Enciclopedia Cattolica vol. V, 1950 Musica

GALLICANO, CANTO

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GALLICANO, CANTO. - In senso largo il termine c. g. si estende a tutte le forme di musica liturgica monodica della Chiesa occidentale che non sono della Chiesa romana, e cioè canto in uso nella Gallia, in Spagna, in Irlanda, a Milano, in contrapposizione specialmente al canto gregoriano. In senso stretto con la voce c. g. s'intende il canto delle Chiese al di là delle Alpi e specialmente tra il Reno e i Pirenei. In una terza accezione poco usata c. g. potrebbe essere quello instaurato nel secc. XVII e XVIII nella Francia in seguito al gallicanesimo politico e religioso che portò con sé innovazioni liturgiche.

Le condizioni che riguardano il c. g. nella seconda accezione sono piuttosto vaghe, mentre la liturgia gallicana antica è meglio conosciuta. Infatti non esistono manoscritti completi di c. g. come se ne trovano invece a centinaia per il canto gregoriano. Le melodie dette gallicane nella loro attuale forma esistono soltanto nei codici gregoriani o ambrosiani in cui sono stati introdotte insieme con i riti e le formole di preghiera di origine gallicana. Si riconoscono per la loro struttura spesso pralissa, e da deduzioni e confronti tra le pure fonti romane e i libri liturgici gallicani autentici, cioè gli Antifonari di Fleury, di Marsiglia, di Tours, di Lione, il Missale Francorum e forse anche il Lesionaria di Luxeuil e l'Omilaria di Alcuino. I pezzi meno dubbi di c. g. sarebbero il « Pange lingua gloriosi proelium certaminis, inno composto da Venansio Fortunato alla fine del sec. VI a Poitiers, forse anche il « Vesilla Regia », alcune melodie dell'Esaltazione della S. Croce, come l'antifona « O Crux » della funzione gallicana delle Caneri, della festa di s. Martino; di s. Barnaba, della Trasfigurazione, delle Palme (« Gloria Laus » e forse l'antifona « Cum audiaset »). Nella Settimena Santa l'« Agios o Theos » e gli « Improperia » sono probabilmente venuti nella liturgia romana dalla liturgia gallicana; ma qui sorge il problema dell'origine di questi canti detti gallicani, problema che riceve quasi una soluzione dalle evidenti tracce di influsso orientale, riconoscibili pure nel canto ambrosiano. Non basterebbe dunque far risalire il c. g., come gli altri dialetti del canto liturgico latino antico, a un fondo primitivo romano che poi si sarebbe differenziato secondo il genio proprio dei paesi dove svolgeva la sua evoluzione; questo fondo comune è testimoniato dai testi liturgici comuni e anche dalle melodie sostanzialmente identiche; ma oltre a questo sono da ricordare gli apporti dalle Chiese orientali, specialmente attraverso la Chiesa di Lione che ebbe alcuni suoi vescovi propriamente orientali: p. es., s. Ireneo. Poi il genio creativo dei popoli gallici si manifestò non solo nell'illustrazione scenica dei misteri della fede (rito del Mendatum) ma anche nella traduzione lirica del dramma cristiano centrato nella persona di Cristo (canto del testo eucaristico « Venite populi ad sacrum mysterium » ancora in uso nelle chiese di Milano e di Lione) e nella persona dei martiri (canto dell'Offeritorio « Elegerunt Stephanum » per la festa di s. Stefano).

Un colpo fatale fu dato al c. g. al tempo in cui re Pipino e suo figlio Carlomagno vollero il ritorno delle Gallie alla liturgia romana, che era la liturgia riformata da Gregorio Magno; scomparsa la liturgia, scomparve anche il canto che la accompagnava. La sola Chiesa che forse può vantare qualche ricordo di tale canto è quella di Lione; ma nel De correplicere antiphonarii non si può riconoscere esattamente ciò che è rimasto dall'uso antico e ciò che forse sarà stato introdotto indipendentemente anche dalla pratica romana insegnata da maestri delle grandi scuole carolingie come, ad es., Alcuino e Amalario. La Chiesa di Aix-en-Provence, nella quale furono in onore anche dopo Carlomagno la liturgia ed il c. g., non ha più conservato pretese a una liturgia propria. Gli altri centri in cui fu coltivata l'arte musicale insieme con le altre discipline e dei quali ci si può aspettare qualche apporto alla oscura questione del c. g. sono stati Autun, Vienna, Arles, Narbona, Tolosa e, più a nord, Tours, Poitiers, Orléans. La diffusione dei monaci di Cluny e, con essi, della pura liturgia romana, fu il colpo di grazia a ciò che poteva esser rimasto della feconda sorgente di musica liturgica gallicana.

Bibliografia6 opere
BIBL.: P. Macquereau, in Palaeographie musicale, 1 (1889), p. 123 sg.; A. Gastoué, Histoire du chant liturgique à Paris, Parigi 1905, passim; H. Leclercq, Chant grégorien en Gaule, in DACL, III, col. 306; D. Cabrol, Les rimes de la liturgie latine, Parigi 1930, passim; A. Gastoué, Le chant gallican, in Revue du chant grégorien, 42 (1935) p. 146 sgg.; 43 (1939), pp. 7 sgg., 44 sgg.

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Di Pietro Thomas

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), coll. 1900–1902.

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Thomas, Pietro. “Gallicano, canto.” In Enciclopedia Cattolica, vol. V, coll. 1900–1902. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1950. https://azioneromana.com/it/article/gallicano-canto.

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Thomas, Pietro. “Gallicano, canto.” Enciclopedia Cattolica, vol. V, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1950, coll. 1900–1902. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/gallicano-canto.

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