GOYA Y LUCIENTES, FRANCISCO JOSÉ

GOYA Y LUCIENTES, FRANCISCO JOSÉ. - Pittore spagnolo, n. a Fuendetodos presso Saragozza il 30 marzo 1746 e m. a Bordeaux il 16 apr. 1828.

Fu allievo a Saragozza di José Luzán y Martínez, che aveva studiato anche in Italia, specialmente a Napoli, ove era stato condiscepolo del Solimena. A Saragozza restò dal 1760 al 1765, allorquando si recò a Madrid, in un ambiente cioè che vedeva all'opera da alcuni anni il Mengs e G. B. Tiepolo.

Ma a Madrid il bollente spagnolo, più che a dipingere, pensò a vivere intensamente la sua vita, scendendo perfino nell'arena come torero, finché nel 1769, forse per consiglio dello stesso Mengs, non si recò a Roma da dove però dovette essere rimpatriato per la vita avventurosa che vi conduceva. Al ritorno a Saragozza nel '72 egli ricevette importanti commissioni e si può dire che iniziasse soltanto da questo momento la sua effettiva carriera artistica. Nella volta del piccolo coro della cattedrale di Nuestra Señora del Pilar dipinse la Gloria del Cielo (1772), fredda imitazione tiepolesca, come legate al Tiepolo sono anche le pitture per il monastero di Aula Dei. Più personali (e pertanto da alcuni critici ritenute eseguite anteriormente) sono le pitture murali ora al Museo di Saragozza, provenienti dal Palazzo di Sabradial. Verso il '75 sposò la sorella del pittore F. Bayeu, con il quale collaborò a Madrid nella preparazione dei cartoni per gli arazzi della manifattura reale di S. Barbara. Ed è a questi cartoni (che G. dipinse ad intervalli fino al 1791) che il pittore dovette gran parte della sua popolarità, il che gli procurò anche commissioni per ritratti. Nel 1780 venne nominato membro della «Accademia di pittura di S. Fernando», presentando quale saggio di ammissione il Crocifisso ora al Prado, che pur nell'impostazione accademica rivela tuttavia nei vigorosi colpi di pennello il segno del suo spirito ribelle. E quello stesso spirito che lo porta anche nei cartoni per gli arazzi - vere interpretazioni della vita spagnola del tempo - a svincolarsi dalla imitazione delle tappezzerie francesi (cui soggiacque nelle prime prove) per giungere ad un'interpretazione più personale, a forti contrasti di luci (Maja e l'uomo col mantello, Il bevitore, L'ombrello etc.). Affini alle popolari caratterizzazioni dei cartoni sono allora anche i personaggi religiosi dipinti in una delle cupole della chiesa di El Pilar di Saragozza (1781-82); del 1781-84 è la grande composizione con S. Bernardino da Siena che predica ad Alfonso d'Aragona per la chiesa di S. Francisco el Grande. Di qualche anno posteriore (ca. 1785) sono l'Annunciazione (Duchessa di Osuna, Madrid) e il S. Gregorio e s. Isidoro (Museo Romantico di Madrid). Tra i ritratti più famosi di questi anni sono da ricordare quello dell'architetto Ventura Rodriguez (1781), di Cornelio van der Gotten (1872, Prado), della famiglia dell'Infante Don Luis (1783), quello dei suoi protettori; il Duca e la Duchessa di Osuna con i loro quattro figli (Prado), di re Carlo IV in costume di cacciatore e della Regina, oggi nel Museo di Capodimonte a Napoli, e del cognato Bayeu. Nei cartoni per arazzi di questi anni, inoltre, egli abbandona i crudi contrasti di luci, immergendo le composizioni in una calda luce dorata. Nel 1785 diviene presidente dell'Accademia; nel 1788 viene nominato pittore di corte da Carlo IV e un anno dopo dipinge per la cappella della cattedrale di Valenza il Transito di s. Francesco Borgia e S. Francesco che conforta un morente. Nel 1792 una grave malattia lo rende sordo e l'ottimismo che l'aveva fino allora sorretto vien meno. Il pittore si chiude in isolamento ma non diminuisce la sua portentosa attività e oltre i ritratti si ricordano le pitture murali in S. Antonio della Floridia (nei pressi di

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GOYA Y LUCIENTES, FRANCISCO JOSÉ - Autoritratto - Madrid, Galleria del Prado.
Madrid, 1798), il rembrandtiano Tradimento di Giuda nella cattedrale di Toledo e la pubblicazione (1797) dei Caprichos, le famose incisioni che lo rivelano attento e caustico osservatore, critico spietato delle false tradizioni, delle superstizioni, del fanatismo. Ai primi anni dell'800 può attribuirsi il ritratto della famiglia di Carlo IV (Prado), le due Maja, il ritratto del suo nuovo potente protettore, il primo ministro Godoy, e forse a questo momento sono anche da ricordare le sei pitture dell'Art Institute di Chicago rappresentanti la Cattura del bandito Margato da parte del frate Pedro de Zaldivia. Nel 1808, dopo l'abdicazione di Carlo IV in favore di Ferdinando VII, il pittore passa al servizio del nuovo sovrano e ne dipinge il ritratto equestre. Poi l'invasione napoleonica sconvolge la Spagna; G. è dapprima tra i simpatizzanti del movimento rivoluzionario, ma subito il suo entusiasmo si affievolisce ed egli diventa anzi uno dei più tenaci avversari del padrone straniero, e dal suo animo esacerbato scaturiscono le incisioni dei Désastres de la guerre (pubblicate postume nel 1863), spietato atto di accusa della dominazione francese. Partiti i Francesi nel 1814, nell'intento di celebrare la resistenza spagnola esegue il ritratto equestre del generale Palafox (Prado) e i famosi 2 maggio e 3 maggio. Nel 1815 pubblica la serie di incisioni della Tauromaquia; quindi quella dei Proverbi, Disparates, molti dei quali di significato oscuro. Del 1819 sono due delle sue più notevoli pitture religiose, la Comunione di s. Giuseppe Calasanzio e l'Agonia nell'Orto (Escuelas Pias, Madrid). In seguito all'instaurazione dell'assolutismo di Ferdinando VII (1823), l'artista preferisce abbandonare la Spagna e nel 1824, a 78 anni, si trasferisce in Francia stabilendosi a Bordeaux, ove continua a disegnare e a dipingere. Appartengono a quest'ultimo periodo La lattaia di Bordeaux (Conte di Muguiro, Madrid), S. Pietro (Phillips Memorial Gallery di Washington, 1827) e S. Paolo (Lilienfeld Galleries di Nuova York, 1827).

L'arte di G., è veramente, e non soltanto per la Spagna, l'annuncio di un'epoca nuova. Il pittore spagnolo si stacca dal conformismo dell'arte uffi-

ciale e cortigiana per realizzare visioni fantastiche, ma tuttavia profondamente umane e pertanto, in certo senso, religiose. Perché G. esprime il suo sentimento religioso - come ha notato L. Venturi - « non quando deve rappresentare una scena religiosa, ma quando trova il motivo della propria religione, la religione dell'indipendenza, della libertà, dell'umanità ». Non un volterriano scettico quindi, come da alcuni è stato definito, ma un uomo sostenuto da un profondo senso morale che lo porta a ribellarsi contro ogni corruzione, ipocrisia e sopruso. Anche la sua arte allora si presenta in forma nuova, con una tecnica impressionistica a contrasti di colori.

Già da principio i cartoni per arazzi gli offrono la possibilità di usare una tecnica più spontanea, perché meno finita e quindi meno accademica, e sulla sua visione ebbero certamente un'azione preponderante la scoperta dell'arte di Velásquez - del quale G. incise nel 1777-78 alcune pitture - e, in seguito, l'influsso del Tiepolo cui si sostituì ad un certo momento quello di Rembrandt. E quest'ultimo certamente il periodo più felice: è il momento del « Capricci », espressione di sentimenti che vengono dal profondo violentemente e che vogliono essere realizzati violentemente. Un dinamismo di forma che è quello che determina anche, ad es., la pittura commemorativa delle Fucilazioni del 3 maggio, uno dei capolavori più grandi dell'arte di G. Quanto alle opere religiose vere e proprie, invece, l'artista riesce a creare delle sentite opere d'arte soltanto verso la fine della sua vita, come nella Comunione di s. Giuseppe Calasanzio o nell'Orazione nell'Orto (1819). Nelle opere eseguite in Francia negli ultimi anni, la sua tecnica si evolve ancora verso un sintetismo più potente, basato su abolizioni di contorni e incupimento di colori: una visione per masse che è il raggiungimento ultimo della sua agitata fantasia di artista. - Vedi tav. LXXIII.

BIBL.: P. D'Achiardi, s. V. in Enc. Ital., XVII (1933), p. 601 e sgg.: G. Estrada, Bibliografia di G., Nuova York 1941; J. Lopez-Rey, A contribution to the artist's life-G. and the world around him, in Gazette des Beaux-Arts, 1945, pp. 129-50; id., The unfroching drawings of F. de G., in Gazette des Beaux Arts, 1945, pp. 287-96; Revista de Ideas Estéticas, numero straordinario dedicato a G., 1946, nn. 15-16; L. Venturi, Pittori moderni, Firenze 1946, pp. 8-28; [A. Malraux], Dessins de G. au Musée du Prado, Genève 1947; J. Lopez-Rey, Goya's still-life, in The Arts Quarterly, 1948, pp. 250-61; J. Lopez-Rey, A XX Century forger of G.'s works, in Gazette des Beaux Arts, 1948, pp. 107-16; E. D'Ors, L'arte di G., trad. it., Milano 1948; A. Malraux, Saturne, Essai sur G., Parigi 1950. Gilberto Ronci
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“GOYA Y LUCIENTES, FRANCISCO JOSÉ.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 593. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/goya-y-lucientes-francisco-jose.