GOLA

GOLA. - Peccato capitale che consiste nell'appetito disordinato del cibo e della bevanda. È vizio opposto alle virtù speciali dell'astinenza e della sobrietà, le quali si ricollegano alla virtù generale della temperanza e moderano secondo ragione di desiderio e l'uso del cibo e della bevanda. La golosità è una degenerazione dell'istinto che porta l'uomo ad appetire l'alimento necessario per l'esistenza; è un capovolgimento di valori per cui i piaceri della tavola passano in primo piano e ciò che è puro mezzo diviene il fine.

Secondo S. Gregorio (Moral., XXX, 13) e s. Tommaso (2a-2b, q. 148, a. 4) il disordine della g. può aver luogo nei cinque modi indicati dal seguente verso: praeprobere, laute, nimis, ardenter, studiose, e cioè: praeprobere, manu gando fuori tempo, molto frequentemente; laute, procurandosi cibi o bevande prelibate, molto costose; nimis cibandosi oltre le esigenze ragionevoli dell'appetito; ardenter, applicandosi al cibo con eccessiva avidità; studiose, esagerando nel modo di condire i cibi allo scopo di renderli sempre più gustosi.

Quanto alla malizia della g. : 1) l'eccesso nel prendere il cibo, è per sé veniale in quanto si tratta di esagerazione di una cosa in sé lecita. Può tuttavia accidentalmente diventare mortale a motivo del danno grave alla salute; della provocata incapacità ad attendere al proprio dovere; dello scandalo; della eccessiva prodigalità che può nuocere anche ad altri, come, ad es., ai famigliari e ai debitori; ma soprattutto del fine cattivo, quale è quello del vivere per mangiare. In questo senso, cioè della riprovazione del piacere come fine, va intesa la condanna che Innocenzo XI ha dato della seguente proposizione: «Non è peccato mangiare e bere fino a sazietà per il solo piacere, a patto che non si rechi nocumento alla salute, poiché l'appetito naturale può lecitamente godere dei suoi atti» (Denz-U. 1158). Quando infatti la ricerca del piacere sia conforme a ragione, serva cioè di stimolo alla necessaria alimentazione, non può essere illecita dal momento che l'Autore stesso della natura ha annesso il piacere all'adempimento di questa funzione vitale. Per l'eccesso nella bevanda, V. ALCOOLISMO; URBIA CHEZZA.

Quanto alla gravità della colpa, evidentemente non può essere che mortale il provocare senza proporzione motivo l'ubriachezza perfetta. La Scrittura elenca anche questo tra i peccati che escludono dal Regno dei cieli (I Cor. 6, 10) e la stessa ragione persuade facilmente come non può essere che grave il privarsi, per il semplice piacere, dell'uso di ragione, senza poi dire delle conseguenze gravi che ordinariamente si accompagnano a questa privazione violenta. L'ubriachezza imperfetta per sé non è che colpa leggera. Accidentale anche questa può diventare grave. Principali rimedi contro la g. sono: la considerazione delle conseguenze fisiche e morali che sogliono accompagnare questo vizio; la fuga dell'occasione, specialmente quando si tratta dell'ubriachezza; l'esercizio della temperanza.

BIBL.: Sum. Theol., 2a-2a, q. 148; J. Vicouroux, Iur. esse, in DB, III, coll. 1048-50; V. Oblet, Gourmandise, in DTHC, VI, coll. 1520 sgg.; A. Tanqueray, Compendio di teologia ascetica e mistica, 7a ed., Roma 1928, n. 864 sgg.; S. Ignazio di Loyola,