GEDEONE (ebr. Gidh’on; Settanta Tedkov, Volg. Gedeon). - Un «giudice» di Israele. Dopo l’Debora (v.), si verificò in Palestina un periodo di razzie e di torbidi causati da incursioni di Maidaniti, di Amaleciti e di beduini transgordanici (Ind. 6, 3). Oppressi dalla calamità, gli Israeliti fecero ritorno al Signore, che suscitò un nuovo «giudice» in G., figlio di Ioas, discendente da Manasse nel ramo abiezzita (cfr. Jos. 17, 2). Mentre G. stava sotto il terribito di Ephra (località non identificata, ma senza dubbio nella parte cisgordanica della tribù di Manasse) un angelo del Signore gli manifestò la nuova missione da compiere. Per accertarlo della sua realtà di messo celeste, l’angelo offrì a G. un segno, producendo un fuoco prodigioso su alcuni cibi (Ind. 6, 11-24).
Anzitutto il nuovo giudice purificò il suo paese natio, anzi la stessa casa paterna, da un BA'ALBEK (v.). Egli demolì l'ara, quindi tagliò il palo sacro dell' 'Ašeráh (v. Astarte) e con esso bruciò un sacrificio al vero Dio. I concittadini indignati ne chiesero la morte, accusandolo di sacrilegio. Il padre protesse G., affermando che Baal stesso avrebbe potuto mostrare la sua potenza con la vendetta sull'empio. I dimostranti si accontentarono di cambiare in augurio le parole scettiche di Ioas; di allora, infatti, G. fu chiamato Ierubaal (= Baal difenda) la propria causa). Prima di assalire i Madinati, G. richiuse un segno dal cielo, ossia il miracolo del vello della rugiada, molto sfruttato nell'esegesi tipologica ed allegorica dei Padri. Quindi, con soli 300 uomini, selezionati dal modo più o meno sbrigativo usato nel bere in un torrente, assalì i razziatori della Transgiordania. Il primo scontro avvenne verso il Gior-dino a nord della Samaria, probabilmente fra 'Ajin Gálad (= fonte di Harad) ed il colle Nebi Dahí o piccolo Hermon. Con uno stratagemma i 300 uomini riuscirono ad entrare nel campo nemico ed a diffondervi il panico. G. inseguì i nemici, dei quali alcuni vennero catturati, come i due principi madinati Oreb e Zeb, nei guadi del Giordano. Passata il fiume, nonostante l'ostilità di alcuni centri israelitici, dei quali si vendicò duramente, G. sconfisse i nemici. Fra i prigionieri sono ricordati espressamente Zebee e Salmana, che G. soppresse di sua mano per vendicare la strage dei suoi fratelli compiuto dai due. Liberato il popolo dai razziatori, G. rifiutò la dignità regia e rimanziò al grande bottino di guerra. Chiese solo alcuni ornamenti d'oro. Ricevute per il peso di ca. 28 kg., li fuse per farne un efod, che non sembra fosse l'ornismo indumento sacerdotale (v. EPHOD), ma piuttosto un oggetto usato a scopi divinatori. Infatti l'autore sacro afferma che esso fu causa della 'formica-zione spirituale', ossia dell'idolatria, del popolo. G. morì, lasciando ben 70 figli legittimi ed uno illegittimo, che compirà una strage dei fratellastri e preparerà la sua stessa rovina (v. ADRAMELECH; GAAL; IOHATAM, PHILO DI G).
Le vicende di G. sono narrate in Inde. 6-8; anche altrove, però, la Bibbia allude alle sue gesta (cf. Ps. 82 [ebr. 83], 12) ed alla sua fede (cfr. Heb. 11, 32, 33).