IL PRIMO CINISMO. - È rappresentato da Antistene, Diogene e i suoi immediati scolari. Di Antistene non si conosce né l'anno della nascita né quello della morte, ma era già vecchio nel 1366. Da giovane udì Gorgia, più tardi s'uni a Socrate. Scrisse moltissimo: l'elenco di Diogene Laerzio contiene 62 titoli. A noi non restano che dei frammenti, la maggior parte di seconda mano. Socratico nella morale, rimane legato alla sofistica sul terreno della logica. I problemi di logica peraltro hanno un'importanza relativa: la saggezza consiste nell'esercizio della virtù, la quale è si insegnabile ed ha il suo fondamento nel giudizio, ma non ha bisogno né di molta scienza né di lunghi discorsi, e solo domanda la «forza socratica». Il modello del saggio è Eracle, che già Prodioc aveva rappresentato al bivio tra la virtù e il piacere. Di qui la negazione di tutti i beni esteriori, non solo materiali, ma anche sociali, e la sentenza che il saggio non conosce altra legge che quella morale, ed è solo nei limiti di questa che egli partecipa alla vita politica. Particolarmente aspro fu contro la democrazia ateniese: «Con i vostri voti - diceva - fate che un asino diventi a vallo» (Diog. Laert., loc. cit.). Nei confronti del problema religioso, Antistene si pose in netta contraddizione con tutta la tradizione popolare greca. «Secondo la credenza tradizionale vi sono molti dèi, ma secondo natura Iddio è uno» (Filodemo, De piet., p. 76 G).
In senso ancor più radicale vennero sviluppate le dottrine di Antistene da Diogene di Sinòpe sul Ponto, rimasto come il tipo più perfetto del c. La sua vita venne ben presto avvolta dalla leggenda. Secondo la tradizione, era figlio di un banchiere. Fuggito o cacciato dalla sua città, venne in Atene, dove, fattosi seguace di Antistene, ne mise in pratica i precetti riducendo al minimo i suoi bisogni e vivendo la vita del mendicante. Passato a Corinto, vi morì nel 324. A lui risale il tipo del c. che va intorno con un saio, il bastone e la bisaccia a predicare la morale, mordendo con aspra satira i difetti degli uomini. Diogene Laerzio (VI, 80) riporta come di lui i titoli di 14 dialoghi e di 7 tragedie, ma aggiunge che Soscirate e Satiro ne impugnavano l'autenticità. Un altro elenco in tutto diverso veniva dato da Sozione. La questione è insolubile, ma almeno un'opera si può essere certi sia sua, la Repubblica, ricordata da Cleante e da Crisippo. Diogene acuisce ancora di più l'opposizione tra natura e consuetudine, denunciata dai sofisti e continuata da Antistene: tutto ciò che è secondo natura è buono, ciò che la consuetudine vi ha aggiunto, è cattivo. Tutti i valori tradizionali vanno perciò mutati di segno: ciò egli esprimeva dicendo di «mutare stampo alle monete» (παραχαράττειν τὸ νόμισμα: Diog. Laert., VI, 20). Egli rovesciava in tal modo la teoria del progresso umano di Anassagora, Democrito ed Epicuro. Ad argomento delle sue dimostrazioni prendeva i popoli barbari e gli animali, questi ultimi chiamava suoi fratelli (Diog. Laert., VI, 79), se stesso paragonava al cane, facendosi un titolo d'onore di quello che in origine era stato un nomignolo di spregio. Conseguentemente combatteva il senso della vergogna, ciò che divenne una delle caratteristiche principali (ἀνάξεια) del cinismo. I due punti sui quali egli spinse all'estremo la dottrina di Antistene, sono: l'ascesi, intesa non solo in senso positivo come ricerca e sopportazione del dolore, e l'esigenza della massima libertà. Se Antistene aveva conservato la necessità dello Stato, pur distinguendo da esso la moralità del saggio, Diogene lo nega: il saggio non conosce altre leggi oltre quelle della natura. Fu il primo a proclamarsi cittadino del mondo (Diog. Laert., VI, 63); e con lo Stato tolse anche la famiglia sostenendo la comunanza delle donne.
Diogene ebbe come immediati discepoli: Filisco, Onesicrito, autore di una storia romanzata di Alessandro; Metrocle, creatore del genere delle «cire» (χρεῖα), brevi narrazioni di detti e di fatti notabili; Cratete di Tebe, originariamente ricco, che diede tutto il suo alla città e vestì il saio del mendicante e fu maestro di Zeno le stoico; e Monimo, che diffuse il genere del «serio-scherzoso» (σπουδονέλοιον).
IL CINISMO LETTERARIO DEL III SEC. - Con i rappresentanti del III sec., la durezza del cinismo si tempera per conformarsi a tutte le condizioni di vita, ed esso assume forme prevalentemente letterarie. Il primo in cui ci si incontra, Bione di Boristene sul Ponto Eusino, inizia già la deviazione dando principio alla corrente edonistica. Egli non fu un uomo molto coerente: dapprima udì Cratete accademico, poi passò al cinismo, quindi seguì Teodoro il cirenaico, per finire con Teofrasto. Resta nella storia della letteratura per la creazione di un nuovo genere letterario, la diatriba (propriamente conversazione), ultima trasformazione del dialogo socratico, specie di predica in tono popolare fatta a un ascoltatore fittizio, di cui si preveggono o si ribattono le possibili obbizioni. Il genere ebbe lunga vita: servì da modello alle satire di Orazio, si ritrova in Seneca, in Epitteto, e da ultimo nelle omelie cristiane. Del contenuto e della forma delle sue diatribe, perdute, può farsi un'idea nei frammenti di Tetele di Megara (ca. 240 a. C.) conservatrici da Stobeo. Più importante per i riflessi che si trovano nella letteratura romana è Menippo di Gadara in Celesiria, il quale creò un tipo popolare di satira mista di verso e di prosa. Fu imitato da Varronne nelle sue Saturae Menippeae e da Seneca nell'Apocolocynthosis. Del verso si servì Cèrciola di Megalopoli (seconda metà del sec. III a. C.), uomo di stato, capitano e legislatore della sua città. Le sue composizioni, nei metri della lirica classica, portavano il titolo di Melianbi: un papiro
di Ossirino ce ne ha ridati ampi frammenti. Convertito all'ateismo da Teodoro egli attacca il concetto della provvidenza divina. Le uniche divinità sono per lui Paian (appellativo di Apollo medico) e Metados e cioè la Liberalità, due metafore per indicare ciò che l'uomo deve ai suoi simili.