GOLDONI CARLO GOLDONI, CARLO

GOLDONI CARLO

GOLDONI, CARLO - Ritratto, in un dipinto contemporaneo. Roma, Biblioteca Angelica.

si ridusse con la compagnia Medebac, tornando a Venezia dopo qualche anno di vagabondaggio comico e di avvocatura pisana; ed è il periodo più intenso della sua opera, quando si studia e studia con ardore indefesso: il periodo della Vedova scaltra, della Puttia onorata, della Famiglia dell'antiquario, della Locandiera, della Figlia obbediente; di S. Luca (dove, in un ambiente più vasto, con un impegno più grave di pubblico e di polemica letteraria contro Pietro Chiari e Carlo Gozzi, si prodiga in due direzioni diverse, quella della commedia avventurosa in versi martelliani, la trilogia di Ircana, ad es., e quella delle commedie in dialetto veneziano, libere ormai da ogni impaccio di maschere, stupendamente sciolte e commosse, I rusteglia, Le baruffe chiosotte, La casa nuova; ma si annoverano anche capolavori di artistissima osservazione psicologica, come la trilogia della Villeggiatura e Gli innamorati). Ultimo periodo quello parigino, dall'ag. del 1762: andava per riconfortare le cadenti fortune della commedia italiana in Francia; e dovette ricominciare da capo a lavorare sulle consuetudini degli attori dell'arte, piegandosi a loro, per meglio persuaderli. Ma fra gli scenari scrisse, alla maniera appunto dell'arte, l'armoniosissima invenzione del Ventaglio, un puro gioco scenico, disinvolto da ogni preoccupazione che non sia di battuta e di danza; e compose in francese due commedie, Le bourru bienfaisant e L'avare fastueux, omaggio del Veneziao alla tradizione e alla casa di Molière.

Passa dunque da un noviziato a una missione teatrale, per dirla secondo una maniera goethiana che sottolinei l'impegno del poeta in quel suo teatralissimo secolo.

Fondatore della nuova commedia italiana, al centro della favola pose l'osservazione della moralità e del costume, adunandovi il gioco di un liberissimo e pietissimo immaginare. Ma nell'aridità di una cifra difficilmente si rassegna l'arte dell'esperto e umano autore, sempre pronto alla sorpresa delle novità impensate fra le vecchie parvenze, sempre attento alla vicenda delle sue creature e all'infinità varietà della natura umana e dei casi della vita. Né egli è commediegrafo che proponga un programma per essere discusso altrove che nella calda e mobile cerchia degli spettatori: anche quando parlò di «riforma» della commedia, che impigriva e si degradava nella scurrilità dei comici dell'arte, o di «caratteri», quasi a giustificare secondo i canoni della verosimiglianza l'invenzione dei personaggi comici, si preoccupava solo di disporre con l'adunanza attuale e futura una stabile e consapevole intesa. Le ambizioni intellettuali, le saccenterie dottrinali, le vanaglorie furono estranee ad un uomo che del suo secolo colse gli aspetti più garbati, le festevoli condiscendenze, la profonda fiducia nell'umano e nel ragionevole. La commedia italiana s'apre con lui alla sua terza stagione, dopo aver conosciuto il frammentismo minimo della gialleria medievale e l'organizzazione tecnica della commedia dell'arte; ma nella paziente e fecondissima fatica del suo cauto disporre, del suo volenteroso proporre, le tradizioni di una forma espressiva, che era stata tanta parte del costume d'Italia, rimangono intatte nel loro significato autentico. Il suo dialogo è di una immediata e tale che sembra chiedere solo all'evidenza della cosa direttamente vista e della parola immediatamente ascoltata, in un brevissimo cerchio di suggestione, la sua forza persuasiva. Dialogo mimico, appunto; e la struttura delle sue commedie è così esattamente calcolata, che la sapienza della composizione e il nitore del colorito scenico sembrano spontaneamente nascere nell'atto di recitare: con l'illusione dell'improvvisare ch'era dell'arte. Per giungere a questo riassunto, che s'apria al moderno senza nulla perdere dell'antico, e guadagnare senza rivoluzioni il popolo d'Italia a una nuova parola e a una più attenta partecipazione alla vita morale, egli si vale delle novità introdotte da un secolo nel teatro francese e nostrano; e la commedia letteraria, svoltasi da Molière attraverso i suoi epigoni francesi ed italiani, non ha segreti per lui; ma ogni scoperta matura nella concretezza di un'esperienza minutamente circostanziata, che calcola tutte le possibilità degli attori e l'esatta rispondenza del pubblico.

La sua grandezza è nella spontaneità cui giunge, rappresentando una natura umana che con una agevolezza mirabile si atteggia, non mai del tutto brutta e ferita, ma ragionevolmente disposta al meglio. Una bontà connaturata, dunque, e i doni di una fiduciosa, ma troppo agevolmente paga, società cristiana, che il cristianesimo aveva assorbito tutto in costume, né andava riproporre i temi della speculazione teologica. Dal teatro, in cui si sperimenta con una fatica enorme, giungendo a stupendi effetti di chiarezza e agile melodizzazione, passa ad un'osservazione morale che fonda l'umana convivenza in termini di ragionevolezza appunto, di viver bennato, di saggia disposizione: vizi e passioni vi compaiono, ma attenuati dalla cautela saggia e come allontanati da un pensiero che fa prevalere la norma morale e le buone disposizioni sopra ogni eccesso di volontà e di passione. E quell'osservazione morale si riassume in armonia arguta e limpida, quasi che il poeta offra una cifra per ricomporre in grazia pensosa ma fidente l'immagine di tutta la vita. Troppo facile ridurre, nei limiti del costume e della moralità settecentesca, una così matura e complessa esperienza, tanto scaltrita ed accorta quanto più schiva di clamori e di bandi, aliena dal sorprendere, romanticamente, la buona fede e il buon senso e il senso comune. In realtà, G. è l'erede più maturo della civiltà umanistica italiana, e di lì, dalla sua commedia e dalla sua proposta, muove il costume e la vita sociale dell'Ottocento italiano, in quanto ebbe di più attivamente partecipato e di più volenteroso e di più fiducioso: inspiegabile, senza G., la storia della poetica manzoniana; ma incomprensibile la stessa vita sociale della penisola: anche se G., nel teatro europeo, resta come il modello irraggiungibile della teatralità più accorta che tutto sembra risolvere nell'armonia del gesto e della battuta.

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(sit. Eno. Catt)
Goldoni, Carlo - Rirratto, in un dipinto contemporaneo. Roma, Biblioteca Angelica.

BIBL.: Testo fondamentale è l'edizione centenaria, promossa dal Municipio di Venezia, dal 1907 in avanti, a cura di G. Ortolani, con note storiche dello stesso Ortolani, di E. Maddalena e di C. Musatti; e Tutte le opere, a cura dello stesso Ortolani, pubblicate dall'editore Mondadori, Milano, dal 1935 in poi. Per la critica, oltre alle notizie e alle note delle edizioni citate, cfr. H. C. Chatfield-Taylor, G. a biography, Nuova York 1913, trad. it., Bari 1927; M. Apollonio, L'opera di C. G., Milano 1932; E. Rho, La missione teatrale di C. G.: storia del teatro golcondiano, Bari 1936.