GIOVANNI DA PRATO

GIOVANNI da Prato. — Scrittore, n. a Prato ca. il 1367, m. a Firenze tra il 1442 e il 1446. Il suo vero nome è G. Gherardi. Ammiratore di Dante, ne lesse la Commedia in S. Maria del Fiore.

Reminiscenze dantesche e modi del Boccaccio s’incontrano nella Philomena (ed. da C. del Balzo in Poesie di mille autori intorno a Dante, III, Roma 1891), poema in terzine nel quale il poeta, guidato da sette donne (virtù cardinali e teologali), dalla selva dell’errore perviene al colle della teologia. Ingenuo misticismo spira dal Trattato d’una angelica cosa mostrata per una dixitissima visione (in Wesselofski, p. 885 sgg.). Sotto l’influenza artistica del Boccaccio, ma improntata a sensi di nobile religiosità, è la sua opera principale, giunta anepigrafa e mutila (i primi quattro libri lacunosi, e appena il principio del quinto), che A. Wesselofsky intitolò Il Paradiso degli Alberti, dal nome della vila florentina di Antonio Alberti in cui questi, Coluccio Salutati, Luigi Marsili e altri umanisti dissertano di storia e di filosofia. La pesantezza erudita del racconto è, a tratti, ravvivata dalla rappresentazione di costumanze fiorentine del tempo e da nove agli novelle.

Bibl.: Introduzione di A. Wesselofsky all’ed. del Paradiso degli Alberti, Bologna 1867; F. Novati, G. da P., in Miscellanea fiorentina di erudizione e di storia, I, Firenze 1886, n. 11; A. Chiari, La fortuna del Boccaccio, in Questioni e correnti di storia letteraria (a cura di A. Momigliano), Milano 1949, p. 305 sgg. Italiano Marchetti