HUIZINGA, JOHAN. – Storico olandese, n. il dic. 1872 a Groninga, m. il 10 febbr. 1945 a De Steeg.
Studiò da prima filologia comparata e sanscrito, poi si dedicò agli studi storici, guadagnandosi la cattedra di storia all’Università di Groning (1906), con uno studio sulle origini di Haarlem; di 1915 passò nel 1915 all’Università di Leida.
L’opera che gli procurò fama universale e che lo costituisce un classico della «Kulturgeschichte», fu Herfstij der middeleeuwen (trad. it., «Autunno del Medioevo», Firenze 1940), magistrale descrizione della società borgogna dei secc. XIV-XXV. H. studia il passaggio, in quella sospietà, dal medioevo al Rinascimento, incontrando il suo esame nel «modo di vita dei cavalieri e del popolo, nei simbolismi e nelle allegorie, nelle forme di devozione, nei concetti della vita e della morte, nei miti e nei sogni. Con quest’opera egli ha dato, contro l’intellettualismo storicistico, un prototipo e un modello di storiografia intenta alle interiori risonanze umane.

conobbe soste: tra le sue opere si ricordano l’Erasmus (Haarlem 1924, trad. it.: Erasmo, Torino 1941), profilo forse un po’ viziato dallo scarso inquadramento dell’umanista nei problemi storico-politici del tempo, ma squisito nella delineazione dell’uomo dai «mezzi toni», dalla parola «non mai completamente pronunziata», «mente stolto della riserva mentale»; Homo ludens (trad. it., Torino 1946), nel quale ha illustrato la vita quale giuoco, quale stile, risolvendo la formula iniziale «Kultur als Spiel, nicht Kultur aus Spiel»; Patriotisme en nation-alisme in de Europeesche geschiedenis tot het einde der 19e eeuw (Haarlem 1940), oltre a vari saggi raccolti da W. Kaege, in traduzione tedesca, in Wege der Kultur-geschichte (Monaco 1930), in Im Bann der Geschichte (Basilea 1943), in Parerga (Basilea 1945). Gli altri suoi scritti in de Schaduwen van Morgen (1935, trad. it., La crisi della civiltà, Torino 1937), Wenn die Waffen schweigen (Basilea 1945), e Mein Weg zur Geschichte (ivi 1947) sono non solo espressioni di una sensibilità, ma testimonianza di una tristezza, spesso senza speranza, per un mondo di cultura e di civiltà che sta crollando.
Durante la seconda guerra mondiale H. fu arrestato e rinchiuso in un campo di concentramento per la sua opposizione al «nuovo ordine tedesco» e, liberato, gli fu prescritto un domicilio coatto nei pressi di Arnhem.
Sillabo (v.) con le encicliche leoniane. In questo riuscì gradito al Papa, con il quale però non poté mai accordarsi (in linea puramente teorica e in materia discussa) per la questione del rallimento. Monarchico convinto e confidente del conte di Parigi (l'erede del trono), non aderì mai alla politica leoniana, che consigliava ai cattolici l'accettazione della Repubblica. Comunque, la sua sincera devozione alla S. Sede gli fece superare la dura prova e mostrò la sua obbedienza accettando di diventare deputato nell'aborito regime: entrò nella Camera per trattarvi gli «affari di Dio». Dimostrò il suo attaccamento alla Chiesa in altra occasione: in un articolo del Correspondant (25 genn. 1893), divenuto celebre, volle riassumere le varie tendenze intorno alla questione biblica; con retta intenzione (mirava alla concordia degli spiriti) ma con poca accortezza fece delle concessioni alla critica, che scorgeva nella Bibbia degli errori veri e propri, pur limitandoli all'ambito storico. Un'accusa polemica divampò immediatamente: Leone XIII intervenne con l'encic. Providentissimus Deus, ove la posizione del d'H. era chiaramente rigettata. Egli, nonostante le sollecitazioni del d'H. Loyson in contrario, fece solenne e sincero atto di adesione alle direttive pontifice.
Più fortunato e più efficace il suo influsso nel campo filosofico e apologetico. Particolarmente versato nella filosofia, alle due dominanti correnti dell'idealismo metafisico di tinta hegeliana e del monismo positivistico di tendenza darwiniana, oppose i principi dello spiritualismo cristiano. Fedele alla consegna dell'encic. Aeterni Patris (1879), nell'insegnamento come nelle conferenze culturali, si prefisse di educare gli spiriti alla tradizione armonizzata con il progresso e di offrir loro con la dottrina di S. Tommaso la chiave della vera metafisica, atta ad aprire i tesori della scienza moderna asservita ad una concezione anticattolica. Idee finemente svolte nei Mélanges oratoires (2 voll., Parigi 1891) e soprattutto nei Mélanges philosophiques (ivi 1892) e in molti articoli degli Annales

de philosophie chrétienne. Succeduto a J. Monsabré (v.) sulla cattedra di Notre-Dame, volle completare l'opera dogmatica del celebre domenicano, trattando della morale cattolica. Così Monsabré e il d'H. formano come u
del philosophie chrétienne. Succeduto a J. Monsabré (v.) sulla cattedra di Notre-Dame, volle completare l'opera dogmatica del celebre domenicano, trattando della morale cattolica. Così Monsabré e il d'H. formano come un dittico dottrinale completo. Il d'H. svolse successivamente: i fondamenti della moralità (1891), i doveri verso Dio (1892-93), la morale domestica (1894), la morale del cittadinio (1895), la morale sociale (1896). Alle conferenze delle singole Quaresime aggiunse le prediche del ritiro pasquale (eccetto l'anno 1893). L'oratore contava ancora su 4 Quaresime, ma la prematura morte gli impedì il compimento del vasto disegno. Pur incompleta è l'opera più fortemente pensata di tutte quelle che vengono da Notre-Dame nell'Ottocento; forse non è la più popolare, perché, stesa in un francese di classica perfezione, non può essere gustata che da spiriti molto colti, tanto più che ad d'H. fa difetto l'oratoria e il calore esterno; chi legge e medita vi trova però una latente inestinguibile fiamma interiore, alimentata da una fede sincera e da una singolare forza di raziocinio. Nobiltà di stirpe e di spirito, fintezza di stile e di pensiero, sentita e vissuta pietà sacerdotale unita ad una misericordiosa larghezza verso i poveri e i peccatori, fanno del d'H., come lo definì L. Baudrillard, il primo prete della Francia, alla fine del sec. XIX.