GIOVANNI da FÉCAMP. - Abate e teologo be- nedettino, n. a Ravenna alla fine del sec. X, m. a Fécamp (Normandia) il 22 febbr. 1078. Nipote del celebre abate b. Guglielmo da Volpiano, ne divenne presto il discepolo prediletto nell'abbazia di S. Be- nigno di Fruttuaria. Seguì lo zio, quando questi si recò in Francia a fondare il monastero di S. Be- nigno di Digione e nel 1017 fu dal medesimo creato priore dell'abbazia della S.ma Trinità di Fécamp, di cui divenne abate nel 1028. Dal 1052 al 1054 governò anche l'abbazia di Digione. Proprio in quel momento Fécamp divenne il centro di una Congre- gazione benedettina, cui successivamente si unirono i monasteri di Blangy, Saint-Taurin, Bernay. Se in quel fervido periodo di riforme monastiche, ca- poggiate da Cluny, da St-Vanne e da S. Benigno di Digione, non si ebbero rivalità, i capi però do- vettero partecipare a tutto il movimento politico- religioso dell'epoca e soggiacere ai suoi urti e alle sue scosse. G., amico del re inglese Edoardo III, era accetto anche a Guglielmo il Conquistatore, che volentieri si recava a Fécamp; in rapporto con Fruttuaria, non perdette i contatti con l'Italia e l'Impero; con l'imperatrice Agnese, madre di En- rico IV, ebbe relazioni epistolari.
Dotato di forte sensibilità, a contatto con i grandi ebbe molto a soffrire per l'incomprensione e la rudezza degli uomini. Piccolo di statura (era perciò chiamato Jannelin, diminutivo, che G. non disdegnò), di animo mite, governò con quella moderazione, che è la caratteri- stica della Regola di s. Benedetto. Caldo d'amore divino desiderò trasfondere l'interno fervore nei suoi monaci. Eremita di desiderio, fu un antesignano della tendenza, che in quello stesso periodo doveva largamente diffondersi per opera di s. Romualdo e di s. Brunone. Assetato di contemplazione, passò per i grandi uffici portando nel cuore la struggente brama della solitudine e la nostalgia della «patria». Sotto questa pressione religiosa, la sua penna non s'attarda su argomenti umani, come freccia punta verso il cielo.
Scrisse: Confessio theologica (PL 40, 909-36; nuova ed. di J. Leclercq - I. P. Bonnes, pp. 109-83 in tre parti, Trinità, Redenzione, anima redenta); Libellus de Scrip- turis et verbis Patrum, in quattro parti (Incarnazione e perfezioni divine, amore di Cristo, contemplazione, preghiere); Confessio fidei (PL 101, 1027-98), in quattro parti (Dio Uno e Trino, Incarnazione del Verbo, spie-
gazione del Simbolo, Eucaristia). Il manoscritto 245 della Biblioteca municipale di Metz contiene un compendio della Confessio fidei, un tempo attribuita ad Alcuino. Questi tre scritti non sono che diverse recensioni di una stessa opera, che si può considerare una «teologia prega» da cui furono tratte le Meditationes, i Soliloquia e il Manuale attribuiti a S. Agostino e largamente diffusi fino ai nostri tempi. I. Leclercq e I. P. Bonnes hanno edito nuovi opuscoli: Deploratio quietis et solitudinis derelictae (op. cit., pp. 184-97): opera della maturità, forse la più personale; Lessus paenitentiae (ibid., pp. 222-228) e Pater mi (ibid., pp. 229-30): due poemetti spirituali; quattro lettere di direzione spirituale (ibid., pp. 198-220) rivelatrici dell’animo e del metodo dell’arte; la terza è diretta all’imperatrice Agnese. Il Migne (PL 147, 463-73) aveva già edito altre lettere di governo, in cui G. si manifesta calmo, ma energico. Il Wilmar ha attribuito varie Meditationes e Preces (soprattutto le preghiere ritenute di S. Ambrogio, che il Breviario romano riporta in calce come praeparatio ad Missam) a G., ma il Leclercq avanza seri dubbi sull’autenticità.
Queste opere, pur nella semplicità dello stile, nella ripetizione dei concetti e nella ridondanza della frasi fatte d’imprescritti biblici e patristici, sono dotate di una speciale virtus saucia e alla distanza di un millennio hanno ancora la freschezza di una sorgente montana. Il Wilmar le ha giustamente ritenute la miglior produzione ascetica del medioevo prima di S. Bernardo e più aggiungere che i capitoli eucaristici della Confessio fidei sono tra i più belli dell’epoca. Questi scritti, sotto il nome di S. Agostino, hanno attraversato i secoli, perché riflettono l’incoerenza delle all’anima cristiana verso il Paradiso.