FEDERICO I BARBAROSSA, IMPERATORE

FEDERICO I Barbarossa, Imperatore. — Nipote di Corrado III, fondatore della potenza del ducato svevo, figlio di Federico di Svevia e della bavarese Giuditta, sorella di Enrico il Superbo, salì al trono il 4 marzo 1752. Ebbe dalla sua volontà e dalla sorte il merito, chiudendo la lunga crisi del potere impre-riale, di riunire in sé entrambi i rami dell'imperia-lismo tedesco, congiungendo nel parentado, come poi nell'azione politica, casa di Franconia e casa guelfa, riportando a unità il principio e la forza dell'Impero.

La sua stessa ascesa al trono significò la rinnovata presa di posizione dello Stato feudale germanico contro le teorazia romana e il definitivo staccarsi dell'Impero dai tradizionali rapporti che Carlomagno e Ottone I avevano consacrato con la Chiesa di Roma e che, al ter-mine della prima fase della lotta delle investiture, il Con-cordato di Worms aveva riconfermato. Dai primi atti di governo (concessione della Baviera allo zio Enrico il Leone, ripresa dell'influenza regia nelle elezioni episco-puli) F. dà chiari segni della via che avrebbe percorso senza mai deflettere. Accentuò, nella sua mente, la posi-zione, nell'Impero, dell'Italia, ove vede il campo delle discordie comunali come la migliore garanzia di una riaffermazione nella penisola del potere imperiale. La crisi vasta e profonda del potere pontificio, giunto, al tempo di Eugenio III, ad un momento di incertezza e di scontento delle vie fino allora perseguite, gli apriva la possibilità di non tenere lo stesso conto dei suoi prede-cessori del potere della Chiesa di Roma. E in via del Mezzogiorno, con la ripresa della politica degli Ortoni, gli si riapriva, nell'auspicata impossibilità di accordo, contro l'Impero, di papato e Comuni. In Roma stessa, la parola accesa di Arnaldo da Brescia, con il rifluire il nuovo rigoglio delle mani spente tradizioni imperiali, gli davano la speranza di poter contare anche sull'appoggio del popolo romano contro il Pontefice. E, d'altra parte, proprio il Pontefice, nel momento della più aspra lotta con il Comune romano, si faceva auspice di una alleanza con F. (Patto di Costanza, del 1553), offrendogli la corona imperiale contro l'assoggettamento di Roma e l'abbatti-mento della potenza romana.

Non diversamente, i Comuni dell'alta Italia, tratti dall'asprezza delle loro lotte, si facevano essi stessi i ri-chiedere, l'un contro l'altro, l'intervento imperiale: così Lodi e Como contro Milano, accerchiata da potenti ini-micizie. E il fatale dissidio si disegnava: tra l'universalismo dell'Impero e il particolareismo delle autonomie cit-tadine, senza peraltro che i due universalismi (Impero e Chiesa) potessero giungere ad un sincero accordo, per la ripresa di una rivalità ormai secolare e che avrebbe portato alla seconda fase dell'urto grandioso.

Ottobre 1554: F. scende in Italia, assume la corona regia in Pavia, accetta la soggezione dei feudatari del Monferrato e dei Comuni della consorteria antimilanese. Ma il Comune dominante è Milano, e, appunto perché le sue rivali si rivolgono al re tedesco, essi gli si volge contro. In quella sua prima ora italiana, F., pur dopo aver mostrato la sua forza con la distruzione di Tortona, d'Asti, di Chieri, non ha il tempo di regolare i suoi conti con Milano. Più urge il viaggio verso Roma. Nella città, successo ad Eugenio III Adriano IV, la situazione del

Pontefice era assai migliorata: l'interdetto da cui i Romani erano stati colpiti il aveva tratti ad abbandonare al suo destino Arnaldo da Brescia. Ciò reca i rapporti tutt'altro che cordiali tra il re tedesco e il Pontefice. L'interesse attenua la diffidenza: F. sacrifica Arnaldo e riceve, in S. Pietro, il 19 giugno 1555, la corona imperiale. Ma intorno l'ordinamento combattere dei Romani, uniti con-tro l'Imperatore in uno dei più memorabili episodi di resistenza e di lotta della storia della città, strumento le forze dell'esercito tedesco, costringe F. al rapido ri-torno in Germania.

Se la prima discesa in Italia non aveva sortito che un effetto formale, con la contrastata incoronazione in S. Pietro, mentre lasciava indigne l'animo deluso dei Pontefice i ricercare piuttosto il necessario equilibrio, la sicurezza e la pace nell'accordo con i Romani, in Germania, con abilità con fortuna. F. può, sia pur molto concedendo ai grandi vassalli, stabilire le basi di un saldo potere personale. La Borgogna è congiunta ai domini imperiali per il matrimonio di F. con Beatrice. La alla calma che subentrava nel Regno tedesco, faceva riscontro lo stato di agitazione dell'Italia, ormai consi-derata come la prima terra dell'Impero, e particolarmente della Lombardia. F., quando scende di nuovo in Italia nel 1558, era già in urto violento non solo contro le auto-nomic cittadine, ma contro la Chiesa romana, animata dallo spirito di iniziativa del card. Ronaldo Bandinelli, che sarebbe poi stato, come da pontefice (Alessandro III), il più fiero antagonista dell'Imperatore.

In Lombardia, Milano esce fiaccata, nel sett. del 1588, dallo scontro diretto, questa volta, con F. Ed a nove, questi può radunare, sui piani di Roncaglia, la più famosa delle sue diete: e, nella *Costituzione de rega-libri*, rivendicare all'Impero tutti i diritti sovrani usurpati da vassalli e da Comuni. Ma tali rivendicazioni imperiali, anche se accolte in linea di principio dalle varie parti in causa, non potevano non tradursi in feroci punti di dis-sensione, quando avessero dovuto applicarsi nella realtà. Verrà, alla base, d'altra parte, non un'abolizione, ma un riconoscimento delle costituzioni comunali, pur con il chiaro sottoporsi all'Impero quanto alla nomina delle magistrature. Ma appena l'opera dei podestà imperiali, nominati per effetto delle decisioni di Roncaglia, si rilevò arbitraria preportanza, la rivolta scoppiò, per prima, a Milano ed in Genova.

Già Adriano IV, e poi il neo eletta Alessandro III, abbandonato palesemente l'Imperatore, facendo causa comune con le città ribelli. A riequilibrare la sua posizione, F. non trova altro che portare lo scisma nel seno stesso della Chiesa, grazie all'elezione, contro Alessandro, di Vittore IV (Ottaviano di Monticelli), ciò che lo porta ad emergersi sempre più nella materia religiosa, con la con-vocazione di un Concilio a Pavia, dove Alessandro III non si recò. È dopo il Concilio che F. distrutta Crema, interruttuale di Milano, si rivolge nuovamente contro questa ultima e la prende per fame, dopo un assedio di tre anni, nella primavera del 1163. Questa volta le mura e le torri sono abbattute, saccheggiati i quartieri della città, dis-persi i cittadini. Dietro la rabbia teutonica, l'odio delle città rivali (Lodi, Pavia, Como, Cremona, Novara) po-teva finalmente trionfare.

Con la distruzione di Milano e l'aspra crisi che travaglia il potere papale, mentre lo scisma di Vit-tore continua con Pasquale III, F. raggiungeva il momento della sua maggior potenza. Grandi disegni ancor volgeva nell'anima; la restaurazione del po-tere imperiale egli la vedeva nel definitivo predo-minio in Roma e nella soggezione del Pontefice, nel-l'ulteriore allargamento territoriale nel nord e nel centro d'Europa, nella ripresa della politica orientale degli Ortoni. Aveva già posto le mani sui beni della contesta eredità matildina, con un atto di forza che la Chiesa non avrebbe dimenticato. Aveva, dall'an-tipapa Pasquale, voluto la canonizzazione, a gloria dell'autorità imperiale, di Carlomagno. Contro Ales-sandro III, reduce dall'esilio in Francia, rivolge il

suo sforzo di guerra: e riesce ad insediarsi a Roma, e nella stessa Basilica Vaticana, in cui installa, fuggito il Papa legittimo presso i Normanni, l'antipapa, nuovamente ricevendone la corona imperiale. Ma ancora una volta la resistenza non doma e un'epide-mia scoppiata fra le sue truppe lo traggono a riprendere il cammino d'oltralpi, mentre vede, intorno a sé, crollare quel disegno di restaurazione del potere dell'Impero che aveva tenacemente perseguito.

Sulla rivolta serpeggiante delle città della piana padana stende la sua influenza Bisanzio, con il tramite di Venezia: Verona è pone a capo della lega, cui aderiscono i Comuni lombardi. A Pontida, il 7 apr. del 1167, si decide la ricostruzione di Milano e la lotta a oltranza dei Comuni per la loro libertà, mentre si acclama a capo della lega stessa Alessandro III e in suo onore si dà il nome di Alessandria ad una città nuova, fatta sorgere alla confluenza della Trebbia e del Tanaro. Il partito ecclesiastico rialza il capo anche in Germania; i grandi feudatari non son più solidali con l'Imperatore, divisi da lui dalla politica italiana.

Nel 1174 F. scende per la terza volta nella penisola, pone invano l'assedio ad Alessandria e, dopo una serie di scontri e di tentativi di pace, viene battuto a Legnano, il 29 maggio 1176, dalle forze dei liberi Comuni. Solo a gran stento F. può rifugiarsi a Pavia.

L'anno dopo Legnano, il 21 luglio 1177, a Venezia, l'Imperatore e il Pontefice si accordavano e si stabiliva con i Comuni una tregua decennale. Costretto a ritornare immediatamente in Germania dal tramutarsi in aperta rivolta dell'atteggiamento di Enrico il Leone, riesce a sconfiggerlo, dando il crollo alla potenza della casa guelfa. E, ancora una volta, la grande idea dell'Impero universale lo riassorbere, tentando con Lucio III quanto non gli era riuscito con Alessandro, frattanto morto. Nel 1183, a Cosenza, venivano confermati i termini dell'accordo di Venezia, stabilendosi la pace fra i Comuni e l'Impero. Il grande lottatore pareva ormai, presso al tramonto, tratto ad abbandonare la sua politica italiana, quando, con un gesto di abilissima politica matrimoniale, egli riusciva ad innestare l'autorità italiana dell'Impero nella ben più reale potenza dei Normanni, unendo in matrimonio il figlio Enrico con l'erede del Regno di Sicilia, Costanza d'Altavilla.

Nel 1187 Gerusalemme ricadeva in mano degli inferi: nel mondo cristiano si avviano spiriti e forse per una nuova Crociata. Solo questo impediva l'ulteriore ricchezza di una lotta, che avrebbe avuto un carattere di violenza non inferiore al passato. Ma la vita dell'Impero volgeva ormai al suo termine: il 10 giugno 1190 egli moriva sulla via di Terra Santa, in Cilicia, annegato nel fiume Salef. Il chiudersi dell'attività di F. quale crociato distendeva una luce di pietà religiosa (del resto, mai venutagli meno) sulla sua figura.

Bis.: Fonti: Uteno di Frusina, Gesta Friderici I, a Rehaeui continuato, a cura di G. Waits, Hannover 1012; Guntherus, Ligurius sive de rebus gestis imp. Friderici I libri X, PL. 212, 327-476; Gottfried Viterbensis, Gesta Friderici, ed. G. Waits, in MGH, Scriptores, XXII, pp. 307-34; Historia de expedito Friderici imp., ed. A. Chroust, Lipsia 1028; Annales Patrici, 1028; Epistolae in Scripturarum, ed. O. Holder Egger, Hamburg 1028; Chronica Regia Coloniensis, ed. G.H. Peters, in MGH, Scriptores, XVII, p. 723 sqq.; Burcandius Ursbergensis, Chronica, ed. O. Holder Egger, in MGH, Scriptores, XVII, p. 723 sqq.; Annales Patrici, 1028; Annales Patrici, 1028; Annales Patrici, 1028; Annales Patrici, 1028.

Bis.: Fonti: Uteno di Frusina, Gesta Friderici I, a Rehaeui continuato, a cura di G. Waits, Hannover 1012; Guntherus, Ligurius sive de rebus gestis imp. Friderici I libri X, PL. 212, 327-476; Gottfried Viterbensis, Gesta Friderici, ed. G. Waits, in MGH, Scriptores, XXII, pp. 307-

A 20 anni, F. II si trovava ad essere re di Sicilia e di Puglia, re di Germania e designato all'Impero, mentre, con la morte del grande Pontefice, ma opprimente tutore, egli poteva sentirsi più libero nei suoi rapporti con la Chiesa. Reso maturo dall'esperienza precoce, che aveva fatto degli uomini, di una virilità robusta, assuefatto allo sprezzo di ogni pericolo e di ogni fatica, ma anche rotto a ogni astuzia, amante della vita libera e del fasto, brumoso d'attingere a tutte le fonti della cultura, da quella latina a quella araba, dalla bizantina alla ecclesiastica, sicché egli formerà, novello, ma più colto, Carlomagno, intorno a sé una scuola di scienza e di poesia, e si farà egli stesso, con i suoi figli, poteva in volgare, F. II poteva ormai assumere quegli atteggiamenti e cercare di realizzare quel programma che le contingenze contrarie gli avevano, fino a quel momento, consigliato di dissimulare. La sua è la ripresa, con spirito più duttile e con un senso più universale e profondo dei problemi della vita storica, del grande disegno di restaurazione imperiale in Occidente, che le genti germano, che perseguivano, anche direttamente su suolo italico, fin dagli Ottoni. Dove egli, nonostante le straordinarie doti, non riuscirà a dare base sicura al suo programma, e la crepa s'aprirà minacciosa nella compagine dell'Impero medievale, sarà nel non tener conto del senso di nazionalità della Germania, nel favorirvi i privilegi dei principi a danno del potere centrale, nel sempre maggiore distacco dal regno originario e nell'aperto favore del nuovo, ove trascorre la più gran parte della vita, tra Palermo e i castelli di Puglia, Campania e Lucania.

Il Concilio del Laterano aveva affidato come primo dovere al nuovo imperatore la condotta della Crociata. Dal mito Onorio III F. II ottiene una prima dilazione e poi, contro il rinnovo di tutti gli impegni già assunti verso la Chiesa, la concessione di conservare, sia pure a titolo personale, il regno di Sicilia. Onorio III è costretto, pur dopo le più vive proteste, a tollerare l'elezione, alla Dieta di Francoforte, del piccolo Enrico, figlio di F. II, a re dei Romani. Quell'anno stesso, 1220, il 22 di nov., era solennemente coronato imperatore in S. Pietro.

Quel che spingeva F. II a ritardare lo scioglimento del voto crociato, erano le tristi condizioni del Regno di Sicilia, impoverito dalle lotte d'un decennio, come dispero v'era stato il tesoro della corona, e l'autorità regia scaduta per le continue prepotenze e angherie dei baroni tedeschi e normanni. Sui monti, torne di Saraceni, da tempo ribelli, conducevano la guerriglia. Occorreva accingersi un'opera di restaurazione, che non poteva dirsi compiuta, se non con un generale riordinamento del Regno.

Able altresì nello scegliersi collaboratori capaci e fedeli (come il giurista Roffredo di Viterbo, Taddeo da Sessa, o il notaio capuano Pier delle Vigne), la sua fu un'opera diretta soprattutto a demolire quanto delle sovrastrutture feudali si opponeva alla costruzione, che fu da lui perseguita, di uno Stato retto da funzionari, cioè burocratico e moderno. Contro i baroni riottosi fu duro, a volte spietato. I Saraceni, alfine domati, trasferì nel campo trincerato di Lucera, facendoli divenire un corpo scelto di difensori dell'Impero. Volle, con la cultura e la scienza, sviluppati e incoraggiati i commerci, specie quelli marittimi, e così l'agricoltura e l'industria nascente attraversò manifestamente imperiali. Grande costruzione di castelli e palazzi regi, nel 1224 volle il sorgere, a Napoli, di uno Studio generale, concepito come un'istituzione a vantaggio della nazione.

Se il Pontefice insisteva per l'adempimento della Crociata, F. II poneva tutte le arti a sussidio della perentoria necessità di consolidare prima la sua potenza. Non manca, per questo, di usare anche, con qualche abilità, una politica matrimoniale: morta, nel 1223, Costanza d'Aragona, sposata subito dopo la precoce maggiore età, si unisce in matrimonio ad Isabella, figlia del re di Gerusalemme, Giovanni di Bienne: era un accostarsi al compito imperiale di difensore della fede ed all'obbligo ormai impellente della Crociata: ma, ponendo prima basi concrete, ed anche pratiche, per assicurarsi il successo. La Crociata diveniva, altresì, ottimo pretesto per imperare l'autorità imperiale ai Comuni del nord d'Italia, come tentò di fare nella Dieta di Cremona, non potendo (come egli disse) tollerare di lasciare nemici alle spalle. L'intento non si realizzò: i Comuni rinnovarono, per contro, la «Lega lombarda»: Onorio III non poté che interporsi quale piacere.

L'ascesa al trono pontificio di Gregorio IX - il vecchio card. Ugolino Conti, della famiglia di Innocenzo III - recava, frattanto, a lotta aperta il dissidio che si veniva determinando tra Papato e Impero. Pensa la scomunica, Gregorio IX impone a F. II di partire per la Crociata. L'imperatore parte da Brindisi nell'ag. del 1227: ma dopo pochi giorni ritorna, come sembra, per un'epidemia scoppiata sulle navi: La ragione non fu stimata valida dal fiero Pontefice, che colpì con la scomunica F. II, animando principi e popoli cristiani alla lotta contro di lui. Era, indubbiamente, un pretesto per colpire la crescente potenza, pericolosa per la Chiesa, di F. II. Questi reagì denunciando l'avidità della Chiesa e costringendo il clero a non tener conto dell'interdetto, e riprendendo subito la Crociata interrotta. Nel giugno 1228 rifaceva vela per il Levante, poneva piede in Terra Santa e, da diplomatico più che da conquistatore, otteneva dal sultano al-Kanul, Gerusalemme, vi si incoronava re nella chiesa del S. Sepolcro, ritornando immediatamente in Italia. A richiamarlo, ad affrettare nel solo modo possibile la sua opera, era l'invasione, ad opera del Pontefice, del regno di Sicilia, da parte di schiere di «clavisignati». Bastò, del resto, che egli appena ricomparisse, perché, riconquistati i suoi domini, Gregorio IX fosse costretto a piegarsi alla pace di S. Germano. Tregua, più che pace. Una tregua men che decennale, di cui F. approfittò per imprimere il suggello alla riorganizzazione amministrativa del regno di Sicilia, alla creazione di quello Stato nuovo, che si rifà all'esempio imperiale di Roma per giungere ad un forma di assolutismo, fondato su una gerarchia di funzionari, che rimarrà basilare per i secoli a venire. A Melfi, nel 1231, promulgò un corpo di Constituzione, che rinnovavano l'organismo amministrativo del Regno; in altre diete ed assise (Foggia; Ariano) promulgò leggi rinnovatrici, per l'amministrazione della giustizia ed in materia tributaria.

Fu il tentativo di rinnovata estensione dell'influenza dell'Impero nell'Italia settentrionale a riaprire, insieme, le lotte con i Comuni e quelle con il Pontefice. Causa occasionale, la richiesta del giuramento di vassallaggio ai Comuni lombardi: quel che era accaduto nel 1226 tornava ad accadere nel 1231. Solo che, questa volta, quando F. II tornò dall'aver domato la ribellione in Germania del figlio Enrico, resosi interprete delle delusioni provocate dalla politicata italiana dell'Imperatore, riuscito vano il tentativo

papale di composizione del conflitto in Lombardia, Pontefice e Comuni solidarizzarono. A Cortemova, nel 1237, F. II consegui la sua più grande vittoria contro la Lega: e all'indomani, altro indizio di quel senso universale dell'Impero che ormai lo inebriava, inviava a Roma, perché fosse custodito sul Campidoglio, il Carroccio preso ai Milanesi. La lotta tuttavia non terminava: la resistenza di Milano, di Alessandria, di Brescia faceva permanere pericolosa una situazione, che F. II contribuiva ad acuire, d'altra parte, profondamente colpendo gli interessi del papa, facendo sposare il figlio naturale Enzo con Ade- lasia di Torres e Gallura e concedendo ad Enzo il titolo di re di Sardegna. Gregorio IX non esitava a scomunicare nuovamente l'Imperatore. All'accusa papale di predatore delle proprietà della Chiesa F. II tornava a denunciare, per contro, l'avidità della Chiesa romana, pericolo incombente su tutti i principi. Entra nella disputa, con violente tinte, come già in altri momenti della lotta tra papato e Impero, la libellistica. Ma è l'azione militare di F. II che, sola, avrebbe potuto risolvere a questo momento la situazione. E proprio adesso essa si fa incerta e indecisa, sicché a radi successi in Toscana corrispondono in successi in Val Padana e in Romagna. Nella stessa Roma, nonostante le blandizie usate verso la nobiltà, il popolo sorge a difendere del venerando Pontefice ed impedisce all'Imperatore di impadronirsi della di lui persona. Rientrato appena F. in Sicilia, Gregorio convocava un Concilio a Roma, rivolto a fine d'unapubblica e solenne deposizione dell'Imperatore. Ma i vescovi che d'ogni parte giungevano, sulle navi genovesi, cadde in gran parte prigionieri di re Enzo, che alla Meloria disperse la flotta di Genova.

Morto Gregorio IX nel 1241, con Innocenzo IV che, quale card. Fieschi non era stato alieno da rapporti diretti con l'Imperatore, si rinnovarono, ma vanamente, le trattative di pace. Mentre trattava, con tenace abilità, il nuovo Pontefice sollevava ovunque ostilità contro F. Questi era stanco e sfiduciato e prossimo, forse, ad una qualsiasi conclusione della lotta con la Chiesa, quando il gesto improvviso di Innocenzo, di fuggi da Roma e di convocare a Lione un altro concilio, in cui scomunicare l'Imperatore, deposto a bandir contro di lui una crociata dei popoli cristiani, recava verso l'ultima svelta l'epica lotta tra il papato e l'Impero. Della casa Sveva era ormai prossima la rovina. E come invano era risuonata al Concilio di Lione l'eloquente difesa di Taddeo di Sessa, così, anche attorno a F. II, non ci si trattenne dal suscitare il tradimento, per mano dei più fedeli. Ciò induce ad una rinnovata più rabbiosa energia l'Imperatore. Atrocemento puro-nisce i suoi nemici, punisce Parma, la città infedele, ma se la vede rizzarsi contro e, in una sortita, vittoria, sicché è costretto a ritirarsi a Cremona. E pure, fin presso all'ultimo, F. II crede nella possibilità di un accordo con il Pontefice; anche se il dubbio che un tale accordo potesse manovrarsi al di fuori di lui lo trae a disfarsi del fido cancelliere Pier Gildo Vigne. Poi il valoroso Enzo, a Fossalta, cade nelle mani dei Bolognesi, altre sconfitte ed altre delusioni aggravano la situazione di F. II. Ma il destino sembrava ancora sospeso intorno alla sua epica figura e in Germania il secondogenito Corrado risollevava le sorti dell'Impero, così come nell'Italia settentrionale il suo vicario, Ezzelino da Romano, quando, nella piana apula, che egli aveva prediletto, presso Foggia e Lucera, a Castel Fiorentino, il 13 dic. 1295, la vita del grande Imperatore giungeva improvvisamente al suo esito.

Figura tra le più complesse, più avvincenti, più ricche di doti d'umanità e d'ingegno, con F. II il mondo medievale giunge alla sua crisi risolutiva verso la rinascita. Uomo in cui confluiscono tre civiltà: quella che dall'esempio di Carlomagno si poteva dire latino-germanica, l'araba, la normanna, derivava da ciascuna delle tre ispirazioni ed intenti, dal senso quasi religioso dell'Impero al centralismo burocratico, allo sfarzo di all'amore della cultura. Ma tutto univa e tutto fondeva nella potente originalità di uno spirito aperto, forte, spregiudicato, ricco di curiosità e spazianti nei problemi più diversi. Tutti altro che vicino ad idee eretici, fu però anche alieno dal misticismo prevalente nel medioevo: egli si stacca, e stacca il suo Stato dal permanente problema centrale nella vita del medioevo, che è il problema religioso, pur se, per tanta parte, la vita e la politica di F. II erano trattati a risentire dell'eredità di dissensioni, frutto delle lotte per le investiture.

Accanto alle doti di preparazione e di intuito, che fecero di lui il creatore di uno Stato per gran parte nuovo, anche se fondato sulla triplice tradizione ascennata, è il difetto fondamentale della sua opera, che è nel suo personalismo, nella personalità di una costruzione, incapace, come si dimostra, a resistere sotto altre mani. Ancora maggiore il difetto di valutazione mostrato verso la Chiesa romana: tragico errore di prospettiva, quello per cui F. II, nei suoi tentativi di sopraffazione e nei suoi poco persuasivi accostamenti, sottovalutava la potenza politica del papato. E questo errore lo avrebbe portato a sottovalutare un accordo - quello con la Chiesa appunto - che l'avrebbe reso perplesso e debole altresì dinanzi ai Comuni lombardi.

Bibl.: Fonti: Suba Malaspina, *Rerum Stiralam* libri VI, in RIS, VIII; Nicolaus Carbensis, *Vita Innocentii IV*, ibd. III; *Constitutiones et artis publica imperatorum et regum*, ed. L. Weiland, in MGH. Leges, II; *Epistolam Innocentii III*, ed. Baluze, Parigi 1632; Petrus de Vinea, *Epistolam libri VI*, Basilea 1740; *Constitutiones regum Siciliae mandante Friderico II per Petrum de Vinea* romantica. Napoli 1776; J. P. Böhmer, *Regesta Imperii (1139-1227)*, Stoccarda 1830; Nicolaus de Janisilla, *De rebus gestis Friderici II*, in Del Re. *Cronistini sinoni napolitani*, II, Napoli 1868; J. Picker, *Forschungen zur Reihung*, Rechtsgeschichte Italiens, IV (documenti), Innsbruck 1874; E. Winkelmann, *Acta Imperii medica*, 1880; *Regesta Honori III*, Roma 1885; *Liber Censuum de l'Eglise romane*, ed. P. Fabre-L. Daubeché, a voll. *Regesta Imperii (1139-1227)*, ed. J. Picker, *Forschungen zur Reihung*, Rechtsgeschichte Italiens, IV (documenti), Innsbruck 1874

FEDERICO III IMPERATORE — FEDERICO II DI PRUSSIA 1126