in quell'epoca, si potrebbe pensare all'armario (forse un accenno in Deut. 26, 5) un armeo errante era il mio pregonitore: così deve dire l'israelita offrendo le primizie al Signore; cf. pure Gen. 31, 20-24. 47) oppure all'armoritico (dialetto cananeo orientale, noto soprattutto dai testi di Mari [v.]). Non è cosa ignota nella storia dei popoli che il popolo invase, pur sopprimendo il popolo invaso, ne erediti la lingua. Ciò sarebbe avvenuto per gli E. Entrando nel paese di Canaan adottarono, evidentemente in modo lento, la lingua preesistente, e con l'apporto del loro tesoro linguistico trasformarono la lingua di Canaan, nel protoebraico. Questo protoebraico, tipico risultato di un miscuglio linguistico, alla cui base stava il cananeo (tanto che Is. 19, 18 potrà parlare di una lingua di Canaan) si sviluppò durante i secoli successivi. Ma non si possiede molto materiale per seguire questo sviluppo. Testi extrabiblici sono assai pochi (iscrizioni di Siloe, Mesa, lettere di Lachis, ed altri brevi documenti). Orbene questi testi, che sono più o meno del periodo aureo della prosa ebraica (sec. IX-VI a. C.), non mostrano notevoli diversità dall'ebraico biblico: questo vale soprattutto per le lettere di Lachis, contemporanee al profeta Geremia. Consta però che la pronuncia e la vocalizzazione era spesso diversa da quella fissata dai maestri, e che in uno stesso periodo linguistico vi erano differenze dialettali (cf. ṣibōbēlēh e ṣibōbēlēh, Inde. 12, 6); il pronome relativo al nord era fe-, mentre al sud 'ašer).

Tra le caratteristiche di questa lingua vanno notate almeno le seguenti: 1) in fonetica, il lungo tosemitico è riportato in ebraico con un lungo (arabo salām = ebr. šālām); 2) in morfologia: la desinenza del plurale maschile è -m (invece in aramaico e arabo, anzi perfino nella stela di Mesa si ha -m); 3) in sintassi: il classico uso dei tempi inversi, per cui una narrazione di fatti passati è cominciata con un cosiddetto perfetto e continuata con forme verbali che esteriormente sono futuri, mentre il senso è di perfetto; viceversa per la narrazione di cosa futura si incomincia con un futuro e si continua con un apparente perfetto.

La lingua ebraica parlata ebbe un colpo mortale dalle vicende dell'esilio babilonese (sec. VI-V a. C.). Al ritorno, era già iniziato il lento processo di passaggio alla lingua aramaica. Rimase però l'ebraico dei sacri testi, settimanali, mentre le letti nella liturgia. Intorno a questo ebraico (che per la conservazione potrebbe compararsi al latino della liturgia romana) si prodigarono tutte le cure degli scribi, poi dei rabbini in epoca cristiana. La 'pianificazione', cioè l'adattamento linguistico, consapevole e no, dei testi, specialmente i più antichi, all'uso corrente, ebbe il suo ultimo e definitivo atto nella maestri (v.). La vocalizzazione maestri- cà ha grandissima autorità, ma non rappresenta ne non un ramo della tradizione linguistica, quella tibetiana. È noto che esistevano anche altre tradizioni, quella babilonese, con un suo sistema di punizione vocalica, a quella palestinese: testimoni pure di tradizioni diverse sono la versione greca del Settanta (nelle trascrizioni) a. Giro-lamo.

Rilevando le caratteristiche e i gradi della pianificazione linguistica, quale risulta dal testo maestrico, si osserva che, nel trattare il testo sacro, pare sia avuta la mira di intonare alla parola di Gerusalemme. Posto poi il lunghissimo periodo storico in cui vanno scagliati i diversi libri della Bibbia, si nota: 1) massima u

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niformità nella vocalizzazione (quindi massimo intervento pianificatore); seguono poi in ordine decrescente di uniformità: 2) variazioni consonantiche; 3) variazioni morfologiche; 4) variazioni sintattiche; 5) variazioni lessicografiche. P. es.: il plurale costruito di ṣibōbēlēh dagli scritti mosaici fino all'ultimo scritto biblico è dato come dibbēlē: invece si sa da s. Girolamo che ancora ai suoi tempi si aveva dabbìvē.

Dopo che l'ebraico cessò di essere lingua viva, continuò ad avere le cure dei dotti. Si componevano in lingua, che doveva imitare l'ebraico classico della Bibbia, le opere destinate al ceto colto. Sorge così (forse ancora sotto l'influsso della lingua parlata?) la collezione degli scritti che contengono il codice religioso extrabiblico: la Mišnāh, la Tōsephṭā (col-lazione delle tradizioni non conservate nella Mišnāh), ed altri testi. È questo l'ebraico rabbinico, la cui tendenza è di riprodurre la lingua biblica: ma sono entrati in esso molti aramaismi, grecismi, latinism

i. Sotto l'aspetto grammaticale basti ricordare che non sono più usati i tempi inversi, ma la plurale maschile la desin

m (non più -m): si forma un mitpa'el (invece del hitpa'el biblico).

Nel medioevo la lingua ebraica rabbinica ha uno sviluppo notevole: di questo lungo periodo sono pregevoli opere di rabbini: si hanno poesie liturgiche (dette pāyāt dal greco πāyāt), trattati scientifici, soprattutto eseguiti con filosofici. È di questo periodo la creazione della grammatica e lessicografia ebraica (v. TA'ANITH). È, se, che scoperse la legge del trilaterismo anche nell'ebraico; qimchi, famiglia di insigni filologi [sec. XI]).

Da questa lingua ebraica così amorevolmente coltivata, è sorto finalmente il neo-ebraico.

Il movimento sionista, che ha oggi portato alla costituzione della Stato d'Israele, ha dovuto affrontare la questione della lingua comune da imporsi agli E. che sono 'saliti' (è la parola usata da loro per indicare gli immigrati) da tutte le parti del mondo e che parlano lingue differenti. Ritornò alla lingua dei padri: l'ebraico. Essendo però l'ebraico lingua morta da due millenni, si dovette pensare ad aggiornare le necessità della civiltà moderna. L'opera imponente di un ebreo di Odessa, Eliezer Ben lehuda (r. 8.8-1922), con il vastissimo Thesaurus totius Hebraicis (Berlino 1908 sgg.), piegò l'idio-mia della Bibbia alle necessità del sec. XX. E così si può oggi dire in lingua ebraica 'luce elettrica', 'radio',

"avizione", ecc. Si apre in questo modo un nuovo fecondo periodo della lingua ebraica divenuta di nuovo viva. L'attività letteraria ebraica è ormai notevole per le pubblicazioni scientifiche (centro soprattutto l'Università ebraica di Gerusalemme) e pubblicazioni d'indole di- vulgativa in Teli Aviv.

Bibl.: Introduzioni delle grammatiche ebraiche d'indole scientifiche, soprattutto di H. Bauer-P. Leander. Historische Grammatik der hebräischen Sprache des Alten Testaments, Halle 1918, e di G. Bergsträsser, Hebräische Grammatik, I, Lipsia 1918. Cf. inoltre: W. Baumgartner, Was wir heute von der hebräischen Sprache und ihrer Geschichte wissen, in Anthropos, 35-36 (1940-1941), pp. 393-416 (con amplissimi bibli.).

Grammatiche più accessibili: J. Touzard, Grammaire hebrétique abrégée, Parigi 1905, nuova ed. ridotta di A. Robert, in 1949; I. Pizzi, Elementa grammaticae hebraicae, Torino 1900; F. Serbo, Gramm. della lingua ebraica, Firenze 1909; P. Jodun, Grammaire de l'abbé biblique, Roma 1923, ristampa 1947 (ottima specialmente per la sintassi). Circa la letteratura ebraica postbellica: U. Cassuto, Storia della letteratura ebraica postbellica, Firenze 1938.