GUEIFI E GHIBELLINI

GUEIFI e GHIBELLINI. — Sono i due grandi partiti che dominano la vita politica italiana nei secc. XIII-XIV e che ancora manifestano un certo influsso nei secc. successivi XV e XVI. Comunemente si dice che i Guelfi sono i partigiani della Chiesa ed i Ghibellini i partigiani dell’Impero; negli studi più recenti si è cercato di guadagnare un punto di vista più preciso, osservando che ad un certo momento i due termini perdettero il loro valore ideologico e si ridussero ad indicare solo le fazioni contrastan- tisi nelle città italiane per interessi locali o politici od economici. Però la storia dei due termini è un po’ più complessa e non è facile precisarne le tappe.

L'origine è tedesca. Corrado II il Salico era detto «Cunoradus de Wevelinga»; della sua famiglia si diceva: «de Waiblingin oriundi» perché la culla della stirpe era probabilmente il loro dominio di Waiblingen sul basso Neckar, tra Heidelberg e Mannheim. Spentasi con Enrico V (1125) la famiglia di Franconia, possessi e titoli passarono ai nipoti Staufer duchi di Svevia che conservarono gelosamente il ricordo degli avi: il Chronicon Urspengense dice che Federico Barbarossa gloriabatur se de regia stirpe Waiblingensium progenitum fuisse. I loro rivali furono i signori di Altdorf, detti i Guelfi per l'uso di questo nome, Welf, da parte di non pochi personaggi nei secc. XI e XII, prima e dopo avere avuto da Enrico IV il ducato di Baviera. Ottone di Frisinga ricorda le due dinastie per la loro importanza e rivalità: Dnae in Romano orbe... famosa familiae hactenus fuere: una Heinricorum de Gnebelin-ga, alia Gweiforum de Altdorf (Gesta Federici [MGH, Scr

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(da P. Tascza, Storia dell'arte italiana, Torino 1887, II, p. 183) Guelfi e Ghibellini - Sipillo di Parte Guelfa di Firenze (fine del sec. xili : da matrice del Museo nazionale di Firenze).
Scriptores, XXJ, II, II). I Guelfi di Baviera con Enrico il Leone ebbero il ducato di Sassonia : la rivalità

iptores, XX], II, 11). I Guelfi di Baviera con Enrico il Leone ebbero il ducato di Sassonia: la rivalità con gli Staufer saliti all'Impero finì con la loro rovina; cercò di restaurare la fortuna della famiglia Ottone, figlio di Enrico il Leone, diventato imperatore dopo la morte di Enrico VI con l'appoggio di Innocenzo III. Ottone IV fu chiamato comunemente il Guelfo, come il suo competitore Federico II venne detto il Ghebelino; termini non usati a scherno ma ad onore, per rivendicare tradizioni, glorie, diritti patrimoniali. La critica moderna ha respinto come tarda invenzione (sec. XV, primo accenno nella Cronaca di Andrea di Ratisbona) il racconto famoso che i due termini Guelfi e Ghebellini abbiano incominciato ad essere usati come grida di guerra (Hye Welf! Hye Weiblin-gen!) nel 1140 all'assedio messo da Corrado III alla fortezza guelfa di Weinsberg.

Negli a. 1212-18, mentre in Germania Ottone IV e Federico II contendevano per il trono, anche in Italia città e signori si divisero tra i due principi e si ebbero quindi anche nella penisola la «parte del Guelfo» e la «parte del Ghebelino». Ma questa era sotto la protezione della Chiesa: l'Imperatore in rotta con il papato, scomunicato da Innocenzo III era il Guelfo. La prima documentazione storica per l'uso dei due termini è rientrata: il termine Guelfi appare nel 1239 (Gueffi furent vicit apud Castagnolum); nel 1242 i due termini appaiono insieme (Gueffi iuerunt ad Gangalandi et Ghebelini ad Castagnolum): sono annotazioni storiche di un codice retinto scritto non dopo il 1244. Del 1246 è una lettera dei capitani dei Guelfi fiorentini (C. de Cavalcantiibus et R. de Adimariibus, Capitanei Guelforum) ad un fiorentino in corte dell'antire Enrico Raspe. I partiti erano già organizzati; il contrasto tra Federico II ed i Comuni spiega che nel 1241 l'Imperatore scrisse ai capitani dei fedelium suorum Ianuensium. Nel 1247 a Parma vi è un pro imperatore capitaneus in Parma partis Imperii. In Firenze evidentemente i federicani erano detti Ghebelini (= quelli del Ghebelino) e gli antideficicani erano ancorato detti Guelfi. Però in questi anni, nella lotta tra Federico II ed Innocenzo IV, specie dopo la scomunica e la deposizione dell'Imperatore, dovette avvenire la grande trasformazione: Ghebelini, non più soltanto partigiani di Federico II, ma dell'Impero; Guelfi, non più soltanto nemici di Federico, ma partigiani del suo nuovo nemico, il papato. Nel 1248 Innocenzo IV scrive da Lione al card. Ottaviano degli Ubaldini: absque diletum filiorum notilium virorum Guelphorum scandalo e nel 1245 scrive a richiesta diletorum filiorum capitaneorum et partu Guelphorum de Florentia. Però ancora nella seconda metà del sec. XIII in documenti ufficiali fiorentini si trova traccia dell'origine in espressioni come: «parte del Guelfo, parte del Ghebelino», sebbene comunemente ora già si dicessero Guelfi i partigiani della Chiesa, Ghebelini i partigiani dell'Impero. La tradizione storica fiorentina riporta il formarsi delle due fazioni politiche al conflitto familiare tra i Buondelmonti e gli Amidei del 1216, su cui il Davidsohn è riuscito a gettare ampia luce: lo Pseudo-Brunetto che scrive al principio del sec. XIV, dice che nel giorno in cui Buondelmonte fu ucciso incominciò la rovina di Firenze e nacquero i due nomi di parte guelfa e di parte ghibellina, che poi diventarono i partiti della Chiesa e dell'Impero. Però non è chiaro come i due termini di valore politico si siano sposati con le due opposte consorterie familiari fiorentine.

Dopo il 1250 le due parti erano saldamente organizzate in Firenze ed abbracciavano famiglie nobiliari. L'uso dei due termini incominciava a penetrare in qualche città vicina in cui Guelfi e Ghebelini avevano aderenze e trovavano rifugio quando la mala fortuna li costrinse a farsi esuli. Ad Arezzo si parla di Guelfi e Ghebelini già nel 1249; così a Città di Castello ed a Borgo S. Sepolcro, a Siena nel 1253, a Perugia nel 1260, a Bologna nel 1274. I termini compaiono anche nella storia di altre città, ma sempre in relazione alla Toscana ed a Firenze in particolare. Spesso si parla nelle cronache di azioni militari compiute insieme dalla «Pars Guelfa Florentine» e dalla «Pars Ecclesiae» di un'altra città, il che mostra come i due termini fossero in Italia conosciuti come i nomi di fazioni fiorentine, mentre a nord dell'Appennino si usavano le espressioni generiche «Pars Imperii» e «Pars Ecclesiae», con maggiore precisione, i nomi delle fazioni locali. I due termini Guelfi e Ghebelini non si diffusero con molta rapidità. In tutte le città italiane la mancanza di un potere superiore disciplinatore e coordinatore aveva favorito la formazione di fazioni locali in seguito a contrasti familiari, di consorterie, di quartieri cittadini: così la vita cittadina si cristallizza in queste situazioni che si perpetuano attraverso le vendette; le fazioni però, se non perdono il significato originario e non dimenticano le cause ed i fini particolari, volano la grossolanità del loro contenuto con il manto ideologico. Difficile è precisare perché una determinata famiglia si dica partigiana della Chiesa o dell'Impero: generalmente le distinzioni sono avvenute ancora durante il Regno di Federico II: a Parma ancora nel 1305 si dice Pars antiqua que dicebatur Ecclesiae mentre in contrasto vi era la Pars Imperii et Episcopi; nel 1295 in un tumulto guelfo di Parma contro il vescovo si era gridato moriantur latrones de parte Imperii. I termini Guelfi e Ghebelini si diffondono dopo l'alleanza della casa d'Angiò con la Chiesa, estendendo o modificando il loro significato. L'adesione ideologica alla Chiesa ad all'Impero non è però semplice esteriorità: vi era, nelle famiglie nobili in specie, una tradizionale e sentita devozione alla Chiesa o all'Impero: combattendo a favore o contro si stabilivano legami ideologici con famiglie e raggruppamenti politici di altre città, si delineavano correnti spirituali, coalizioni politico-economiche rilevanti.

Il guelfismo dopo la battaglia di Benevento predomina nella penisola, sorretto dai re di Sicilia; la rivoluzione dei Vespri determina degli scacchi gravi; al principio del sec. XIV esso è di nuovo dominante non solo in Toscana ma anche nella regione lombarda. La spedizione di Arrigo VII approda ad un vivace risveglio ghibellino: i signori di Lombardia sono generalmente ghibellini. Ora vi è lotta tra la Chiesa ed i Signori che rappresentano

ideologicamente l'Impero, ma che in realtà mirano alla costruzione di propri Stati. Programmi politici vecchi, ma realtà nuova. A Firenze si identifica il gualfismo con quello che è il programma politico fiorentino ed il Vil-lani se ne fa interpretare dicendo che la parte gualfa è fondamento e rocca ferma e stabile della libertà d'Italia e contraria a tutte le tirannidi; «per modo che se alcuno gualfo diviene tiranno, conviene per forza che li diventi ghibellino». Così Lago di Castiglionchio idealizza il partito gualfo: «I Gualfi sono uomini pietosi e misericordiosi, pacifici e mercanteschi, desiderosi di vivere in libertà e a comune e a popolare stato e sotto le riverenzia di Santa Chiesa. E i detti altri del numero dei Ghibellini essere stati ed essere uomini feroci, superbi, pieni di scandali, di trattati e vendizioni e di subvenzioni degli stati tiranneschi e che mai loro terre dove avessero posa o maggioranza non vollero tenere a comune, né a popolare stato, crudeli ed ostinati nei loro modi e con poca riverenza a Dio e del suo Vicario in terra, nemici odiosi, onde con volgare e comune motto è venuto e dicesi Ghibellini Paterini».

In realtà la Chiesa favorì durante i secc. XIII e XIV le autonomie comunali, mentre il ghibellinismo dalla tradizione imperiale anti-papale ed antichiesistica traeva armi per combattere tutte le forme autonomistiche locali e prima di tutto le giurisdizioni ecclesiastiche, resistendo energicamente a scomuniche ed interdetti.

Ma durante il sec. XIV da varie parti si inizia la lotta contro il persistere dei partiti politici. I principi organizzatori degli Stati territoriali vogliono eliminare questo parteggiare che sostanzialmente, od a favore od in opposizione, mette in discussione la loro politica e la loro opera di costruzione statale. Tipico è il decreto di Filippo Maria Visconti del 1440: tutti i cittadini che hanno compiuto i 18 anni entro due mesi dovranno giurare di non essere né Gualfi né Ghibellini. Altrove con atto legislativo si aboliscono le parti, mentre in qualche città si svuotano di vivacità politica dividendo le cariche pubbliche in parti uguali od in determinate proporzioni. Ora non si conosceva più l'origine dei due nomi e non pochi trattatisti già nel sec. XIV cercarono di spiegare con le più curiose etimologie l'origine dei termini gualfo e ghibellino. Da ricordare il trattato De Gualphis et Ghibellinis di Bartolo da Sassoferrato e quello di Benvenuto S. Giorgio De origine Gualphorum et Ghibellinorum dove viene precisata l'origine germanica dei nomi. Comune è l'attribuzione dell'origine a duobus principibus inferni, Gibel et Gualef. Nonostante tutte le proibizioni, ancora nel sec. XVI si parla in varie città italiane di Gualfi e Ghibellini la cui attenzione però ora si dirige alle lotte politiche del tempo ed al parteggiare per Francia o per Spagna; il Montaigne trova le vecchie fazioni a Bologna, a Lucca; Gregorio Leti nel sec. XVII rileva che i Gualfi portavano a scopo di distinzione la piuma del cappello a destra; i Ghibellini a sinistra e che anche le donne avevano segni diversi di partito; a Ravenna i Gualfi non andavano alla chiesa dell'altro partito e gli artigiani che servivano gente di un partito non erano ammessi a servire gente dell'altro. Così il parteggiare antico si perpetuava nel modo di portare nastri o di tagliare i capelli.

BIBL.: R. Caggese, Sull'origine della parte gualfa, in Archivio storico ital., 5a serie, 32 (1903), pp. 265-309; R. Davidsohn, Die Entstehung der Gualfen und der Ghibellinen-Partei (Forschungen zur Geschichte von Florenz, 4), Berlino 1908; id., Die Popular-Berechung in italienischen Städten bis zur Mitte des 13. Jahrhunderts., ibid.; C. Capasso, Gualfi e Ghibellini a Bergamo, in Bull. bibl. di Bergamo, 1921. Fondamentale è sempre la Dissertatio 51a di L. A. Muratori, in Antiquitates Italicae Medii Aevi, IV, Milano 1741, pp. 606-14; N. Ottokar, Il Comune di Firenze alla fine del Duccento, Firenze 1926; F. Ercole, Impero e papato nel diritto pubblico italiano del Rinascimento, in Dal Comune al Principe, 1920; G. Pepe, Lo Stato ghibellino di Federico II, Bari 1938; N. Ottokar, Studi comunali e fiorentini, Firenze 1948; V. Vitale, Gualfi e Ghibellini a Genova nel Duecento, in Riv. st. it., 60 (1948), pp. 525-41.
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Francesco Cognasso