HARTMANNO (Pietismo). - Movimento ricreazione creato da Rabbi Jisra’el Ba’al Šem Töbh (1699-1760). L’epiteto di «signore del buon nome» sta ad indicare chi è a conoscenza delle permutazioni degli elementi fonetici che compongono il nome di vino e si serve per bontà di cuore di tale mezzo per ottenere guarigioni. Il h. rappresenta una mutazione di indirizzo nella vasta corrente del pensiero cabalistico (v. CABBALA), mistico e speculativo nel senso dell’ebraismo, dando così alla pietà e alla vita religiosa degli Ebrei nell’Oriente europeo (Russia, Polonia, Ungheria, Lituania) un nuovo indirizzo.
Il fondatore Šem Töbh è considerato un uomo che, partendo dai suoi rapporti con il divino, vive con e per i suoi consimili; non era dotto, né apparteneva alla gerarchia dei rabbini dotati di acume. Fu maestro di piccoli prima, poi oste in una regione solitaria, tra i Monti Carpatzi. Tra i monti imparò a stare in sacro timore dinanzi al dono della rivelazione; ivi comprese che il servizio di Dio offre sempre il vero attraverso mutazioni, nutrendo sempre lo spirito e l’anima. Nell’architettura di legge etica e formola religiosa scoprì l’uomo reale. Egli ed i suoi seguaci, i capi spirituali di singoli gruppi di pietisti, si chiamano «giusti», «soddisfatti», per così indicare la loro possibilità di intervenire presso Dio per i loro fratelli dolenti come intrepidi intercessori.
Hanno il coraggio di domandare a Dio con insistenza un cambiamento nelle sorti del popolo oppresso. Parlano in primo luogo come rappresentanti dei pii, la cui vita, anima e corpo, è permeata di amor di Dio, ed è a nome di essi che intervengono per allontanare malattie, povertà, incomprensioni nella vita famigliare, peccati.
In antitesi all’ideale ascetico dei grandi rabbini, il h. propugna la gioia, la sacra gioia, quale forza vivificatrice dello spirito, quale sacra via che conduce a Dio. Nella gioia l’uomo si dona interamente a Dio, raggiungendo così la comunione con lui; anche la gioia nella vita quotidiana va inscritta nella sfera religiosa. La precettistica viene avvolta in una vivida luce mistica. La preghiera diventa un canto ed un pianto che sgorgano da un cuore commosso. I pietisti, rimproverati dagli avversari, ritardano talvolta l’ora della preghiera, in attesa che il cuore trabocchi della sete di Dio. Il mangiare ed il bere diventano azioni sacre, elemento di comunione con Dio; anche nel cibo, come in tutto ciò che circonda l’uomo, si celano scintille lucenti nate dall’infrangersi della luce primiera contro la caducità e la caduta dell’uomo. L’uomo è chiamato a liberare da ogni creatura le scintille sacre e ad accogliere in sé. Questa è la meta del suo vivere e del suo agire. Il mezzo di redenzione della luce primiera è il desiderio di comunione con Dio. Le scintille redente vengono così ricondotte alla fonte prima e l’uomo poi esplica una funzione correttrice nella vita.
Questo modo di vivere da parte del «pio» non mira alla redenzione della persona propria. V’è qualche cosa di più: la maestà divina, l’immanenza di Dio, è la sposa divina divisa dal suo re e condannata ad essere sempre in esilio, sempre raminga. È la corrente pietista, nutrita dalla forza interiore dei «giusti», si riversa per un secolo sulle sventure sociali e la decadenza religiosa dell’infranto e sofferente ebraismo nell’oriente d’Europa. C’è chi pensò ad un confronto con il francescanesimo.
Nel 1772 il ga’ôn di Vilna, Elia, pronunciò una grande scomunica contro i pietisti a causa del loro separatismo sinagogale e dei cambiamenti nella liturgia e nella macellazione rituale, perché di sabato e nei giorni festivi vestivano di bianco anziché di nero.
È merito indiscusso di Martin Buber di aver fatto conoscere all’occidente di Europa il p. sin. sino dal 1966 in una serie di pubblicazioni: Rabbi Nahman (1906); Legenden des Baalschem (1907); Mein Weg zum Chassidismus (1918); Der grosse Magghid (1922); Das verborgene Licht (1924); Chassidische Bücher (1927), una specie di corpus dei racconti hašdihci; Erzählungen der Chassiden (1949).