GLEBA: V. SERVI DELLA GLEBA.
« GLORIA IN EXCELSIS DEO » (Hymnus angelicus). - Inno liturgico molto antico che s'incontra in varie recensioni: greca del cod. Bibl. Alessandrino (=A) e delle costituzioni apostoliche, VII 47 (=C); siriaca della liturgia nestoriana (=O); latina dell'Antifonario di Bangor (sec. VII). Inoltre esiste una recensione latina milanese, mozarabica e del « textus receptus » del Messale romano. Secondo Lebreton e Capelle, la recensione A rappresenta il testo autentico meglio che C, benché A sia stato mutato sotto l'influsso delle idee d'Origene; C è stato rimaneggiato nel senso ariano dell'inegualità e della subordinazione del Figlio in rapporto al Padre; la recensione O (con le sue aggiunte e mutilazioni) risente di molte influenze. Il testo del Messale romano fu redatto nel sec. IX.
Si distinguono due parti: 1) una lode, 2) una supplica, preghiera. La parte prima, la lode, assai antica per le caratteristiche testimonianze degli scrittori subspostolici, rimonta già al sec. II ed è composta a) dal cantico degli Angeli (Lc. 2, 14), molto affine ad un antico canto messianico « Osanna » (=Gloria) nella forma data da Luca (19,38) con riferimento a Ps. 117, 25 sg.; b) esaltazioni di Dio in forma di acclamazioni; ma non c'è probabile relazione tra queste e le acclamazioni imperiali al Senato romano. La loro vera origine è giudaica (Baumstark); c) si chiudeva con una adeguata finale che ripeteva i tre nomi divini (cod. Aless., Bangor, Milano, mozarab.). Oggi manca la menzione dello Spirito Santo. A questa prima parte, già esistente al tempo precostantiniano, si aggiungeva, contro gli ariani, la seconda parte cristologica (sull'esempio del « Te Deum »), contenente a) acclamazioni cristologiche « Domino Deus, Agnus Dei », « Filius Patris » (originariamente chiudeva al « Domine Deus »); b) una specie delle
più antiche litanie; c) una triplice predicazione; d) il finale trinitario. L'omissione della menzione dello Spirito Santo, nella prima parte, ha dato all'inno una coesione più strettamente cristologica; già nella recensione C, infatti, tutto il « Gloria » si dirige al Padre per il Figlio.
I documenti più antichi, tanto orientali, quanto occidentali (Regole di Cesario, di Aureliano, Milanese, Bangor) assegnano il « Gloria » alla liturgia dell'ora matutina; nella Chiesa romana si usa già al sec. VI nella Messa di Natale. Simmaco papa (m. nel 514) ne estese l'uso per i vescovi alle domeniche ed alle feste dei martiri. Ai sacerdoti l'uso era permesso soltanto al giorno dell'Ordinazione e nella vigilia pasquale fin al sec. IX; dal sec. XI l'uso divien generale. Non si canta durante l'Avvento, e da Settuagesima alla vigilia pasquale, e ciò già al tempo di Amalario; si dice oggi nelle feste per tutto il tempo pasquale e nelle domeniche comuni e nei giorni quando nell'Ufficio si recita il « Te Deum ».