ENRICO VIII, re d'INGHILTERRA. - Secondo-genito di Enrico VII, n. il 28 giugno 1491, m. il 28 genn. 1547, divenne erede al trono per la morte del fratello Arturo (1502), e re il 2 apr. 1509, diciottenne. Aveva avuto una buona educazione, mostrava inclinazione per la teologia, la musica, la poesia, gli sports. Con dispensa di papa Giulio II sposa la vedova del fratello, Caterina, figlia di Ferdinando d'Aragona.
Eliminati quasi tutti i ministri e consiglieri del padre nei quali punisce con la morte l'accusa popolare di rapacità, si affida ad altri consiglieri, e dal 1512 al 1529, a Tommaso Wolsey. Diplomatico della vecchia scuola, Wolsey è, all'opposto del suo sovrano, poco aperto ai tempi nuovi: è estraneo alla politica marinara, mentre E. è il fondatore di una marina regia da guerra; è estraneo alle esplorazioni, mentre E. le favorisce, almeno entro limiti che non possano alternare la Spagna e il Portogallo. Ma per il resto si lascia guidare dal suo ministro a segue una politica di equilibrio continentale, seppur non sempre coerente e rettilinea: dapprima contro il pericolo di un predominio francese, che del resto sente anche nella stessa isola, dati i tradizionali legami fra Scozia e Francia, combatte la Francia (campagna in Guscogna, battaglia di Guinegate 1513, vittoria sugli Scozzesi a Flodden Field); poi, nel conflitto fra Carlo V a Francesco I, inclina verso quest'ultimo, ma nel 1520 si unisce all'Asburgo, per lasciarlo quando la vittoria di Pavia (1525) lo fa troppo potente in Italia e sul papato. Nell'insieme, questa politica non aveva reso molto a basterebbe già a spiegare il venir meno della fiducia del sovrano nel suo ministro. Sempre più dispotico per natura e perciò insofferente del potere parlamentare, il Re, prima di tener chiuso il Parlamento quasi ininterrottamente per 14 anni, aveva potuto constatare, in varie circostanze, che quel corpo era ispirato da risentimenti anticlericali e che al bisogno avrebbe potuto valersene per imporsi al clero. Ma in questi anni E. era ben lontano dall'iassegare contro l'autorità della Chiesa romana nel campo dottrinario e scriveva in questo tempo una Assertio septem Sacramentorum contra Martinum Lutherum e si meritava da Leone X il titolo di fidei defensor.
Ciò che ve lo spinse fu una circostanza personale, nella quale egli credette di vedere offesa la sua reputazione a quella dell'Inghilterra; la questione cioè del suo divorzio o piuttosto, come egli dava a credere, della illegittimità e quindi non esistenza del suo matrimonio con Caterina d'Aragona. Per gli impedimenti di affinità, sanati dalla dispensa di Giulio II tuttavia, egli pretendeva che il matrimonio si considerasse come non mai avvenuto e alle repulse del Pontefice (luglio del 1529) e all'incapacità del Wolsey di superarle, volle dare l'interpretazione che esse


Ma progredendo negli anni, il Re, sempre più dispotico, sospettoso, egoista, cupamente cinico spande la morte fra le persone che gli sono più vicine: è la sorte della seconda e della quinta delle sue sei mogli successive (Anna Bolena, 1536, a Caterina Howard, 1542); scampa la terza, Jane Seymour, che gli dà finalmente l'erede maschio (Edward VI) e muore di morte naturale; scampa la quarta, Anna di Clèves, che egli ripudia; a scampa l'ultima, Caterina Parr, che sa l'arte di trattare quel-
l'uomo ed ha soprattutto la fortuna di vederlo morire prima di lei. Allo stesso modo, come è tirannico nella sua vita privata, è intollerante nella vita pubblica; egli, che pur ha rotto i secolari legami del popolo inglese con la Chiesa di Roma e che in questa azione si è trovato a cooperare di fatto con i luterani e con gli altri movimenti protestanti, è invece quanto mai alieno dal tollerare protestanti nel suo Regno: li perseguita non meno dei cattolici che non accettano il distacco da Roma; rimasto, per quanto attiene al dogma e alle disposizioni canoniche, sostanzialmente cattolico (e ne è prova il Six Articles Act, che impone la dottrina cattolica della transustanziazione, della Comunione sotto una sola specie, del celibato dei sacerdoti), perseguita i protestanti in quanto eretici a i cattolici fedeli a Roma in quanto ribelli.