FOTINO. - Eratico del sec. IV. Compatriota, discepolo e diacono di Marcello, di Ancira (i concili orientali insistono molto su questa dipendenza), F., che possedeva il latino come il greco, fu elevato alla sede di Sirmio (oggi Mitrovicza) in Pan-
nonia, probabilmente alla fine del 343. Insieme a Marcello egli fu condannato una prima volta dal Sinodo di Antiochia del 344 (nella formula di fede chiamata «ectesi macrostica»; cf. Evagrio, Hist. eccl., II, 19: PG 67, 228 C). Condanna accettata dagli Occidentali a Milano (345), ma rimasta inefficace per il favore che F., predicatore valente, godeva tra il suo popolo. Pari asito toccò ad altre condanne pronunziate contro di lui da un secondo sinodo milanese e dai vescovi riuniti nel 347 a Sirmio (la cronologia di questi avvenimenti non è sicura). Nel Concilio convocato a Sirmio nel 351 F., in pubblica disputa con i suoi avversari, fu convinto di eresia, deposto ed esiliato. Richiamato da Giuliano l'Apostata, nel 364 di nuovo fu cacciato da Valentiniano. Mori nella sua nativa Galazia nel 376.
Essendo perdute tutte le opere di F. (s. Girolamo nomina i trattati Contra gentes e Ad Valentinianum), la nostra conoscenza della sua dottrina dipende dai decreti conciliari e da riassunti posteriori. Come Marcello, F. nega al Verbo una sussistenza personale; chiama Dio λογοπάτωρ, per escludere ogni differenza (postatica tra il Padre e il Verbo. Mentre però la concezione di Marcello è piuttosto sabelliana, F. si avvicina al monarchianismo dinamistico di Paolo di Samosata: Cristo, secondo F., non è che un uomo meravigliosamente nato, dotato dalla energia (ἐρραστική ἐνέργεια) di Dio, adottato come Figlio di Dio e cagione dei suoi miracoli e virtù.
Gli aderenti di F., chiamati fotiniani o anche homunionitae, non erano mai numerosi. Non è chiaro in che misura essi sopravvivevano nella setta dei bonosiani nelle province danubiane.