GIOVANNI di MIRECOURT (de Mirecuria). - Scolastico cistercense (onde l'appellativo di monacus al-bus) della prima metà del Trecento. Lesse le Sentenze nel 1344-45 (o 1345-46) nel Collegio di S. Bernardo a Parigi.
Già nel 1346 Clemente VI, papa avignonese, aveva richiamato l'attenzione dell'Università parigina sul metodo riprovevole, colà invalso, di frammischiare fuori di proposito la filosofia alla teologia. Nel 1347 venivano denunziate come sospette, dall'Università, 63 proposizioni tolte dal Commento alle Sentenze (tuttora inedite) di G. di M. Questi approntò nello stesso anno un'Apologia delle 63 proposizioni, indirizzandola al legato pontificio in Francia. Ciò non ostante l'Università condannava (ancora nel 1347) 41 delle tesi già prima indicate come sospette. G. di M. preparò allora una seconda Apologia, tendente a dimostrare che nelle tesi condannate si poteva ravvisare, oltre che un senso erroneo, un senso legittimo. Domandava inoltre di poter accompagnare ai manoscritti del Commento alle Sentenze le 41 proposizioni con la propria Apologia: ciò che, pare, gli fu concesso. Si conoscono oggi per intero entrambe le Apologie, edite da F. Stegmüller in Recherches de théol. anec. et méd., 7 (1935), fasc. I e II. Tuttavia un vero studio dal punto di vista teologico e filosofico su G. di M. non esiste ancora.
Effettivamente G. di M. cade in manifesti e gravi errori; se questi non tutti compaiono nella seconda Apologia, ciò sembra dovuto al fatto che i giudici non vollero immischiarsi troppo in questioni filosofiche, dalle quali Clemente VI invitava l'Università di Parigi a tenersi lontana. In particolare quanto ai rapporti di Dio con la creatura umana, G. di M. si spinge tant'oltre, nell'affermare l'onnipotenza di Dio, da falsarne il concetto, coinvolgendo Dio stesso nell'azione pecaminosa dell'uomo. Naturalmente da questa teoria derivano funeste conseguenze per la dottrina della Grazia e della Predestinazione. Anche a proposito di Cristo G. di M. trascorse ad espressioni, che nella seconda Apologia poterono venir compendiate e condannate sotto la formola «Quod possibile est Christum secundum voluntatem creatam errasse et forte secundum hominem mendacium protulisse» (n. 12, cf. Rech. de théol. anec. et méd., 5 [1933], p. 196).
A questi ed altri errori, si accompagnarono dottrine filosofiche già prima affiorate nell'ambiente parigino, e che egli ora immetteva nel campo teologico. La seconda Apologia (n. 27) riferisce la proposizione condannata: «Quod est probabile in lumine naturali non esse accidentia, sed omnem rem esse substantiam, et quod nisi esset fides, hoc esset ponendum vel probabiliter posset poni» (ibid., p. 201).
Il medesimo pensiero è riferito nella prima Apologia sotto il n. 43 (ibid., p. 66); sotto il n. 44, è poi riportata un'altra proposizione meritevole di molta attenzione per gli sviluppi che ottennero in seguito gli errori in essa contenuti: «Non est probatum demonstrative ex propositionibus per se notis et evidentibus, evidentia nobis reducta ad certitudinem, primi principii, quod Deus sit, nec quod perfectissimum sit in entibus, sicut nec aliquid esse causam alterius, nec quin quaelibet res creata habeat causam, et causa illius causam et sic in infinitum, nec quin aliquid possit totaliter producere nobilius se, nec quin quocumque quod est possit produci nobilius».
Da queste gravi affermazioni, risulta che G. di M. metteva in dubbio: 1) una dimostrazione dell'esistenza di Dio e più precisamente 2) il principio di causalità; 3) la sua efficacia per l'ascesa a Dio.