FRANSONI, LUIGI

FRANSONI, Luigi. - Arcivescovo di Torino, n. il 29 marzo 1789 a Genova, m. il 26 marzo 1802 a Lione. Nel 1797 riparò a Roma. Di ritorno a Genova nel 1814, vestì l'abito ecclesiastico e fu ordinato sacerdote l'11 dic. dello stesso anno. Entrò poi nella Congregazione dei Missionari urbani, ed ebbe la nomina a vescovo di Fossano da Pio VII, il 13 ag. 1821. Dopo la morte di mons. Chiaverotti, nell'ag. 1831 fu inviato a Torino quale amministratore apostolico e ne divenne arcivescovo a seguito del Conciestro del 24 febbr. 1832. Si preoccupò in particolare modo del miglioramento degli studi nei seminari e di un maggior rigore della disciplina ecclesiastica. Nel marzo 1848, a causa di dimostrazioni ostili, dovette lasciare Torino, dove ritornò nel febbr. 1850. A re Vittorio Emanuele II, che aveva cercato di dissuaderlo da tale ritorno, rispose di non poter lasciare ulteriormente abbandonata la diocesi senza venir meno ai suoi più imperiosi doveri.

Ritornato in sede, in occasione della promulgazione della legge Siccardi diramò il 18 apr. una circolare in cui, richiamata l'attenzione sul fatto che la legge civile non poteva dispensare gli ecclesiastici dagli obblighi speciali loro imposti dalle leggi della Chiesa, prescriveva ai parroci ed agli ecclesiastici in genere il comportamento da tenersi in determinati casi. Venuto a conoscenza di queste istruzioni dell'arcivescovo, il governo sardo ordinò l'arresto del F., che fu rinchiuso nella cittadella. Nel frattempo venne istruito contro di lui il processo, dal tribunale civile fu ritenuto colpevole d'offesa alle leggi, e condannato ad un mese di carcere ed a cinque cento lire di multa. Uscì dal carcere il 2 giugno ma di lì a poco il F. fu soggetto a prove ben più dure. Annunziato gravemente il ministro dell'agricoltura, Pietro Sarà-tarosa, che era stato uno dei massimi fautori della legge Siccardi, il F., sentito il parere di una commissione di canonisti, consentì che gli si somministrassero gli ultimi Sacramenti, solo dopo un pubblico atto di ritrattazione. Rifiutato, il ministro morì privo dei conforti religiosi.

Due giorni dopo la morte del Santarosa, l'arcivescovo fu prelevato il 7 ag. 1850 nel suo palazzo da un maggiore dei carabinieri e portato nel forte di Fenestrello. Raccolto lo strettamento necessario, in compagnia di un ecclesiastico di un donatello, l'arcivescovo rimase cola fino al 28 sett. dello stesso anno. Nel frattempo il governo sardo aveva inviato a Roma Pier Dioniqi Pinelli nel vano tentativo di concordare un modus vivendi con la S. Sede. All'invito piemontese, il quale aveva dichiarato che uno degli ostacoli principali per un accordo era costituito dalla persona di F. e che pertanto era necessario trasferire l'arcivescovo, il card. Antonelli replicò che la condotta del F. era stata pienamente conforme a quanto il suo ministero richiedeva. Allora il governo agì di propria iniziativa, ed espulse il prelato dal Regno. IIF. prese dimora a Lione, ed ivi rimase, lontano dalla diocesi, fino alla morti.

Bibl.: F. C. Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte, Torino 1854, passim; G. Fantoni, Cronaca, in La Civ. Catt., 5a serie, 1852, n. 11, pp. 235-237; T. Chiuso, La Chiesa in Piemonte dal 1797 ai giorni nostri, 11, Torino 1858, p. 125 sgg.; P. Firi, La laicizzazione dello stato sardo 1848-36, Roma 1944, passim. Silvio Furiani.