FEDERICO I Barbarossa, IMPERATORE. - Nipote di Corrado III, fondatore della potenza del ducato avevo, figlio di Federico di Svevia e della bavarese Giuditta, sorella di Enrico il Superbo, salì al trono il 4 marzo 1752. Ebbe dalla sua volontà e dalla sorte il merito, chiudendo la lunga crisi del potere imperiale, di riunire in sé entrambi i rami dell'imperialismo tedesco, congiungendo nel parentado, come poi nell'azione politica, casa di Franconia e casa guelfa, riportando a unità il principio e la forza dell'Impero.
La sua stessa ascesa al trono significò la rinnovata presa di posizione dello Stato feudale germanico contro le teorazie romane e il definitivo staccarsi dell'Impero dai tradizionali rapporti che Carlomagno e Ottone I avevano consacrato con la Chiesa di Roma e che, al termine della prima fase della lotta delle investiture, il Concordato di Worms aveva riconfermati. Dai primi atti di governo (concessione della Baviera allo zio Enrico il Leone, ripresa dell'influenza regia nelle elezioni episcopali) F. dà chiari segni della via che avrebbe percorso senza mai deflettere. Accentua, nella sua mente, la posizione, nell'Impero, dell'Italia, ove vede il campo delle discordie comunali come la migliore garanzia di una riaffermazione nella penisola del potere imperiale. La crisi vasta a profonda del potere pontificio, giunto, al tempo di Eugenio III, ad un momento di incertezza e di scontento delle vie fino allora perseguite, gli apriva la possibilità di non tenere lo stesso conto dei suoi predecessori del potere della Chiesa di Roma. È la via del Mezzogiorno, con la ripresa della politica degli Ottoni, gli si riapriva, nell'auspicata impossibilità di accordo, contro l'Impero, di papato e Comuni. In Roma stessa, la parola ascesa di Arnaldo da Brescia, con il rifluire e il nuovo rigoglio delle mai sponte tradizioni imperiali, gli davano la speranza di poter contare anche sull'appoggio del popolo romano contro il Pontefice. E, d'altra parte, proprio il Pontefice, nel momento della più aspre lotta con il Comune romano, si faceva auspice di una alleanza con F. (Patto di Costanza, del 1153), offrendogli la corona imperiale contro l'assoggettamento di Roma e l'abbattimento della potenza normanna.
Non diversamente, i Comuni dell'alta Italia, tratti dall'asprezza delle loro lotte, si facevano essi stessi a richiedere, l'un contro l'altro, l'intervento imperiale: così Lodi e Como contro Milano, accerchiata da potenti inimicizie. E il fatale dissidio si disegnava: tra l'universalismo dell'Impero e il particolarismo delle autonomie cittadine, senza peraltro che i due universalismi (Impero a Chiesa) potessero giungere ad un sincero accordo, per la ripresa di una rivalità ormai secolare e che avrebbe portato alla seconda fase dell'urto grandioso.
Ottobre 1154: F. scende in Italia, assume la corona regia in Pavia, accetta la soggezione dei fondatori del Monferrato e dei Comuni della consortiera cattimilanese. Ma il Comune dominante è Milano, e, appunto perché le sue rivali si rivolgono al re tedesco, essa gli si volge contro. In quella sua prima ora italiana, F., pur dopo aver mostrato la sua forza con la distruzione di Tortona, d'Asti, di Chieri, non ha il tempo di regolare i suoi conti con Milano. Più urge il viaggio verso Roma. Nella città, successo ad Eugenio III Adriano IV, la situazione del
Pontefice era assai migliorata: l'interdetto da cui i Romani erano stati colpiti li aveva tratti ad abbandonare al suo destino Arnaldo da Brescia. Ciò reca a rapporti tutt'altro che cordiali tra il re tedesco e il Pontefice. L'interesse attenua la diffidenza: F. sacrifica Arnaldo e riceve, in S. Pietro, il 10 giugno 1155, la corona imperiale. Ma intorno l'ardimentoso combattere dei Romani, uniti contro l'Imperatore in uno dei più memorabili episodi di resistenza e di lotta della storia della città, stremando le forze dell'esercito tedesco, costringe F. al rapido ritorno in Germania.
Se la prima discesa in Italia non aveva sortito che un effetto formale, con la contrastata incoronazione in S. Pietro, mentre lasciava incline l'animo deluso del Pontefice a ricercare piuttosto il necessario equilibrio, la sicurezza e la pace nell'accordo con i Normanni, in Germania, con abilità e con fortuna, F. può, sia pur molto concedendo ai grandi vassalli, stabilire le basi di un saldo potere personale. La Borgogna è congiunta ai domini imperiali per il matrimonio di F. con Beatrice. Ma alla calma che subentrava nel Regno tedesco, faceva riscontro lo stato di agitazione dell'Italia, ormai considerata come la prima terra dell'Impero, e particolarmente della Lombardia. F., quando scende di nuovo in Italia nel 1158, era già in urto violento non solo contro le autonomie cittadine, ma contro la Chiesa romana, animata dallo spirito di iniziativa del card. Rolando Bandinelli, che sarebbe poi stato, come da pontefice (Alessandro III), il più fiero antagonista dell'Imperatore.
In Lombardia, Milano esce facciata, nel sett. del 1158, dallo scontro diretto, questa volta, con F. Ed a nov. questi può radunare, sui piani di Roncaglia, la più famosa delle sue diete: e, nella Constitutio de regalibus, rivendicare all'Impero tutti i diritti sovrani usurpati da vassalli e da Comuni. Ma tali rivendicazioni imperiali, anche se accolte in linea di principio dalle varie parti in causa, non potevano non tradursi in feroci punti di dissensione, quando avessero dovuto applicarsi nella realtà. V'era, alla base, d'altra parte, non un'ebolizione, ma un riconoscimento delle costituzioni comunali, pur con il chiaro sottoporsi all'Impero quanto alla nomina delle magistrature. Ma appena l'opera dei podestà imperiali, nominati per effetto delle decisioni di Roncaglia, si rilevò arbitraria prepotenza, la rivolta scoppiò, per prima, a Milano ed in Genova.
Già Adriano IV, e poi il neo eletto Alessandro III, abbandonano palesemente l'Imperatore, facendo causa comune con le città ribelli. A riequilibrare la sua posizione, F. non trova altro che portare lo scisma nel seno stesso della Chiesa, grazie all'eleasme, contro Alessandro, di Vittore IV (Ottaviano di Monticelli), ciò che lo porta ad immergersi sempre più nella materia religiosa, con la convocazione di un Concilio a Pavia, dove Alessandro III non si recò. E dopo il Concilio che F., distrutta Crema, antemurale di Milano, si rivolge nuovamente contro questa ultima e la prende per fame, dopo un assedio di tre anni, nella primavera del 1163. Questa volta le mura e le torri sono abbattute, saccheggiati i quartieri della città, dispersi i cittadini. Dietro la rabbia teutonica, l'odio delle città rivali (Lodi, Pavia, Como, Cremona, Novara) poteva finalmente trionfare.
Con la distruzione di Milano e l'aspra crisi che travaglia il potere papale, mentre lo scisma di Vittore continua con Pasquale III, F. raggiungeva il momento della sua maggior potenza. Grandi disegni ancor volgeva nell'anima; la restaurazione del potere imperiale egli la vedeva nel definitivo predominio in Roma e nella soggezione del Pontefice, nell'ulteriore allargamento territoriale nel nord e nel centro d'Europa, nella ripresa della politica orientale degli Ottoni. Aveva già posto le mani sui beni della contestata eredità matildina, con un atto di forza che la Chiesa non avrebbe dimenticato. Aveva, dall'antipapa Pasquale, voluto la canonizzazione, a gloria dell'autorità imperiale, di Carlomagno. Contro Alessandro III, reduce dall'esilio in Francia, rivolge il
suo sforzo di guerra: e riesce ad insediarsi a Roma, e nella stessa Basilica Vaticana, in cui installa, fuggito il Papa legittimo presso i Normanni, l'antipapa, nuovamente ricevendone la corona imperiale. Ma ancora una volta la resistenza non doma e un'epidemia scoppiata fra le sue truppe lo traggono a riprendere il cammino d'oltraipi, mentre vede, intorno a sé, crollare quel disegno di restaurazione del potere dell'Impero che aveva tenacemente perseguito.
Sulla rivolta serpagliante delle città della piana padana stende la sua influenza Bisanzio, con il tramite di Venezia: Verona si pone a capo della lega, cui aderiscono i Comuni lombardi. A Pontida, il 7 apr. del 1167, si decide la ricostruzione di Milano e la lotta a oltranza dei Comuni per la loro libertà, mentre si acclama a capo della lega stessa Alessandro III e in suo onore si dà il nome di Alessandria ad una città nuova, fatta sorgere alla confluenza della Trebbia e del Tanaro. Il partito ecclesiastico rialza il capo anche in Germania; i grandi feudatari non son più solidali con l'Imperatore, divisi da lui dalla politica italiana.
Nel 1174 F. scende per la terza volta nella penisola, pone invano l'assedio ad Alessandria e, dopo una serie di scontri e di tentativi di pace, viene battuto a Legnano, il 29 maggio 1176, dalle forze dei liberi Comuni. Solo a gran stento F. può rifugiarsi a Pavia.
L'anno dopo Legnano, il 21 luglio 1177, a Venezia, l'Imperatore e il Pontefice si accordavano e si stabiliva con i Comuni una tregua decennale. Costretto a ritornare immediatamente in Germania dal tramutarsi in aperta rivolta dell'atteggiamento di Enrico il Leone, riesce a sconfiggerlo, dando il crollo alla potenza della casa guelfa. E, ancora una volta, la grande idea dell'Impero universale lo riassorbe, tentando con Lucio III quanto non gli era riuscito con Alessandro, frattanto morto. Nel 1183, a Costanza, venivano confermati i termini dell'accordo di Venezia, stabilendosi la pace fra i Comuni e l'Impero. Il grande lottatore pareva ormai, presso al tramonto, tratto ad abbandonare la sua politica italiana, quando, con un gesto di abilissima politica matrimoniale, egli riusciva ad ingestare l'autorità italiana dell'Impero nella ben più reale potenza dei Normanni, unendo in matrimonio il figlio Enrico con l'erede del Regno di Sicilia, Costanza d'Altavilla.
Nel 1187 Gerusalemme ricadeva in mano degli infedali: nel mondo cristiano si avviavano spiriti e forze per una nuova Crociata. Solo questo impediva l'ulteriore recrudescenza di una lotta, che avrebbe avuto un carattere di violenza non inferiore al passato. Ma la vita dell'Imperatore volgeva ormai al suo termine: il 10 giugno 1190 egli moriva sulla via di Terra Santa, in Cilicia, annegato nel fiume Salef. Il chiudersi dell'attività di F. quale crociato distendeva una luce di pietà religiosa (del resto, mai venutagli meno) sulla sua figura.
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Pier Fausto Palumbo