GERARDO DI CSANÀD, SANTO

GERARDO di CSANÀD, santo. - Teologo benedettino, vescovo e protomartire dell'Ungheria, n. a Venezia dalla famiglia Sagredo alla fine del s. X. m. a Bagno Rudas il 24 sett. 1046. Religioso a S. Giorgio in Isola (più tardi S. Giorgio Maggiore), ne divenne presto (1012) priore; mandato a Bologna, già nota come centro di studi, vi apprese le arti liberali e la filosofia; ritornato a Venezia, fu eletto abate del suo monastero (1021). Dopo pochi anni di saggio governo, lasciò l'ufficio per intraprendere un pellegrinaggio in Terra Santa, dove era morto suo padre, combattendo contro gli infedeli. Passando per l'Ungheria fu trattenuto dal re s. Stefano (997-1036), che gli affidò l'educazione dell'unico figlio s. Emerico. Ritiratosi poi nell'eresmo di Bél (foresta di Bakony), vi rimase fino al 1029, anno in cui il re gli affidò il nuovo vescovato di Csanàd (Cianadino), dove lavorò con straordinario zelo per la conversione dei pagani. Partecipò attivamente agli affari del nascente regno; andò in Francia come legato di Stefano, che poi accompagnò a Ravenna e a Roma. L'Ungheria considera giustamente s. G. come il padrino del regno apostolico e l'apostolo del culto mariano, così radicato nel popolo, che da allora salutò la Vergine quale «Patrona Hungariae». I disordini, che si verificarono tra i successori di s. Stefano, condussero a una rivolta dei superstiti pagani, che infissero a G. una morte crudele.

G. all'azione unì un'intensa vita di studio. Delle sue opere ci rimane la *Deliberatio Gerardi Moresanae Ecclesiae episcopi supra hymnum trium puerorum ad Singirium liberalem*, conservata nel cod. 6211 della Biblioteca nazionale di Monaco e pubblicata da I. Batthyani, *Sancti Gerhardi ep. Chanaedensis scripta et acta hactenus inedita* (Karlsburg 1790), dove G. tra l'altro, si dimostra abbastanza favorevole allo studio della filosofia, purché sia riconosciuta la sua inferiorità di fronte alla Rivelazione. In quest'opera dice d'averne scritte altre tre (perdute): un commento al primo capitolo dell'*Epistola agi Ebrei* e alla prima di s. Giovanni, un opuscolo *De divino patri monio*. Secondo il Sansovino avrebbe scritto anche al

testo parigino e giustificò le sue correzioni nelle note marginali, le quali mostrano che conosceva meglio il greco che l'ebraico. I codici latini dei quali G. si servì appartengono alla recensione di Alcuino, e non sono più antichi del sec. IX o X.

BIBL.: H. Denife, Die Handschriften der Bibel-Correction des 13. Jahrhunderts, in Archiv für Literatur und Kirchengeschichte des Mittelalters, 4 (1888), pp. 289-311, 587-601; E. Mangenot, S. V. in DB, II, col. 1015; A. Kleinhans, De studio S. Scripturae in Ordine Fratrum Minorum saec. XIII, in Antonianum, 7 (1932), pp. 334-335.