GALATI, EPISTOLA ai. - Una delle quattro maggiori lettere di s. Paolo, indirizzata alle Chiese della Galazia, profondamente turbate dalla propaganda giudizziante.
SOMARIO:
I. Occasione, destinata a data di composizione
II. Contenuto
III. I giudiziamenti di Galazia
IV. Autenticità di Paolo a rapporto con l'epistola di Ramani.I. OCCASIONE, DESTINATARI E DATA DI COMPOSIZIONE
La G. è la più polemica delle lettere paoline, con tono notevolmente aspro, che raggiunge talora l'ingiuria (3, 1), l'ironia (4, 21) e il sarcasmo (5, 12). Gli avversari si sono perseguiti in ogni loro posizione in maniera implacabile. Anche la parte che suole considerarsi morale o pratica è scritta sotto l'influsso della controversia che agitava quelle Chiese.La questione giudiziante, superata decisamente allora, non ebbe seguito nella vita del cristianesimo.
Si trattava di accettare o no la sostanza del cristianesimo, di conservare a questo il suo carattere di religione universale oppure di farne una semplice variazione del giudiasmo, con quello spirito particolaristico che riservava ad Israele il pieno diritto di chiamarsi «popolo di Dio», al punto che non poteva conseguire la salvezza apportata da Cristo chi non aveva nella propria carne il segno dell'aggregazione e questo popolo. Accogliendo le pretese dei giudiziamenti si poneva un ostacolo gravissimo alla diffusione del Vangelo nel mondo pagano, che sarebbe stato ancor più restio a entrare nella Chiesa, se avesse dovuto passare per il vestibolo del mosaico, sottoponendosi alla circoncisione e alle altre osservanze legali. Inoltre, accettare la circoncisione come mezzo indispensabile di salvezza equivale a dichiarare, in pratica, l'insufficienza dell'opera salvifica di Cristo.
La G. è strettamente legata al ministero di Paolo e alle vicende della comunità destinataria; onde non può sumergersi se non inquadrandola in un preciso momento storico dell'epistolarie paolino.
Il problema centrale dei destinatari è vivacemente dibattuto da cui, un secolo tra gli esegni di ogni scuola e di ogni confessione. Dalla sua soluzione dipende, in parte, quello della data di composizione, la determinazione della natura precisa degli errori diffusi in Galazia dagli pseudo-apostoli, nonché l'intelligenza di certi aspetti della focosa risposta di Paolo.
L'inizio della lettera (1, 2) indica come destinatari le «Chiese della Galazia». Ma il termine «Galazia» (v.) può intendersi sia etnograficamente, come derivato al territorio dalle caratteristiche etniche degli abitanti, sia amministrativamente, come nome di provincia romana. Pare certo che s. Luca negli Atti si attenga al primo piuttosto che al secondo significato. L'ambiguità è soprattutto nella G. E vero che la Galazia percorra da Paolo secondo Act. 16, il secondo viaggio missionario è il territorio abitato dei veri G., s. Luca ci farebbe sapere ben poco della loro evangelizzazione e della successiva visita dell'Apostolo (Act. 18, 23), durante la quale dovettero affiorare i primi segni della crisi (Gal. 1, 9). Ma il carattere laconico della narrazione degli Atti non deve sorprendere. Paolo stesso sembra voler insinuare (Gal. 4, 13) che l'evangelizzazione dei G. fu occasionale, per una malattia che lo avrebbe costretto a modificare il proprio istituito (l'impedimento di Acta, 16, 6?).
Il cadute della questione è nel valore che Paolo stesso dà ai termini di Galazia e di G. Le «Chiese della Galazia» (1, 2) sono, per lui, quelle di Antiochia pisidica, d'Iconio, di Listra e di Derbe, fondate durante il primo viaggio missionario (Act. 13, 14-14, 21) e riviste all'inizio del secondo (Act. 13, 36; 16, 1), oppure comunità costituite solo durante il secondo viaggio nei territori di Tavium. Di Ancira e di Pessinunte, abitati dalle tribù g. L. soluzione è meno facile di quanto pare talvolta dalla lettura di autori che si pronunciano decisamente per l'una o per l'altra di queste due opinioni (cf. G. Ricciotti, *Paolo Apostolo*, Roma 1946, p. 332).
I sostenitori dell'opinione secondo la quale la G. sarebbe stata indirizzata alle comunità galatische del nord (teoria nord-galatica difesa, per limitarsi ai più noti, da J. B. Lightfoot, J. Knabenbauer, A. Loisy, M.-J. Lagrange, F. Prat, H. Lietzmann, D. Buzy, G. Ricciotti) premonito allora sul motivo che tale destinazione fu ritenuta comunemente fino a ca. un secolo fa. L'argomento non è molto forte, dato che i Padri e gli antichi esegni non sentirono il problema, concependo i primi la Galazia secondo la nomenclatura e la delimitazione dei loro tempi.
D'altra parte, anche vari degli argomenti che si fanno valere dai sostenitori della teoria sud-galatica (G. Perrot, W. N. Ramsay, Th. Zahn, V. WEBER, MAX, E. Le Camus, E. De Witt Burton, G. S. Duncan, F. Amiot) non sono decisivi, consentendo i testi una spiegazione plausibile anche nella teoria opposta. Così è, ad es., dell'affermato silenzio di Paolo sulla conferenza di Gerusalemme e sul relativo decreto apostolico, per cui si dovrebbe supporre che l'evangelizzazione della Galazia e la crisi, che segnò a breve distanza, siano state anteriori a detta conferenza. Intanto negano taluni (Buzy, p. 430), il fondamento dell'argomentazione, allegando, come relativo alla riunione apostolica di Gerusalemme, Gal. 2, 1-10, che altri (Amiot, pp. 29-32) però, intendono del viaggio di cui in Act. 11, 36 (cf. 12, 23). Paolo, del resto, non aveva interesse a parlare, poiché la lettera apostolica, oltre ad essere indirizzata alle comunità della Siria e della Cilicia (Act. 15, 23), non faceva parole della circoncisione, che era l'articolo fondamentale della propaganda antipaolina presso i G. Gli argomenti più validi in favore della teoria nord-galatica sono fondati su Gal. 1, 2 e 3, 1. Nel primo di questi luoghi si ha l'indirizzo della lettera alle «Chiese di Galazia», Ora, è per lo meno strano che, stante l'uso, anche dei documenti ufficiali, di distinguere coi rispettivi nomi propri le singole regioni incorporate nella provincia romana di Galazia, Paolo abbia usato il termine improprio per indicare i territori percorse da lui durante il primo viaggio missionario, i quali nella relazione di Luca vengono menzionati coi loro nomi propri.
Significativo però è Gal. 3, 1, dove i destinatari vengono apostrofati con il titolo di «G.» e con l'aggiunta poco lusinghiera di «insensati». Se «Galazia» poteva usarsi nel senso largo di provincia romana, non è molto verosimile che i Pisidi e i Licaoni venissero chiamati «G.» Se le singole parti della provincia romana conservano i propri nomi, molto più questi restavano agli abitanti, che non si sarebbero sentiti eccessivamente lusinghieri e venire chiamati con il nome di tribù barbare immigrate nel territorio asiatico in epoca relativamente recente. Né sono infondate le considerazioni d'indole psicologiche suggerite, in parte, dall'epiteto di «insensati», usato da Paolo nella vivacità della polemica. Secondo Cesare (De bello Galilea, IV, 5) i Galli o Celti, al ceppo dei quali appartenevano le tribù stabilitesi nella Galazia, erano amanti di novità, precipitosi e volubili, pronti a credere all'ultimo arrivato - specialmente se in veste di filosofo - e a prendere, per sentito dire, le più gravi decisioni. I destinatari della G. avevano accolto con entusiasmo la predicazione di Paolo, superando la ripugnanza che doveva ingenerare la malattia di cui questi allora soffriva,
promi anzi a cavarsi gli occhi per farne dono a lui (4, 13 sgg.). Poi, con la stessa curiosità e mobilità d'animo avevano ascoltato i nuovi predicatori ed erano sul punto di passare al loro seguito (1, 6).
La divergenza delle opinioni circa i destinatari si riflette sulla determinazione della data di composizione, quantunque le due questioni non siano, per sé, interdipendenti. Anche l'ipotesi sud-galattica, infatti, potrebbe consentire tra la predicazione di Paolo il sopravvivenziale dei giudaizzanti un intervallo più lungo di quello che si pensa comunemente. Il «così presto» di 1, 6 può intendersi della facilità inaspettata con la quale i lettori hanno ceduto. Per ammettere, nell'ipotesi sud-galattica, che tutto sia anteriore alla conferenza di Gerusalemme — in tal caso la G. sarebbe la prima lettera di S. Paolo — bisogna considerare le due visite dell'Apostolo (4, 13; cf. 1, 9) come rispondenti all'andata e al ritorno del primo viaggio missionario nelle regioni della Pisidia e della Licaonia (Amiot, p. 40; cf. pp. 38-43). Ma ciò sembra alquanto forzato; onde, anche tra i sostenitori della destinazione sud-galattica, altri preferiscono datare la lettera dal secondo viaggio apostolico, all'inizio del quale Paolo si visitarono nuovamente le comunità di Derbe e di Listra (Act. 16, 1) e, con ogni probabilità, anche quelle di Antiochia di Pisidia e d'Ionio. Anche così la G. potrebbe essere la prima lettera di S. Paolo.
Per i sostenitori della destinazione nord-galattica la G. non può essere stata scritta che durante il terzo viaggio missionario, all'inizio del quale Paolo visitò per la seconda volta il paese di Galazia e la Frigia (Act. 18, 23; cf. 16, 6 e Gml. 4, 13).
La data di composizione resta approssimativa tanto nell'una che nell'altra ipotesi. In quella della destinazione sud-galattica i pareri si dividono: se la G. è anteriore alla conferenza di Gerusalemme e segue l'incidente di Antiochia, non si può pensare che al 49 (Amiot, p. 39 sgg.); se al 43, 13 suppone la visita fatta al principio del secondo viaggio missionario, si può opinare per il 51-52, da Corinto. Non più concordi sono i patrocinatori della destinazione di G. propriamente detti, pronunciandosi alcuni per il 53-54, da Efeso (M.-J. Lagrange, M. Meinetz, E. Ruffini, Chronologia Vet. et Novi Testamenti, Roma 1924, p. 198; cf. H. Höpfl.-B. Gut, Introductiones speciales in Novum Test., 3a ed., Napoli-Roma 1949, p. 361), altri, invece, scendendo fino al 56-57, anche a motivo delle somiglianze che legano la G. alla Romani (Buzy, p. 418).
II. CONTENUTO
Dopo il prologo (1, 1-10), breve e concitato, che introduce nel vivo dell'argomento, Paolo intraprende l'apologia del suo apostolato, in base a un complesso di dati positivi, che vanno dalla sua conversione all'incidente di Antiochia (1, 11-12, 14). Segue la parte centrale (2, 15-5, 12), denominata comunemente dogmatica, che è una serie incalzante di argomenti a difesa della libertà cristiana nei confronti della legge messale. Infine, quasi per togliere ogni possibilità d'equivoco sulla natura di questa libertà, le lettera si chiude con un complesso di esortazioni pratiche (5, 13-6, 10). Non si può nascondere, però, che questa divisione abbia qualcosa di artificioso, che contrasta con la spontaneità e la foga dello scritto; il quale si presenta, da capo a fondo, come ispirato da un'unica grande idea: la difesa della libertà cristiana, nei confronti della legge messale, già sorpassata.Il prologo (1, 1-10) offre subito un motivo saliente dello scritto: l'apologia dell'apostolato di della dottrina, che vengono a Paolo non dagli uomini, ma da Dio. In testa si legge, perciò, l'origine della sua dignità apostolica; segue, nell'indirizzo nel saluto augurale alle comunità destinatarie, l'idea della liberazione del presente secolo malvagio per opera di Cristo redentore e una breve diossoluzione al Padre (2-5). Nessun elogio di queste comunità, ma lo stupore di vederle così presto avviate dal
L'unico Vangelo, che è quello predicato loro da Paolo, è la condanna più decisa — senza preoccupazione di riuscire sgradito agli uomini — di chiunque tenta di sovvertire il Vangelo di Cristo, fosse Paolo stesso o un angelo dal cielo (6-10).
Per la difesa del suo ministero apostolico (1, 11-2, 14) Paolo prende le mosse dalla propria azione di persecutore, che era ben nota ai G. (1, 11-14). Convertito da Cristo e chiamato all'apostolato tra i gentili, egli non diviene discepolo degli Apostoli che lo hanno preceduto, ma si raccoglie in un silenzio di preparazione, e solo tre anni dopo s'incontra con Pietro e con Giacomo a Gerusalemme, restando tuttavia quasi sconosciuto alle Chiese della Giudea, che avevano soltanto una vaga notizia delle sue prime fatiche apostoliche nella Siria e nella Cilicia (1, 15-24). La visita più importante a Gerusalemme è una specie di riconoscimento quasi ufficiale avvenendo solo dopo quattordici anni, in un incontro in cui S. Paolo difese strettamente la libertà dal giogo della legge messale, nell'interesse degli etnico-cristiani, libertà affermata anche con il fatto di sottrarre Dio, pagano d'origine, alla circoncisione. Le colonne della Chiesa riconobbero affidata a Paolo l'apostolato tra i gentili, come a Pietro quello tra i circoncisi. La premura per i poveri delle comunità giudicative doveva essere un segno tangibile di questo sincero accordo tra i due campi d'azione (2, 1-9). Ma quando ad Antiochia Pietro, per timore dei venuti da Gerusalemme, attenne ad una condotta che rinnegava praticamente la libertà sancita a Gerusalemme, Paolo gli oppose con fermezza, rimproverandogli l'incorrenza d'importe agli altri osservanze legali, dalle quali egli stesso si riteneva esente (2, 11-14).
Il discorso rivolto a Pietro passa insensibilmente dall'episodio particolare alla formulazione del principio che Iddio giustifica in virtù della fede in Cristo, senza le opere della legge. Infatti, anche noi giudici — dice Paolo — abbiamo cercato nella Fede la nostra giustificazione. Che se fossimo tuttavia peccatori, ne deriverebbe l'assurdo che Cristo sarebbe ministro del peccato (2, 15-18). Invece noi siamo morti alla legge, per vivere della vita di Cristo che ci ha amato e si è offerto per noi. Se la legge potesse giustificare, Cristo sarebbe morto inutilmente (2, 19 sgg.).
L'esperienza stessa dei fedeli (3, 1-5) e in testimonianza della Scrittura in rapporto ad Abramo e alla sua discendenza (3, 6-9) provano che la giustificazione si ha per la Fede, non per la legge. Questa era piuttosto fonte di maledizione: una maledizione che Cristo ha preso sopra di sé, affinché della benedizione d'Abramo fossero partecipi tutte le genti (3, 10-14). D'altra parte, la legge non poteva infiammare la promessa gratuita fatta in antecedenza ad Abramo (3, 15-18). Per la legge, divenuta occasione di peccato, gli uomini dovevano sentire più fortemente la necessità dell'opera di Cristo (3, 19-22): la legge era un carceriere (3, 23); il pedaggio che doveva condurci a lui (3, 24 sgg.). Per la Fede, che ci fa figli di Dio, e per il Battesimo, che ci riveste di Cristo, essa ogni distinzione di giudeo e di greco, di schiavo e di libero, di maschio di femmina: tutti sono uniti in Cristo e partecipi delle promesse di Abramo (3, 26-29). Il periodo di minorità spirituale e di servitù della legge è definitivamente chiuso per opera di Cristo, che ci ha costituiti figli adottivi ed eredi (4, 1-7). Come vorrebbero, dunque, i lettori ritornare schiavi? Essi che accelero con tanto slancio Paolo e il suo messaggio! E non s'accorrono di essere zimbello di un falso zelo? (4, 8-20). Imparino piuttosto la lezione che la Scrittura fornisce il proposito di Agar e di Sara; e non vogliano divenire figli della schiava, poiché perderebbero il diritto di partecipare all'eredità d'Isacco (4, 21-31). Attenti, quindi, a non lasciarsi capire la libertà conquistata per Cristo. Circondersi sarebbe decadere dalla Grazia: caricarsi di tutto il fardello delle osservanze legali (5, 1-5). Non ha più alcun valore la circoncisione e sarà punito chi il predicato e guasta l'opera di Cristo (5, 6-12).
La genuina libertà cristiana non ci sottrae alla schiavitù della legge per sottoporci a quella della carne: di questa si debbono frenare le concupiscenze, affinché so
vrabbandino i frutti dello spirito. Il genuino seguace di Cristo ha crocifisso la propria carne e vive e opera secondo lo spirito (5, 13-25). Si guardino i fedeli dalla valangloria, dall'invidia e dalla durezza verso chi è sorpreso dalla colpa, vegliando per non essere a loro volta tentati. Si sopportino gli uni gli altri e donino con larghezza a chi li istruisce, ricordando che ognuno raccoglierà secondo che avrà seminato (5, 26-6, 10).
L'epilogo è un postscriptum vergato di proprio pugno da Paolo, per autenticare la lettera, il sottolinea ancora una volta l'opposizione irriducibile che c'è tra l'azione e la dottrina di lui e quella dei suoi avversari. Egli, poi, porta nella propria carne, quasi a conferma della sua predicazione, le stigmate di Cristo (6, 11-17). L'augurio finale ha la brevità nervosa dell'inizio (6, 18).
III. I GIUDIZIANTI DI GALAZIA
Dalla G. risulta che essi predicavano e imponevano, con le altre pratiche giudiche, la circoscrizione.Gli antichi eseguiti (ad es., S. Girolamo, in Epist. ad Gal., 5, 4; PL 26, 424; S. Agostino, Exp. Epist. ad Gal.: PL 35, 2105 sgg.), non hanno dubitato che tali pratiche venissero considerate come mezzi necessari alla salute, senza dei quali la Fede e il Battesimo restavano inefficaci. Sarebbero stati quei giudizianti che sogliono chiamarsi intransigenti radicali. Che quelli di Galazia predicassero l'osservanza di queste cose come un mezzo che conduceva alla perfezione della vita religiosa, ma non era necessario alla salvezza, come qualcosa che si proponeva alla buona volontà dei neofiti, ma non s'imponeva, è stato affermato da antolocici e cattolici. Contro di essi cfr. Lagrange, che ha fornito (Epitre aux Galates, 3a ed., Parigi 1926, pp. xxix-LVIII; id., Les judaïsants de l'Empire aux Grâces, in Revue biblique, 4 (1917), pp. 138-67) la più esauriente dimostrazione del radicalismo intransigente dei giudizianti combattuti nella G. L'energia con cui Paolo investe la questione e gli avversari lascia capire che si trattava di una grave deformazione, o piuttosto perversione del Vangelo, che conduceva alla conseguenza esiziale di rendere inutile l'opera di Cristo. Si tratta di due Vangeli diversi: meglio — corregge subito l'Apostolo — non di due Vangeli, che ce n'è uno solo, ma di un attento alla sostanza stessa del Vangelo di Cristo (1, 6 sgg.). E la cosa è tanto grave che egli non esita a ricorrere all'inattesa contro chi arrisce accingersi a tale impresa, anche nell'ipotesi assurda che costui fosse Paolo stesso o un angelo dal cielo (1, 8 sgg.).
Anche A. Loisy, in un primo tempo (Recte d'histoire et de littérature religieuses, 7 (1921), p. 76 sgg.) riconosceva che la G., come le due lettere ai Corinti, è un documento palpitante di vita polina; ma un'ulteriore sua critica (La naissance du christianisme, Parigi 1933, p. 23 sgg.) fu sfavorevole all'autenticità della G. che egli considerò, in parte, notevolmente posteriore al 1 sec., a motivo della troppo chiara affermazione della divinità di Gesù: quest'ultimo stato solo nel 11 sec. inoltrato.
La voce di Loisy è rimasta isolata (cf. M. Goguel, Galates, Epître aux, in Diet. Enc. de la Bible, 1, p. 459); infatti la G. è conosciuta e utilizzata all'inizio del sec. 11 da Ignazio di Antiochia (Ad Eph., 16, 1 e 18, 1; Ad Magnes., 8, 1; Ad Rom., 2, 1; 7, 2; Ad Philadel., 1, 1; Ad Polycarp., 1, 2) e da S. Policarpo (3, 3; 5, 1, 3; 9, 2; 12, 2); durante il sec. 11 le citazioni e le esplicite attribuzioni a Paolo si moltiplicano, concorrendovi anche l'eredizio Marcione, che delle lettere polane incrociava anzitutto G. (cf. Burton, p. xxviii sgg.; Amiot, p. 11).
IV. AUTENTICITÀ PAOLINA E RAPPORTO CON L'EPISTOLA AI ROMANI
L'autenticità della G. è ormai indissociata. Se il radicalismo di B. Bauer e di qualche altro rappresentante della scuola olandese (cf. Burton, p. LXX sgg.) è arrivato a contestarla, per contro la scuola di Tubinga (per rimanere nel campo acattolico) ha architettato la teoria del paulinismo contro il petrinismo sul presupposto dell'autenticità della G., quale documento dell'intransigenza di Paolo nell'affermare l'emancipazione della legge.I caratteri interni confermano appieno la testimonianza dell'antichità. Oltre che un falsario non avrebbe pensato a mettere così crudelemente a nudo una grave crisi di queste comunità paoline, quasi uno scacco di Paolo stesso, questi solo poteva parlare con tanta sicurezza del energia, forte della sua autorità di apostolo e di padre.
L'autenticità della G. sarebbe confermata, se occorresse, anche dalle notevolissime somiglianze con la Roma, non per il tono e per la particolare impostazione del problema che sono totalmente diversi, ma per le idee. La G. è l'anticipazione polemica dell'ampia serena trattazione della Roma. Ma in questa il disegno si è allargato: la nuova economia della Grazia vi è considerata in una visione sintetica ed esauriente e in forma più positiva. L'anima, però, è le idee maestre sono le medesime; onde si può considerare la G. come un abbozzo della Roma; un abbozzo che non dovette precedere di molto il quadro tracciato a Corinto, nella calma relativa dell'inverno 57-58. — Vedi tav. CXXV.