EPIGLESI. - Secondo l'etimologia, la parola e. (in gr.: ἐπὶ χάλκιμα, da ἐπὶ χάλκιμα, chiamo, in-voce) significa «invocazione, preghiera»; generica-mente: «formola deprecativa».
I. NOZIONE DELL'E
Nel rituale di tutte le Chiese, soprattutto nel Rituale Sacramentorum, si trovano molte e. o invocazioni. Si hanno, così, e. battesimali, eucaristiche, penitenziali ecc. Dal sec. XVI però ai nostri giorni, quando si parla di e., anzi dell'e., s'in-tende un'e. eucaristica specifica che nell'Ordinario della Messa di quasi tutti i riti orientali e di parecchi riti occidentali (mozaabico, gallicano ecc.) viene su-bito dopo la narrazione dell'istituzione dell'Eucari-stia: mediante la quale, il celebrante supplica Dio Padre di inviare lo Spirito Santo sui presenti e sulle oblate che si trovano sull'altare perché trasformi il pane in Corpo e il vino in Sangue di Cristo e renda sa-lutare il sacrificio per i fedeli e per la Chiesa in gene-re. In breve: l'e., com'è intesa dai teologi da diversi secoli, è la supplica perché intervenga lo Spirito Santo a operare la transustanziazione e la santi-ficazione dei fedeli, supplica che si fa dopo le parole del Signore: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue».È significativo il fatto che in quasi tutte le liturgie e Messe, la preghiera per la santificazione dei fedeli è congiunta a quella per la transustanziazione, allo stesso modo che si prega il Padre di inviare il suo Spirito prima sui fedeli e poi sulle oblate. Molti autori appunto non fanno attenzione a questo doppio oggetto dell'e. e si fermano unicamente alla preghiera per la transustan-ziazione. L'e. così espressa è comunemente chiamata l'e. dello Spirito Santo, modo di dire assai improprio perché la preghiera del celebrante non è diretta allo Spirito Santo, ma al Padre. Sarebbe, quindi, più logico chiamarla l'e. del Padre. D'altra parte, in molte Messe orientali, l'e. è diretta non al Padre ma al Figlio, cioè al Verbo. Per trovare un'e. diretta allo Spirito Santo, bisogna ri-correre al Liber Sacramentorum mozzarabico, il quale contiene anche e. diretta a tutta la Trinità.
Si trascrive qui, come esempio, l'e. tratta dalla Messa bizantina che va sotto il nome di s. Giovanni Crisostomo. Il celebrante, inclinando il capo, dice sot-tovo: «Noi Ti domandiamo, Ti preghiamo, Ti sup-plichiamo: invia il Tuo Santo Spirito su noi e sulle oblate qui presenti e rendi questo pane Corpo prezioso del tuo Cristo» ciò che sta nel Calice Sangue prezioso del tuo Cristo, trasformandoli mediante il tuo Spirito, in modo che essi divengano per i fedeli che li ricevono purificazione dell'anima, remissione dei peccati, attua-zione del Regno dei cieli, pegno di fiducia dinanzi a te e non giudizio o condanna».
Il significato moderno del termine e., usato con l'ar-ticolo determinativo (=l'e.), non corrisponde all'e. a cui si riferiscono comunemente i Padri greci. Per essi, l'e. senz'altra determinazione, ἐπὶ χάλκιμα, indica la pre-gheria eucaristica in genere, quella cioè che noi chia-miamo Canone della Messa (Prefazio compreso) ed i Greci Anafora. Nel Canone e nell'Anafora rientrano, come parti nel tutto, tanto le parole del Signore quanto l'e. dei moderni. Di qui tutte le confusioni e gli equivoci in cui cadono molti autori.
II. L. A. B. E. L. E. - È un vero uso arbitrario quello instaurato nei tempi moderni di usare il termine e. ad indicare esclusivamente l'invocazione consecratoria ed impetratoria nello stesso tempo, di cui si è ora parlato. L'origine di tale abuso va ricercata in quella controversia che s'accese tra Greci e Latini nel sec. XIV sulla forma dell'Eucaristia. I Latini si meravigliavano perché i Greci chiedevano nella loro liturgia la consa-crazione della oblata dopo la parole del Signore. CABASILAS, NICOLA (v.), prima, Simone di Tessalonica (m. nel 1439) e Marco d'Efeso (m. nel 1444) poi, per argomentare contro i Latini, estogitarono una teoria inaudita sulla forma dell'Eucaristia, secondo cui la Consacrazione svviene non nell'istante nel quale il sacerdote dice in persona Christi: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue», ma quando domanda al Padre di inviare lo Spirito Santo sui fedeli e sulle oblate a compiere la transustanziazione.
La parole del Signore, tuttavia, non sono inutili: sono la condizione di una non perché l'è, che vien dopo abbia la sua efficacia. Né i Greci né i Latini fecero caso che tanto nelle loro liturgie quanto nelle altre Messe orientali e occidentali si trovavano non una, ma parecchie. Invocazioni. Considerate nel loro oggetto, tali e, possono essere divise in due categorie: e, strettamente impetraturi - con le quali domandano le grazie per la santificazione - ed e, consacraturi, con le quali si domanda la conversione delle oblati nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Se si guarda al posto in cui si trovano nel testo liturgico, le possono essere dette antecedenti e susseguenti, secondo che vengono prima o dopo le parole del Signore. Ora, passando in rassegna le diverse liturgie, ci si accorge appunto che in una stessa Messa si trovano non soltanto molte e, impetraturi, antecedenti o susseguenti, ma anche molte e, consacraturi, pur esse antecedenti e susseguenti. Perché, allora, servirsi della parola e, per indicare esclusivamente l'è, consacraturi, susseguente? Si osservi, per es., la Messa bizantina di Giovanni Crisostomo, come si usò sino alla fine del secoli, secondo il Codex Barberini 330. Già all'inizio della Messa, si leggeva la seguente e, consacraturi, diretta a Gesù Cristo: «Signore nostro Dio, che ti sei offerto come un angello senza macchia per la salvezza del mondo guarda noi, questo pane e questo calice e rendili tuo Corpo immacolato a tuo Sangue prezioso a nutrimento delle anime e dei corpi» (cf. E. Brightmann, Eastern Liturgies, I, Oxford 1896, p. 309). Questa e, non compare più dopo il se. VIII.
Nelle Messe copte di s. Basilio e di s. Cirillo, nella liturgia greco-alesandrina di s. Gregorio, in quella greca di s. Marco, nell'altra liturgia greca del papiro di Dèr Balizèh, si trova un'è, consacraturi antecedente mentre molto esplicita oltre l'è, consacraturi susseguente.
Diversi autori hanno sostenuto che la presenza d'una e, consacraturi susseguente fosse un fatto primitivo e universale. Non è vero perché i testi liturgici più antichi attualmente conosciuti, come la Traditio apostolica di s. Ippolito e il Testamentum Domini, hanno una sola e, impetraturi, susseguente nella quale la discesa dello Spirito Santo è invocata per ottenere grazie di santificazione.
III. DIFFICOLTÀ DOGMATICA E SUA SOLUZIONE
Una questione di natura dogmatica scaturisce in-dubbiamente dall'è, consacraturi susseguente che si trova nelle liturgie. Infatti, secondo la dottrina cattolica, non ancora solennemente definita, ma chiaramente proposta dal magistero ordinario, la vera forma dell'Eucaristia sono le parole del Signore: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue». È nell'istante in cui il sacerdote le pronunzia sul pane e sul vino, in nomine et persona Christi, che avviene la transustanziazione. Non si richiede altra formula, prima dopo, per compiere il mistero. Nel Concilio di Firenze, Eugenio IV voleva inserire questa dottrina nel Decreto di unione con i Greci e vi rinunziò soltanto in seguito alla pubblica dichiarazione che essi fecero il 5 luglio 1439 mediante il Besserione, secondo la quale dissero di seguire l'insegnamento, su questo punto assai chiaro, del loro grande dottore s. Giovanni Crisostomo. La stessa dottrina si trova esplicitamente nel Decretum pro Armenis, la suppongono il Concilio di Ternoto (sess. XIII, can. 3) e le rubriche del Messale romano, è sostenuta da molti papi e da molti decreti delle SS. Congregazioni Romane contro le nazioni degli Orientali dissidenti. L'ultima dichiarazione in proposito fu fatta da Pio X nella lettera: Ex quo nono labente saeculo del 26 dic. 1910 (AAS, 3 [1911], p. 219), nella quale viene condannata l'opinione del principe Massimiliano di Sassonia, così formulata: «nella Chiesa orientale e secondo le sue intenzioni, l'è, che vien dopo le parole del Signore è la parte più importante della Consacrazione, le parole del Cristo producono il loro effetto mediante l'è, e la presenza reale avviene soltanto allorché essa è terminata». Altri teologi cattolici prima di Massimiliano avevano sostenuto una teoria identica o quasi. Si ricordano: Ambrogio Catarino e Cristoforo de Cheffontaines, del sec. XVI; il liturgista Lebrun, Eusebio Renaudot, del sec. XVIII; H. Schell e G. Rauschen del sec. XIX.Indubbiamente, se si fa caso solo all'è, consacraturi, susseguente, si trova difficoltà a conciliare tale formula con la dottrina cattolica tanto più che, nel testo di parecchie liturgie, le parole del Signore si presentano nel semplice svolgimento della narrazione. La difficoltà cessa, o per lo meno acquista minore consistenza, se si fa attenzione al due seguenti fatti liturgici:
1) molte liturgie contengono e, consecraturi antecedenti oltre l'è, consacraturi susseguente; talvolta anche l'è, antecedente si trova proprio all'inizio del testo liturgico, come nella Messa bizantina antica di s. Giovanni Crisostomo.
2) In qualsiasi liturgia, anche se esposta in tono puramente narrativo, le parole del Signore sono accompagnate da gesti o ritmi che esprimono senz'alcun dubbio l'intenzione di applicare tali parole alla materia presente.
Il primo fatto trova la sua spiegazione in questo: che la Chiesa è solita, nell'ecologia sacracentaria, esprimere diverse volte, tanto prima che dopo l'atto essenziale, la domanda dell'effetto o degli effetti dell'azione sacra. Scrive il Bossuet: «La Chiesa, al fine di rendere più sensibile l'azione sacra, parla in ciascun punto di essa come se proprio allora la stessa realizzando e senza troppo preoccuparsi se invece è già avvenuta o debba forse ancora avvenire, l'istessima che tutto si trovi nell'integrità dell'azione e che si abbia, infine, del mistero la spiegazione più completa, più viva e sensibile che si possa immaginare... La Chiesa non si sancita di spiegare i molti modi la grande realtà che si è compiuta, pregando Dio di compierla ancora» (Explication de quelques difficultés sur les prières de la Messe, 45). Il secondo fatto non è meno degno di essere rilevato, perché viene a far parte del contesto puramente narrativo e dà risalto all'intenzione esplicita di attribuire un significato attuale ad una realtà passata che si sta commemorando.
Si deve aggiungere che la dimostrazione chiara della dottrina cattolica sulla forma dell'Eucaristia dev'essere richiesta alla tradizione patristica. Anche se abbastanza rare, le testimonianze esplicite di tale tradizione sono sufficientemente numerose per stabilire che, sin dall'inizio, le parole del Signore sono state considerate dappertutto come forma della Consacrazione. Si vedano Giustino, Ireneo, Ambrogio, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Agostino, Eschio di Gerusalemme, Fausto di Riez, Severo di Antiochia, Isidoro di Siviglia. Di testimonianze apertamente contrarie si trovano in tutta l'antichità quella del nestoriano Babai il Grande (m. verso il 628) e le altre di alcuni polemisti ortodossi del tempo iconoclasta: l'autore della Confutazione del Sinodo iconoclasta del 753, s. Niceforo di Costantinopoli, Teodoro Abou-Qurra (m. nell'820), Non è chiaro il pensiero di s. Giovanni Damasceno.
Dopo il periodo patristico, la dottrina cattolica viene insegnata nelle Chiese orientali dissidenti da molti teologi, specialmente presso i monofisiti. Le voci discordi cominciano a farsi sentire solo in occasione del tentativo di unione con i Latini. È così che nel sec. XIII l'armeno Vartan il Grande, avversario dell'unione, sostiene che la forma della Consacrazione è l'è, susseguente. Nel sec. XIV, Nicola Cabasilas adduce a difesa di tale opinione diverse
regioni teologiche. Ai nostri giorni, la maggior parte dei dissidenti orientali, malgrado l'insegnamento dei loro inti- tichi dottori e teologi, hanno ripreso comunemente a sanatoria. Si notano tuttavia tra di essi notevoli sfuma- ture. I teologi russi, p. es., sostengono che le parole del Signore fanno parte della forma totale, nel senso cioè che condizionano l'efficienza consecratoria dell'e. che vien dopo, mentre per i Greci hanno un valore puramente narrativo.
L'uso della Chiesa, nell'ecologia sacramentalista, di domandare più volte successivamente l'effetto dell'azione sacra, tanto prima che dopo il rito principale, vale a spiegare tutte la forme d'e. Se l'e. consecratoria susse- guente sotto forma di domanda al Padre perché invii lo Spirito Santo è divenuto la più diffusa, soprattutto in Oriente, ciò è dovuto senza dubbio al fatto che tale forma ha il doppio vantaggio di esprimere la cooperan- zione del Padre e dello Spirito Santo nel mistero della transustanziazione e di mettere in rilievo l'ufficio di san- tificatore e di consecratore attribuito dal Padre alla terza persona della S.ma. Trinità. Si è visto, infatti, che la forma dell'e. in questione non domanda unicamente la conversione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, ma la domanda con una finalità specifica: quella della santificazione dei fedeli e della loro unione nella carità. La qual domanda si trova ben opportuna- mente al suo posto, nell'immediata vicinanza, cioè, della S. Comunione.
Altre spiegazioni dell'e., più o meno ingegnose, hanno dato i teologi. Tra le più semplici c'e quella di Giorgio Scholarios (m. dopo il 1472), difensore esplicito della dottrina catolica, spiegazione che è stata poi ri- presa dal Bossuet: tale preghiera, come anche altre for- mole analoghe, ha lo scopo di esprimere l'intenzione che ha il celebrante di consacrare l'Eucaristia. C'e pure una spiegazione cosiddetta drammatica, secondo la quale la Messa è l'espressione sintetica di tutta l'opera della sal- venza e segna la sua tappe principali. L'e. consecratoria susseguente corrisponderebbe al mistero della Risurre- zione, secondo Teodoro di Mopsuestia e i liturgisti ne- sionari; al mistero della Pentecoste, invece, secondo molte liturgie etiopiche e secondo il dialogo tra il sa- reddore e il diacono quale si trova interpolato nelle at- tuali Messe bizantine.