GOGOL’, NIKOLAJ VASÍL’EVIČ. - Scrittore russo, n. a Soróčiny il 20 marzo 1809, m. a Mosca il 21 febbr. 1852. Il suo dramma poggiò su un contrasto fra natura etica e natura poetica, fra l’ambizione di investire l’arte di un contenuto, e un temperamento di stilista inadatto a sostenerlo. Nutri fin dalla giovinezza il convincimento di essere predestinato ad arrecare « un bene » all’umanità e credé individuarlo nella « giustizia ». Sognò dapprima di diventare un grande legislatore, ma una breve esperienza del mondo burocratico bastò a disingannarlo.
In attesa di scoprire la sua « vera missione », cominciò a scrivere e pubblicare dei racconti : le Veglie a una fattoria presso Dikan’ka (1831-32) segnano il suo primo successo, confermato nel 1835 da Mirgorod e Arabeschi. La fortuna letteraria lo fa convinto di avere finalmente trovato la sua strada e comincia a guardare all’arte come al mezzo naturale di attuazione del proprio ideale. Nello stesso 1835 pone infatti mano a un’opera, Il revisore, in cui vuol colpire « tutte le ingiustizie » che si commettono laddove « occorre più d’ogni altra cosa giustizia ». Ma la rappresentazione della commedia (1836) si muta in una catastrofe. G. è accusato di essere scrittore incapace di sentimento umano. Ne è esacerbato; fugge dalla Russia affinché più nulla gli ricordi la commedia : vuole sottoporsi a una educazione spirituale che lo preservi da altri errori, e purificarsi in solitudine per conseguire una maturità che gli condizioni un’opera che egli ha concepito come « poema » del suo riscatto : le Anime morte in cui raffigurerà personaggi ideali. A Roma (1837-39) ritrova la pace, ma nel 1842 quando, stampata la prima parte del romanzo, sente rinnovarsi le medesime accuse, la crisi diviene tragica. La sua « educazione » prende ora un indirizzo mistico ; ma egli è ormai quasi del tutto incapace di proseguire nel lavoro. Nel 1846 si accorge di avere già svolto in forma teorica, in alcune lettere ad amici, quel contenuto ideale che è incapace di tradurre poeticamente nel romanzo. Si sconfessa scrittore, abiura tutta la sua opera artistica e stampa il « primo libro utile » : i Passi scelti dalla corrispondenza con gli amici (1847). Questa volta lo si accusa di bigotteria, oscurantismo, superba umiltà. E, in prima linea, Belinskij inizia contro di lui la battaglia in nome del razionalismo. È il colpo di grazia. Cerca inutilmente salvezza e pace in pelle-grinaggi (Palestina 1848), digiuni, preghiere. Gli ultimi anni sono un lento trascinarsi di pena in pena, fisica e morale. Ai primi di febbr. del 1852, in un accesso di sconforto, brucia il manoscritto delle Anime morte
e il 21, esausto da troppo acerbo e prolungato digiuno, muore. L’arte di G. muove dallo stile ; lo stile da un giuoco avveduto e complesso di contrasti. La defor-mazione della realtà attraverso la tessitura stilistica, il grottesco, l’iperbole, le conferisce un carattere « rea-listico » assai relativo. Ricco di fantasia, ma povero di inventiva, G. sostiene la narrazione fuori dei limiti dell’intreccio : nel ritratto, che diviene specchio di profonda, cordiale umanità nel Mantello. Con la figura di Akakij nel Mantello, G. rivoluziona il concetto tradi-zionale, classico e shakespeariano, dell’eroe, assumendo alla funzione di quest’ultimo, ed elevandolo ad eguale grandezza, il « fratello » meschino e risibile. Dostojevskij, nelle sue opere giovanili, si riconnette direttamente a questo particolare aspetto dell’arte di G.