dei calvinisti. Auspice la regina vedova, Caterina de' Medici, sposò la figlia di lei, Margherita (17 ag. 1572), pegno di pace fra cattolici e calvinisti; ma una settimana dopo, la notte di s. Bartolomeo pone fine a quel piano ed E. è salvo, pare, soltanto per l'intervento di Carlo IX, ma anche dopo l'abbina (sett. 1572) è trattenuto a corte in larvata prigionia. Ne fugge nel febbr. 1576, torna al calvinismo e ne diviene capo militare e politico, anche in rivalità con Enrico I, duca di Condé, e come tale è riconosciuto dalle potenze protestanti; però si atteggia a tollerante, per non rompere tutti i ponti con l'altra parte, nel caso, sempre meno improbabile, che si trovasse erede della corona di Francia. Il caso si presenta, infatti, nel 1584, per la morte di Francesco, duca di Alençon, ultimo fratello di Enrico III, privo di prole. Ma una bolla di Sisto V (9 sett. 1585), sollecita dai leghisti cattolici, priva E. e il Condé dei diritti di successione. Finché vive Enrico III, egli ostenta fedeltà al re, lo sostiene nella sua lotta contro i Guisa, si vale dell'appoggio finanziario delle potenze protestanti, mentre quelle cattoliche, e specialmente Filippo II di Spagna, sostengono i Guisa. Scomparsi i Guisa ed Enrico III (1° ag. 1589), E. IV si trova ad essere re di Francia solo per una parte dei suoi sudditi: per i calvinisti, per i cattolici legittimisti, per i politici a quali non regnano che il re possa essere di fede diversa dalla maggioranza dei sudditi, ma non per la maggioranza dei Francesi, soprattutto delle province del nord e del'Est (in prima linea della capitale, che gli oppongono come antire le zio Carlo, card. di Borbone. E deve uscire dal suo atteggiamento tollerante, combattere questi sudditi riottosi e soprattutto Filippo II che li sostiene con le armi dell'abilissimo Alessandro Farnese. Ma né Ivry, vittoria di E., né Lagny, successo del Farnese, sono decisivi. Decisivo è che E. si avvede che solo un re cattolico potrà dare la sua alla Francia; decisivo è che i leghisti cattolici si avvedono che la continuazione della guerra civile significherà lo smembramento della Francia a fitto di Filippo II. Avvicinandosi così, sull'idea dell'unità della Francia, i due opposti partiti, riesce possibile ad E. consumare, senza troppo scandalo, la sua seconda abiura (25 luglio 1593), farsi coronare a Chartres (27 febbr. 1594) e entrare a Parigi il 22 marzo successivo. Il 17 sett. 1595 papa Clemente VIII assolve il re relapso e con ciò toglie ogni giustificazione religiosa alla guerra di Filippo II alla ostinata resistenza di alcune città leghiste. Finalmente la guerra finiva per esaurimento finanziario dei belligeranti nella pace di Vervins (2 maggio 1598). Quasi negli stessi giorni l'editto di Nantes garantiva ai sudditi protestanti l'esercizio della loro religione, nonostante la riluttanza dei parlamenti provinciali a registrare l'inaudita novità; dei quali parlamenti, del resto, E. IV non esita a tenere poco conto, come nel caso del richiamo della Compagnia di Gesù (1603), imposto dal re contro il Parlamento di Parigi.
Ma dopo Vervins, dopo avere indotto alla pace (di Lione, 1601) anche l'inquieto duca di Savoia Carlo Emanuele I, dopo avere piegato gli ultimi ribelli, come il duca di Biron (1602) e il duca di Bouillon (1606), tutte le cure di E. IV sono rivolte a sanare le orribili pagine della guerra e la povertà del tesoro dello Stato. Guidata da una sorta di fisioterismo ante litteram, cui si ispirava il suo eccellente ministro duca di Sully, solo in parte dalle idee mercantilistiche del de Laffemas, il re riporta, nel giro di pochi anni, la Francia a una rela
tiva prosperità e a un ruolo di primo piano nella grande politica europea: così adoperò nel 1607 nell'asprà controversia fra Venezia e la S. Sede e due anni dopo nell'indurre la Spagna a una tregua di 12 anni con le Province Unite dei Paesi Bassi. Ma tutto ciò preludeva a un suo progettato intervento armato anti suboracco in Germania e in Italia in alleanza con i principi protestanti tedeschi e con Carlo Emanuele I di Savoia, quando il pugnale dell'esaltato Francesco Ravallac pose fine al grand dessein.