INDOEUROPEI. - Sono i popoli di lingua latina, greca, germanica, celtica, baltica, slava, indiana e persiana.
I. CENNI GENERALI
Il nome di I. è di data relativamente recente. Soltanto al principio del sec. XIX fu fatta la sensazionale scoperta che la maggior parte delle lingue europee, cioè il latino, il greco, il germanico, il celtico, il baltico e lo slavo sono tra loro affini e lo sono anche con l'indiano e il persiano in Asia. Lo scopritore di quest'affinità fu il celebre scienziato tedesco Francesco Bopp, che nel 1816 chiamò I. i popoli cui appartengono queste lingue. Esse derivano tutte da una fonte comune, che esisteva già da tempi assai remoti, chiamata perciò la lingua primitiva (Ursprache) indoeuropea, o la loro lingua fondamentale. Della lingua originaria indoeuropea non si ha alcuna notizia diretta, e neppure si è potuto fissare in un modo indiscutibile la regione geografica, in cui erano stanziati i popoli che la parlavano. Difatti l'Europa, occidentale e meridionale, l'Asia minore, l'Iran e l'India non possono essere considerate come patria degli I. perché questi territori furono da loro occupati dopo la emigrazione dal luogo comune di origine. La linguistica, la preistoria e l'etnologia sono più o meno d'accordo nell'affermare che la formazione del tipo linguistico indoeuropeo deve essere avvenuta in un territorio ampio, chesi estendeva, press'a poco, dal Mare del Nord al Mar Caspio. Questa primitiva lingua indoeuropea non era unitaria, ma un complesso di vari elementi mescolati insieme, che incominciò ad esistere verso la fine nel neolitico. Anche i popoli indoeuropei si sono formati da una mescolanza con strati di popolazione anteindoeuropea o d'origine non indoeuropea.
Vi sono parecchie scienze che permettono di conoscere qualche cosa della cultura della primitiva gente (Urvolk) indoeuropea, e prima fra esse è la linguistica. Essa dallo studio comparativo delle parole appartenenti alle singole lingue indoeuropee ricerca un insieme di termini della comune lingua fondamentale, in modo da poter dare un'idea di questo popolo primitivo. P. es., il termine greco sīšōqai « sento un timore religioso », un termine che deriva da aizdomai, trova riscontro nell'antico indiano, nell'italico, nel germanico e forse anche nell'illirico. Si può quindi ragionevolmente supporre che gli I. prima della loro migrazione avessero già l'idea del timore religioso, poiché avevano una parola per esprimerlo (è la cosiddetta « palcontologia linguistica », di cui più dettagliatamente nelle opere di V. BIBLICA.).
II. RELIGIONE SECONDO I DATI LINGUISTICI
Nella maggior parte delle lingue indoeuropee si trovano, più o meno presenti, parole con il suffisso -tu-, la formazione delle quali risale evidentemente al tempo pre-diaspora, cioè verso il III millennio a. C. Il suffisso -tu- si può considerare come una variante del cosiddetto elemento sacrale n. a cui F. Specht ha dedicato una nota in Die Sprache (1 [1949], p. 43 sg.). In nessuna lingua indoeuropea le formazioni del -tu- sono tanto numerose come nel latino, cosicché con il materiale latino si possono distinguere parecchi gruppi di significazioni.1. Gruppo 1: culto divino e giustizia
a) È chiara primieramente la preferenza del suffisso -tu- nelle espressioni che si riferiscono alla relazione reciproca tra gli dèi e gli uomini e al culto dei morti: la parola cultus, proveniente da colere, significava originariamente un'azione rituale, cioè il prendere possesso della terra, che si eseguiva con un solenne giro o l'aratura intorno ad un pezzo di terra; ritus = cerimonia religiosa, ordinariamente sacra; mactatus e sacrificatus = sacrificio; incensus (qui -sus invece di -tus, cf. Stolz-Leumann [V. BIBLICA.], p. 341) = l'incenso; amictus = sopraveste; cinctus = cintura sacra; castus = continenza sacrale; precatus, oratus = preghiera, supplica; gestus = i gesti della preghiera; saltus, saltatus = la danza del culto, ecc.; anche nel nome degli dèi, p. es., Consus da Cond-tus (il segno * indica una forma ricostruita e non tramandata) = il dio della raccolta.La divinità parla anche all'uomo, cioè con l'oracolo e con omina, monstra, portenta; si nota qui il suffisso -tu- in monitus, specialmente in ablativo nelle locuzioni come monitu Fortunae, monitu deorum, ecc.; fatus = predizione; hinnitus = nitrito dei cavalli; defectus = l'oscuramento (degli astri); terrae motus = terremoto; fulminis ictus = fulmine accendente; tonitrus = tuono: questo termine proviene, secondo il Brugmann (v. BIBLICA., II, 1, pp. 385, 440) da una fusione di tonitu, tuono con tonetro; nutus = l'inclinare del capo, esaudimento di una preghiera.
b) Al culto dei morti si riferisce planctus = le lamentazioni per i morti; inoltre pugilatus = il pugilato nei funerali di un morto, come pure caestus = le corregge (di combattimento) usate nel pugilato. Anche lusus, risus e ludificatus possono avere avuta relazione con il culto dei morti, come ritengono H. Fluck (v. BIBLICA., p. 29 sg) e Fr. Dolger (v. BIBLICA., p. 80 sg).
c) Siccome la lingua del magistrato e della giustizia, specialmente nel più antico periodo di tempo, non può essere separata dalla lingua liturgica, come ritiene E. Norden (v. BIBLICA., p. 12), si spiega senz'altro il suffisso -tu- in
ambitus, arbitratus, census, exercitus, magistratus, scitus, senatus, ecc. Appartiene qui anche il termine per indicare il grido di soccorso = quirittatus.
d) Come nel culto dei morti, fin dai tempi più antichi, si usava fare i funerali con lotte sulla tomba del morto, così anche nel culto degli dèi si poté aggiungere una festa, che aveva anche il carattere religioso, sicché anche in questo campo le parole con il suffisso -tu- sono rappresentate in gran numero: conventus = riunione della festa, e mercatus = mercato, appartengono allo stesso gruppo; cursus = la corsa di gara, ha uno sfondo cultuale, e nella rappresentazione dell'azione drammatica = fabellarum actus si dava importanza specialmente alla gesticolazione = gestus e vultus, nella quale non si risparmiavano acclamazioni e applausi = plausus e assensus. La preparazione della festa, l'abito di festa, l'acconciatura dei capelli, ecc. sono espressi dal suffisso -tu- in paratus, apparatus, ornatus, comptus, praetectus, ecc.
e) Volgendo lo sguardo oltre il latino, si troverà che nel greco le formazioni del -tu- non sono tanto numerose come in latino, però - e questo non per caso - tra le formazioni di questo genere, relativamente poche, se ne trova un certo numero che, proprio come in latino, si riferisce alla sfera giuridica cultuale; ἄγιατός = ritus in Callimaco (Act., I, 1, 3) è una parola della lingua sacrale; il nome locrese del mese Ἀράτως presuppone un astratto femminile *ἄρατός = coltivazione dei campi, e un nome neutro della festa Ἀράτυς (=festa dei campi. Riguardo al βαλλητός =atto di purificazione rituale, ottime notizie da S. Eitrem (v. BIBLICA., p. 290). Per il campo giuridico si pongano a confronto, p. es., i composti del suffisso -tu- (=verbauter tu-Stamm) nell'omerico μάρτυρος = testimonio e le prove della legge di Oortyn ἀμφαντός = adozione e ὄνυστός = matrimonio. Alle rappresentazioni festive, congiunte con il culto degli dèi, appartiene certamente ξιφαστός = la danza della spada; parallelo al latino ritus è il γελαστός, che s'incontra in Callimaco (Hymna, IV, 324).
Anche dall'antico indiano si possono desumere paralleli ai temi sacrali in -tu- del latino e delle altre lingue indoeuropee, così gātā, che appartiene principalmente alla lingua sacerdotale del Ḥeveda nel significato di « via del cielo », « via dell'immortalità », « via aperta per il sacrificio e la preghiera », ecc. Vi è, pulitre, l'antico ytā = tempo del sacrificio; poi sotu = spremere il soma, e vahatā = corteo nuziale, sposalizio; termine questo assai importante sotto l'aspetto storico culturale.
In germanico aiuta principalmente il metodo usato dal Gerckens, di dedurre cioè indirettamente la previa esistenza dei suffissi -tu- nelle parole anstu = grazia divina, slahtu = ammazzare, quindi sacrificio, hlauftu = corso, il cui significato sacrale si deve dedurre dai composti brutloufi = sposalizio (antico alto tedesco); il gotico leijus = sidro rispetto al carattere sacrale dei festini, in cui gli I. mangiavano e bevevano, dimostrato dallo Specht (Zeitschr. f. sergi. Sprachforsch., 64 [1937], p. 15 sg.). Della lingua giuridica si compari il tema in -tu- rehtu-, antico nordico; rétr = diritto; antico nordico vātr = testimonio da wah-tus, dalla radice ueh- = parlare; il gotico hluftus = ladro, kustus = esame, prova, ecc. Il culto dei morti è rappresentato con il germanico * graftu = seppellimento, sepoltura.
Del celtico si compari l'antico irlandese recht = diritto, un antico tema in -tu-, come pure l'antico irlandese mess = giudizio da med-tu e l'antico irlandese écht presuppone un anktu- o yktu o enktu = omicidio (Pokorny [V. BIBLICA.], p. 45).
f) Dunque già nel tempo, in cui gli I. vivevano insieme, vi era un suffisso -tu-, che veniva usato nel linguaggio del culto e del diritto per distinguerlo dal resto del materiale linguistico. Presso gli I. esisteva, quindi, già da tempo l'idea della distinzione del sacro e del profano, insieme ad una credenza in Dio. Ci si rivolgeva alla divinità con la preghiera e il sacrificio, in cui si osservavano determinate cerimonie. È molto interessante rilevare la stretta connessione del diritto, dell'ordine statale e della religione, che in parte si affermava già nel tempo della lingua comune.
2. Gruppo II: Le vicissitudini della natura
a) Le vicissitudini della natura, specialmente il nascere, il crescere e il trapassare di ogni vita: satus = il seminare, la generazione; subartus = la lenta origine; auctus = la crescita; eventus = originariamente il buon germinare e crescere dei frutti del campo; proventus = il crescere; profectus = accrescimento, progresso; conceptus = il concepimento; partus = il partorire; fetus = il feto; fotus = il calore naturale, il covare; incubitus = il giacere sopra, il covare; amplexus, circumplexus, accubitus = amplesso coniugale; natus = la nascita; abortus = aborto; i cinque sensi: aspectus, auditus, tactus, odoratus, gustatus. La morte: abitus, exitus, excessus. La natura inorganica: il sorgere e il tramontare degli astri: ortus, occasus; il loro movimento ciclico: matus, meatus, cursus; le loro ecclissi: defectus, ecc.Del greco si confronti specialmente φίτυ = germoglio, φίτυς = generatore.
L'antico indiano ha l'importante jivātu- = vita, avestico jyātu-; antico indiano jantū = creatura, stirpe, progenie, avestico zantu; antico indiano sūtu = gravidanza; antico indiano dhātu- = parte costitutiva, elemento; edhatū- = il crescere.
Il germanico tramanda il gotico wahstus = la crescita; il gotico daufus = morte, e il gotico flōdus = flusso, inondazione. Il celtico: antico irlandese iruth = fiume, un tema in -tu- neutro; drucht = gocciola di rugiada, da drup-tu-; tēs = calore, da tepstu-; cruth = figura; guth = voce, da * gutus, ecc.
b) In verità, non vi è dubbio che il suffisso -tu- di questo secondo gruppo non si può separare da quello del primo gruppo. Si tratta per lo più di vicissitudini e condizioni κατ'αὐτοματισμὸν, cioè senza concorso dell'uomo (cf. Cicerone, Oras., I, 28, 127: « ea quae nobis non possumus fingere, facies, vultus, sonus »). L'uomo si vede dinanzi ad un ordinamento misterioso, indipendente dalla sua intromissione, e le cosmogonie dei popoli di natura mostrano, come si può vedere dando uno sguardo agli indici dell'opera monumentale del p. W. Schmidt Der Ursprung der Gottesidee sotto le voci Schöpfung, Schöpfer ecc., che l'uomo preistorico non si presenta qui senza l'idea di un Essere creatore (cf. Peuckert, in HDA, Nachträge, p. 276). Per sé la « natura », come tale, non è stata oggetto di un culto religioso, bensì la potenza soprannaturale che sta dietro il processo naturale (A. Müller [V. BIBLICA.], p. 269). Il riflesso linguistico di questa mentalità è il suffisso indoeuropeo -tu-, che per sé è caratterizzato chiaramente come elemento riguardante un Essere soprannaturale. Perciò si possono sottoscrivere con buona coscienza le seguenti parole di Seeliger: « Nella religione indoeuropea, per quanto possiamo dedurla, si presenta in primo piano il Dio del Cielo, Djéus, il generatore degli dèi e degli uomini e il creatore di ogni vita » (v. BIBLICA., p. 439). Nello stile degli inni greci si manifesta bene l'idea della creazione: Dio ha creato tutto, tutti gli dèi, tutti gli uomini, tutto ciò che è sulla terra (cf. Keyshner [V. BIBLICA.], p. 50 e specialmente p. 14 contro V. Wilamovitz, che vuol negare « questo principio del mondo » ai tempi arcaici; altre cose su questo punto si possono trovare in C. C. Scharbau, Die Idee der Schöpfung, V. BIBLICA., p. 117, e in K. Prüm, An Quellen griechischen Glaubens, in Biblica, 11 (1930), p. 284).
3. Gruppo III: Cibi, bevande e vesti
a) Il cibo, la bevanda e la veste: esus = cibo; eictus = vitto, il sostentamento della vita; fructus = frutti; pastus e cibatus = foraggio, nutrimento; nutricatus = nutrimento; potus = bevanda; haustus = corso; vestitus = vestimento; indutus = il mettersi le vesti; calceatus = copripiedi, calzatura. Del greco cf. βρατὸς = il cibo; δατὸς = pasto, banchetto; ἐδητὸς = il mangiare, i cibi.L'ario e il celtico sono rappresentati dall'antico indiano pitū-f, avestico pitū-f = nutrimento, cibo; antico irlandese ith, antico cimrico it = frumentum, dall'antico celtico * (p)itus.
b) Il Dio creatore è anche Dio padre. I cibi, le bevande e le vesti sono doni dell'Essere Sommo. Si confronti il proverbio dei Bhil in Koppers (v. BIBLICA., p. 126): « Quando cade qualche cosa nello stomaco, viene il ricordo di Dio »; e nella stessa opera il Koppers riporta
la preghiera di un Bhil pagano al « datore del grano », nella quale infine si dice: « È non ci allontanare dal grano e dal vestimento ». Anche l'inno greco conosce la preghiera per il pane quotidiano, come si può vedere in K. Keyshner (v. BIBLICA., p. 147). Anche per W. Porzig (v. BIBLICA., p. 339) il significato sacrale del suffisso -tu- in pitus* = nutrimento, è « chiaro senz'altro ».
4. Gruppo IV: arti e mestieri
a) Arti e mestieri: cantus = dono del canto; actus = movimento dell'attore; gestus = gesticolazioni; venatus = caccia; captus = presa, cacciagione, il dono dell'intendere, intelligenza; cf. intellectus, intinctus, memoratus; metus = tessuto; textus = tessitura, intrecciatura; ductus = direzione, guida; testu = vaso di terra.In greco: ἀγορτῶς = dono della parola, eloquenza; φραστῶς = il riflettere, il considerare; ἀφραστῶς = mancanza di giudizio; κιθαριστῶς = il suonare la cetra, l'arte di suonare la cetra; ὀρχηστῶς = il danzare, l'arte della danza; ἀκοντιστῶς = il lanciare i dardi; ἀκοντιστῶς = l'arte di tirare le frecce; τανωστῶς = la tesa dell'arco, ecc.; ἀρτῶς = congiunzione (ἀρτῶ = adatto); il latino artus = articolazione, membro; l'armeno ard = forma, z-ard = ornamento (Pedersen, in Zeitschr. f. vergl. Sprachf., 39 [1906], p. 366).
Dell'antico indiano si confronti tánta; = filo, e óta = trama della tessitura ed inoltre vástu = abitazione. Anche in questo gruppo si tratta di doni di Dio; Dio con ciò si dimostra il Dio degli aiuti in ogni situazione della vita.
b) In vari passi della summenzionata opera il p. Schmidt riporta l'informazione che il Creatore visse per un certo tempo sulla terra con gli uomini e insegnò loro tutte le arti e i mestieri; egli è ritenuto il produttore degli strumenti più importanti. Anche l'uso dello strumento spirituale della lingua è per lo più riferito direttamente all'Essere Supremo o a qualche eroe culturale da lui incaricato. Così anche i Greci avevano i loro portatori della cultura: Efesto ha insegnato agli uomini le arti e i mestieri; Atena introdusse la costruzione del carro; Apollo è ritenuto l'inventore dell'arte medica, e Ermete insegnò l'uso della lingua (cf. K. Keyshner, V. BIBLICA., p. 161). Nell'Odissea, VIII, 167 sg. è detto chiaramente che la facondia è un dono di Dio, che non viene elargito a tutti: « οὐ πάντεσαι θεοί... διδῶσιν ἠνδρασιν... ἀγορτῶν », e nel noto passo di Cicerone (Natur. Deor., II, 167): « nemo... vir magnus sine aliquo adflatu divino umquam fuit »; si noti la connessione, del resto anche altrimenti dimostrata, del suffisso -tu- in adflatus = alito con l'aggettivo divinus. Si può anche qui riferire una concordanza con Porzig (v. BIBLICA) che a p. 339 dice di uastu = abitato e artus = congiuntura, che sono concetti « in cui vi è sempre l'idea di protezione superiore e di aiuti superiori ». Per tutto questo gruppo di parole si confronti anche L. Bieler (v. BIBLICA., I, p. 141) che rileva che la scienza di un θεῖος ἀνὴρ è « data direttamente da Dio ».
5. Gruppo V: gli spiriti e i demoni
a) Il latino portus = porta di casa, porto; angiportus = passaggio stretto, via adiacente; hiatus = baratro, fessura; haesitatus = balbettamento; musitus = il parlar sotto voce; nictus = il far l'occhietto, sbirciare; raptus = spasimo, convulsione; ructus = rutto, il tornare alla gola; screatus = lo schiarirsi la gola, scatarrare; singultus = singulto, il singhiozzare; pruritus = prurito; strangulatus = convulsione, soffocazione; vomitus = vomito (cf. Riess e H. Diels, V. BIBLICA.); metus = timore; lucius = lutto; impulsus = impulso, stimolo; ecc.In greco: ἐλεητῶς = compassione; ποθητῶς = il desiderare; ὀτρυντῶς = stimolo, impulso. Antico indiano hétu = causa, stimolo.
b) Il latino portus presuppone un indoeuropeo prtus = guado e si può vedere in E. Schröder (in Reall. d. germ. Altertumskunde*, I, p. 332), che in Germania si può provare fino al medioevo l'idea di una certa sacralità dei guadi e dei porti. Si consulti anche R. von Scheliha (v. BIBLICA), che ha raccolto un ricco materiale, da cui risulta che il passaggio di un fiume fu considerato come un'offesa al dio del fiume, che perciò doveva essere placato con un
sacrificio. A colui che volesse ancora dubitare del carattere sacrale (numinoso) del prtus = guado, il Porzig (v. BIBLICA., p. 339) ricorda il guado di Jabbok e il passaggio del Viśvamitra sul Vipás e Sutudri (Rgveda, III, 33). Hiatus = fessura, baratro viene spiegato nella glossa con vorago = voragine, abisso; questo però è una personificazione dell'inghiottire, divorare, cosicché anche nella fessura dell'hiatus si è riguardato fantasiosamente un essere demoniaco. Tutto ciò che avviene nell'uomo, quindi tutti i segni e gli indizi involontari nel proprio corpo, come starnutare, abadigliare, russare, ecc. sono ritenuti come influissi di un demone, onde si spiega la presenza del suffisso -tu- nelle parole latine haesitatus, vomitus. Sembra essere d'importanza il dio Saviior, il dio « eccitatore » o « stimolatore », menzionato da H. Oldenberg (Rel. d. Veda, 2ª ed., Stoccarda 1917, p. 63), un dio a cui si rivolge con la preghiera per avere l'illuminazione e l'ispirazione. Da qui si può gettare luce anche sul latino impulsus, impetus-incitus, hortatus, iussus, ecc. Su queste personificazioni di un'idea astratta si consulti l'Altheim (Röm. Religionsgeschichte*, II, Berlino 1932, p. 125).
6. Gruppo VI: superstizione
a) Ululatus = grido di guerra; crepitus aeris = baccano infernale; vinctus = vincolo, legame; nexus = connessione, intrecciamento; tonsus = il tagliare i capelli, il tosare; nuptus = velamento, il matrimonio; tritus = tritare, il trebbiare le messi; muletus = il mungere, la mungitura; mictus = minctus = orina; ecc. Antico indiano yáta = magia, mago.b) Al grido di guerra si soleva attribuire un influsso magico sul nemico (cf. Cesare, Bell. Hisp., 31 e Bell. civ., III, 92). È noto il baccano infernale « Qualis in defectu lunae... cieri solet » (Livio, XXVI, 5). Sul « legamento magico » (magia della legatura) si consulti, oltre J. Scheffelowitz (v. BIBLICA., p. 17) e E. Norden (v. BIBLICA., pp. 263, 292), anche V. Lübtow, Zeitschr. d. Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, Rom. Abt., 56 [1936], p. 248. Per le altre parole citate si consulti la bibliografia in HDA nei relativi articoli, e per nuptus A. Ernout-A. Meillet (v. BIBLICA), p. 683 sg.
III. CONCLUSIONE
In base al materiale qui riportato si può affermare che gli I. del tempo preistorico non erano certamente materialisti. Tutti i sei gruppi di parole, che si sono precedentemente costituiti, si riferiscono in fondo al soprannuon e al soprassensibile. La lingua fornisce anche altrimenti la prova che presso gli I., già nei tempi più antichi della loro comunità primordiale, si era sviluppato e formato il senso della distinzione tra il terrestre e il celeste. La designazione di Dio, antico latino deivus, antico nordico tivar, lituano diévas, antico indiano déva, significa semplicemente « il celeste », e il suo riscontro homo è « il terrestre ». Proprio questa contrapposizione del terrestre di qua e del celeste al di là rimase, secondo K. Brugmann (Indogerman. Forsch., 17 [1904-1905], p. 171) « un'idea prediletta e comune presso tutti gli I. del tempo primordiale indoeuropeo in poi ». La parola per « uomo » come il « terrestre » è derivata dalla parola per « terra » con la radice ghem-, ghom-, ghm-, quindi il latino homo e hemo il gotico guma, il lituano žmogus e appartiene qui anche l'antico irlandese duine = uomo, derivato dal celtico primitivo donio = da un indoeuropeo ghdma (= greco χθόνος). I Greci e gli Armeni esprimono la contrapposizione tra « l'uomo » e « Dio » con « mortale »: « Immortale » (cf. Specht, Zeitschr. f. vergl. Sprachf., 66 [1939], p. 50 sg.) quindi il greco βροτῶς, l'armeno mard e il greco ἄμβροτος, ἀθάνατος*. La visione della realtà presso gli I. della preistoria non comprendeva soltanto ciò che si può vedere e toccare, e sarebbe stato per essi, come dice M. Kingsley, in C. Dawson (v. BIBLICA., p. 71), proprio una grande fatica il pensare soltanto la pura materia.La storia ricca di vicende dei temi in -tu- nel latino è ancora oscura. Si ha però un punto fisso di partenza in quanto l'origine di queste formazioni dev'essere certamente cercata nel campo sacrale-giuridico, sicché queste parole erano per sé elementi fondamentali della lingua elevata. Le formazioni del -tu-, nonostante le molteplici profanazioni, non hanno mai del tutto rinnegata questa origine, e se la lingua latina, a causa principalmente del suo uso come lingua di culto della Chiesa cattolica romana,
può essere chiamata una lingua « sacra », a ciò partecipano le formazioni del -tu- di veneranda antichità. Già nel tempo pagano spetta alla lingua latina un posto di onore tra le lingue indoeuropee in quanto essa, insieme all'indoiranico, ha in modo speciale conservato fedelmente l'antico tesoro linguistico sacrale indoeuropeo (cf. I. Vendryès, in Mémoires de la Société de ling. de Paris, 20 [1918], p. 263 sg.). Cosicché D. Heine, volendo caratterizzare la lingua latina, non è stato giusto rispetto al populus religiosissimus, quando egli, unilateralmente, fissa l'attività del popolo romano soltanto sotto l'aspetto militare, giuridico e politico (cf. Stolz-Schmalz, Geschichte der lateinischen Sprache [V. BIBLICA.], p. 137 sg.).