ILMORFISMO. - Da 8.7. (materia) e 10.7. (poghi) (forma), indica la teoria filosofica, dovuta a Platone ed Aristotele, che ritiene la sostanza corporea composta di un elemento indeterminato (materia) e di uno determinato (forma).
La prima filosofia greca, con i tentativi di spiegare il divenire, preparò l’I. Contro il mobilismo di Eraclito, Parmenide afferma l’immobilità: «Esiste infatti l’essere, mentre il nulla non è» (frg. 6, 1-2); questo essere è immobile. Infatti la mutazione è o dall’essere o dal non-essere; ma l’uno e l’altro è impossibile, «poiché né l’essere può divenire (è già infatti), né dal non-essere può divenire qualche cosa; o d’altro 8.7. (poghi) (forma), indica la teoria filosofica, dovuta a Platone ed Aristotele, che ritiene la sostanza corporea composta di un elemento indeterminato (materia) e di uno determinato (forma).
La prima filosofia greca, con i tentativi di spiegare il divenire, preparò l’I. Contro il mobilismo di Eraclito, Parmenide afferma l’immobilità:
vismo, fenomenismo, idealismo, ecc., V. queste voci) per ragioni metafisiche generali.
Supposta la realtà oggettiva dei corpi estesi, non pochi autori fondano l'ì. sull'argomento aristotelico della mutazione sostanziale. In seguito alle difficoltà avanzate dalla teoria atomica scientifica, altri tentano la derivazione dell'ì. dal fatto che il corpo è una realtà spazio-temporale, con proprietà energetiche ed inerziali. L'unità attuale e la molteplicità potenziale del continuo, sostengono, non si possono adeguatamente spiegare senza ammettere nella sostanza corporea un principio di unità e determinazione (forma) e un principio di molteplicità e indeterminazione (materia prima; cf. s. Tommaso, C. Gent., II, cap. 65; P. Descogis, Essai critique sur l'hypermorphisme, Parigi 1924, p. 237). Analogo argomento vien tratto dalla considerazione dell'esistenza corporea cui compete insieme l'unità e la diffusione nel tempo (cf. F. Renoirte, Eléments de critique des sciences et de cosmologie, Lovanio 1947, p. 227). Infine l'ì. è ancora convalidato dalla duplice e opposta serie di proprietà della sostanza corporea: da una parte la quantità e l'energia, dall'altra la qualità e l'attività (forze elettro-magnetiche, ecc.; cf. P. Descogis, op. cit., p. 269 sgg.). Queste ultime tre considerazioni sono connesse fra loro e possono considerarsi come un solo fondamento dell'ì., sotto diversi punti di vista, che si integrano a vicenda. Altri autori, supposto evidente il principio che l'atto puro è unico e infinito e si moltiplica quando è partecipato in un soggetto potenziale, dal fatto che esistono più individui corporei della stessa specie deducono che questi corpi sono composti di un atto sostanziale partecipato e di una potenza sostanziale che lo riceve (cf. s. Tommaso, De spir. creat., a. 1, ad 9; Phys., VIII, lect. 2). L'argomento è assai discusso in quanto altri sostengono essere il principio di partecipazione fondato sull'ì.
All'ì. sembra opporsi la scienza moderna, secondo la quale la materia è costituita di particelle, che alcune teorie fisiche ritengono ontologicamente distinte e talora anche spazialmente distanti. In merito si osserva che qualora i corpi dovessero realmente intendersi come aggregate di particelle (e pertanto di individualità distinte), a queste può riferirsi la teoria illemorfica. Non sembra infatti potersi ammettere, come affermano alcuni (s. Alberto Magno, P. Descogis, M. Fatta, ecc.), che le particelle, pur restando immutate, vengano assunte da una forma sostanziale superiore in una unità metafisica sostanziale, né che l'unità metafisica possa consistere sulla discontinuità fisica. Ma l'attività del corpo vivente persuade fortemente la sua unità sostanziale, da cui risulta che, sia nell'assimilazione del cibo come nella distruzione del vivente in seguito a morte, intervengano mutazioni sostanziali. Ciò arguisce, negli elementi assunti all'unità del vivente, e, per estensione, nei corpi in genere, la composizione essenziale di materia e forma.
Nella stessa fisica, se si prescinde dalle costruzioni teoriche, le osservazioni su nuclei, atomi e cristalli, intese nel loro valore concreto sperimentale, indicano una costituzione particellare eterogenea (cioè con diverse proprietà nelle diverse parti) della materia, per cui non si impone di pensare le particelle nel composto come individui ontologici distinti (cf. P. Hoenen, Cosmologia, p. 316 sgg.); nell'atomo, nei composti chimici e anche nei cristalli è pertanto possibile una continuità eterogenea, che permette l'unità sostanziale ontologica dei corpi superiori. Inoltre la recentissima teoria fisica della meccanica quantica, rigettando la nozione intuitiva di corpuscolo come punto materiale, respinge le teorie meccaniche della materia discontinua, cioè: «respinge il presupposto, insito in tutte le teorie precedenti, che gli atomi, i fotoni e le altre entità del mondo atomico si dovessero concepire alla stregua di corpi o meccanismi immensamente piccoli» (E. Persico, Fondamenti della meccanica atomica, Bologna 1945, p. 68, cf. p. 87). Conseguentemente afferma che il corpuscolo, per es., l'elettrone, entrando in complessi superiori, perde la sua individualità fisica, non potendo essere segnato e seguito, e resta come una modificazione del complesso. «La proprietà della individualità non corrisponde in tal caso ad alcuna realtà fisica» (ibid., p. 467; cf. P. Langevin, La notion de corpuscules et d'atomes, Parigi 1935); L. De Broglie (Materia luce, Milano 1940, p. 274) scrive: «In fisica quantica, il sistema è una specie d'organismo nell'unità del quale le unità elementari costituenti si trovano quasi assorbite». Concetto, questo, simile a quello di esistenza virtuale dei componenti nel composto, sviluppato da Aristotele e Tommaso. Si può pertanto concludere che le esperienze fisiche non sembrano escludere l'ì. e in particolare la meccanica quantica sviluppa concetti che gli sono favorabili.
Per analogia ai concetti dell'ì. si parla spesso di materia e forma in campi disparati. E. Kant chiama in genere materia il molteplicito, mentre la forma è ciò per cui il molteplico viene ordinato (cf. Critica della ragion pura, trad. II. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, Bari 1945, p. 64). Si hanno «forme» dell'intuizione, esterna (spazio), interna (tempo), del pensiero (categorie), della ragion pura (idee), ecc. Nella teologia sacramentaria i maestri dei secc. XII e XIII formularono la dottrina generale secondo cui ogni Sacramento, in quanto segno sensibile, è composto di cose (res) e di parole (verba). Guidati da analogia ed osservando che la res ha un significato indeterminato, mentre le parole hanno senso preciso, chiamarono la prima «materia», la seconda «forma» del Sacramento.