INDOEUROPEI

INDOEUROPEI. - Sono i popoli di lingua latina, greca, germanica, celtica, baltica, slava, indiana e persiana.

SOMMARIO: I Cenni generali. - II. Religione secondo i linguisti. - III. Conclusione.

I. Cenni generali

Il nome di I. è di data relativamente recente. Soltanto al principio del sec. XIX fu fatta la sensazionale scoperta che la maggior parte delle lingue europee, cioè il latino, il greco, il germanico, il celtico, il baltico e lo slavo sono tra loro affini e lo sono anche con l'indiano e il persiano in Asia. Lo scoprimento di quest'affinità fu il celebre scienziato tedesco Francesco Bopp, che nel 1861 chiamò I. i popoli cui appartengono queste lingue. Esse derivano tutte da una fonte comune, che esisteva già da tempi assai remoti, chiamata perciò la lingua primitiva (Urspräche) indoeuropea, o la loro lingua fondamentale. Della lingua originaria indoeuropea non si ha alcuna notizia diretta, e neppure si è potuto fissare in un modo indiscutibile la regione geografica, in cui erano stanziati i popoli che la parlavano. Difatti l'Europa, occidentale e meridionale, l'Asia minore, l'Irán e l'India non possono essere considerate come patria degli I. perché questi territori furono da loro occupati dopo la emigrazione dal luogo comune di origine. La linguistica, la preistoria e l'etnologia sono più o meno d'accordo nell'affermare che la formazione del tipo linguistico indoeuropeo deve essere avvenuta in un territorio ampio, che si estendeva, press'a poco, dal Mare del Nord al Mar Caspio. Questa primitiva lingua indoeuropea non era unitaria, ma un complesso di vari elementi mescolati insieme, che incominciò ad esistere verso la fine nel neolitico. Anche i popoli indoeuropei si sono formati da una mescolanza con strati di popolazione antieuropea o d'origine non indoeuropea.

VI sono parecchie scienze che permettono di conoscere qualche cosa della cultura della primitiva gente (Urvolk) indoeuropea, e prima fra esse è la linguistica. Essa dallo studio comparativo delle parole appartenenti alle singole lingue indoeuropee ricerca un insieme di termini della comune lingua fondamentale, in modo da poter dare un'idea di questo popolo primitivo. P. es., il termine greco ἀδόμαι «sento un timore religioso», un termine che deriva da ἀαζόμαι, trova riscontro nell'antico indiano, nell'italico, nel germanico e forse anche nell'illirico. Si può quindi ragionevolmente supporre che gli I. prima della loro migrazione avessero già l'idea del timore religioso, poiché avevano una parola per esprimerlo (è la cosiddetta «palcontologia linguistica», di cui più dettagliatamente nelle opere di V. BIBLICA.).

II. RELIGIONE SECONDO I DATI LINGUISTICI

Nella maggior parte delle lingue indoeuropee si trovano, più o meno presenti, parole con il suffisso -tu-, la formazione delle quali risale evidentemente al tempo pre-disposita, cioè verso il III millennio a. C. Il suffisso -tu- si può considerare come una variante del cosiddetto elemento sacrale tu, a cui F. Specht ha dedicato una nota in Die Sprache (I [1949], p. 43 seg.). In nessuna lingua indoeuropea le formazioni del -tu- sono tanto numerose come nel latino, cosicché con il materiale latino si possono distinguere parecchi gruppi di significazioni.

1. Gruppo I: culto divino e giustizia

a) È chiara primieramente la preferenza del suffisso -tu- nelle espressioni che si riferiscono alla relazione reciproca tra gli dèi e gli uomini e al culto dei morti: la parola cultus, proveniente da colere, significava originariamente un'azione rituale, cioè il prendere possesso della terra, che si eseguiva con un solenne giro o l'aratura intorno ad un pezzo di terra; ritus = cerimonia religiosa, ordinariamente sacra; mactatus e sacrificatus = sacrificio; incensus (qui -sus invece di -tus, cf. Stolz-Leumann [V. BIBLICA.], p. 341) = l'incenso; amictus = sopravviste; cinctus = cintura sacra; castus = continenza sacrale; precatus, oratus = preghiera, supplica; gestus = i gesti della preghiera; saltus, saltatus = la danza del culto, ecc.; anche nel nome degli dèi, p. es., Comis da "Cond-tus (il segno "indica una forma ricostruita e non tramandata) = il dio della raccolta.

La divinità parla anche all'uomo, cioè con l'oracolo e con omnia, monstra, portenta; si nota qui il suffisso -tu- in monitus, specialmente in ablativo nelle locuzioni come monitus Fortunae, monitus deorum, ecc.; fatus = predizione; himnitus = nitrito dei cavalli; defectus = l'oscuramento (degli astri); terrae motus = terremoto; fulminis ictus = fulmine accendente; tonitrus = tuono: questo termine proviene, secondo il Brugmann (v. BIBLICA., II, 1, pp. 385, 440) da una fusione di *tonitru, tuono con *tonetro-; nutus = l'inclinare del capo, esaudimento di una preghiera.

b) Al culto dei morti si riferisce planctus = le lamenti tazioni per i morti; inoltre pugilatus = il pugilato nei funerali di un morto, come pure caestus = le corregge (di combattimento) usate nel pugilato. Anche lusus, risus e ludificatus possono avere avuta relazione con il culto dei morti, come ritengono H. Fluck (v. BIBLICA., p. 29 seg) e Fr. Dolger (v. BIBLICA., p. 80 seg).

c) Siccome la lingua del magistrato e della giustizia, specialmente nel più antico periodo di tempo, non può essere separata dalla lingua liturgica, come ritiene E. Norden (v. BIBLICA., p. 12), si spiega senz'altro il suffisso -tu- in

ambitus, arbitratus, census, exercitus, magistratus, scitus, senatus, ecc. Appartiene qui anche il termine per indicare il grido di soccorso = *quiritatus*.

d) Come nel culto dei morti, fin dai tempi più antichi, si usava fare i funerali con lotte sulla tomba del morto, così anche nel culto degli dèi si poté aggiungere una festa, che aveva anche il carattere religioso, sicché anche in questo campo le parole con il suffisso -tu- sono rappresentate in gran numero: conventus = riunione della festa, e mercatus = mercato, appartengono allo stesso gruppo; cursus = la corsa di gara, ha uno sfondo cultuale, e nella rappresentazione dell'azione drammatica = fabellarum actus si dava importanza specialmente alla gesticolazione = gestus e vultus, nella quale non si risparmiavano acclamazioni e applausi = *plausus* e *assensus*. La preparazione della festa, l'abito di festa, l'acconciatura dei capelli, ecc. sono espressi dal suffisso -tu- in *paratus*, *apparatus*, *ornatus*, *comptus*, *praetextus*, ecc.

e) Volgendo lo sguardo oltre il latino, si troverà che nel greco le formazioni del -tu- non sono tanto numerose come in latino, però - e questo non per caso - tra le formazioni di questo genere, relativamente poche, se ne trova un certo numero che, proprio come in latino, si riferisce alla sfera giuridica cultuale; *ἀγιοτός* = ritus in Callimaco (Δελ., I, 1, 3) è una parola della lingua sacrale; il nome locresse del mese 'Ἀράτους' presuppone un astratto femminile *ἀράτους* = coltivazione dei campi, e un nome neutro della festa 'Ἀράτους' = festa dei campi. Riguardo al βάλλητός = atto di purificazione rituale, ottimo notizie di S. Eitrem (v. BIBLICA., p. 290). Per il campo giuridico si pongano a confronto, p. es., i composti del suffisso -tu- (= *verbaver* = *tu-Stamm*) nell'omero μάρτυρος = testimonio e le prove della legge di Gortyn ἀμφαντός = adozione e ὀπωσμός = matrimonio. Alle rappresentazioni festive, congiunte con il culto degli dèi, appartiene certamente ξηρατός = la danza della spada; parallelo al latino *risus* è il γελαστός, che s'incontra in Callimaco (Hymna, IV, 324).

Anche dall'antico indiano si possono desumere paralleli ai temi sacrali in -tu- del latino e delle altre lingue indoeuropee, così *gāti*, che appartiene principalmente alla lingua sacerdotale del *Rgveda* nel significato di *via* del cielo =, *via* dell'immortalità =, *via* aperta per il sacrificio e la preghiera =, ecc. Vi è, inoltre, l'antico *rūt* = tempo del sacrificio; poi *sotu* = spegnere il sonno, e *valatū* = corteo nuziale, spostalizio; termine questo assai importante sotto l'aspetto storico culturale.

In germanico aiuta principalmente il metodo usato dal Gerckens, di dedurre cioè indirettamente la previ esistenza dei suffissi -tu- nelle parole *antu* = grazia divina, *slahu* = ammazzare, quindi sacrificio, *hlaufu* = corso, il cui significato sacrale si deve dedurre dai composti *brutlout* = spostalizio (antico alto tedesco); il gotico *leibus* = sidro rispetto al carattere sacrale dei festini, in cui gli I. mangiavano e bevevano, dimostrato dallo Specht (Zeitschr. f. vergl. Sprachforsch., 64 [1937], p. 15 sg.). Della lingua giuridica si compari il tema in -tu- *rehtu*, antico nordico; *rēttr* = diritto; antico nordico *vāttr* = testimonio da *vah-tus*, dalla radice *uek* = parlare; il gotico *hlifus* = ladro, *kustus* = esame, prova, ecc. Il culto dei morti è rappresentato con il germanico *graftu* = seppellimento, sepoltura.

Del celtico si compari l'antico irlandese *recht* = diritto, un antico tema in -tu-, come pure l'antico irlandese *mess* = giudizio da *med-tu* = l'antico irlandese *ēcht* presuppone un *anktu-* o *rktu* o *enktu* = omicidio (Pokorny [V. BIBLICA.], p. 45).

f) Dunque già nel tempo, in cui gli I. vivevano insieme, vi era un suffisso -tu-, che veniva usato nel linguaggio del culto e del diritto per distinguerlo dal resto del materiale linguistico. Presso gli I. esisteva, quindi, già da tempo l'idea della distinzione del sacro e del profano, insieme ad una credenza in Dio. Ci si rivolgeva alla divinità con la preghiera e il sacrificio, in cui si osservavano determinate cerimonie. È molto interessante rilevare la stretta connessione del diritto, dell'ordine statale e della religione, che in parte si affermava già nel tempo della lingua comune.

2. Gruppo II: Le vicissitudini della natura

a) Le vicissitudini della natura, specialmente il nascere, il crescere e il trapassare di ogni vita: *satus* = il seminare, la generazione; *subortus* = la lenta origine; *auctus* = la cresenza; *eventus* = originariamente il buon germinare e crescere dei frutti del campo; *proventus* = il crescere; *profectus* = accrescimento, progresso; *conceptus* = il concepimento; *partus* = il partorire; *fetus* = il feto; *fotus* = il calore naturale, il covare; *incubitus* = il giacere sopra, il covare; *amplexus*, *circumplexus*, *accubitus* = amplesso coniugale; *natus* = la nascita; *abortus* = aborto; i cinque sensi: *aspectus*, *auditus*, *tactus*, *odoratus*, *gustatus*. La morte: *obitus*, *exitus*, *excessus*. La natura inorganica: il sorgere e il tramontare degli astri: *ortus*, *occasus*; il loro movimento ciclico: *motus*, *meatus*, *cursus*; le loro ecclesiastici, ecc.

Del greco si confronti specialmente *ἐπὶ* = germoglio, *ἐπὶ* = generatore.

L'antico indiano ha l'importante *jīvātu* = vita, avestico *jīvātu* = antico indiano *jantū* = creatura, stirpe, progenie, avestico *zantu* = antico indiano *sūtū* = gravidanza; antico indiano *dhātu* = parte costitutiva, elemento; *edhati* = il crescere.

Il germanico tramanda il gotico *vahstus* = la cresenza; il gotico *dauphus* = morte, e il gotico *flōdus* = flusso, inondazione. Il celtico: antico irlandese *sruith* = fumo, un tema in -tu- neutro; *drucht* = gocciola di rugiada, da *drup-tu-*; *tēs* = calore, da *temptu-*; *cruth* = figura; *guth* = voce, da *gutus*, ecc.

b) In verità, non vi è dubbio che il suffisso -tu- di questo secondo gruppo non si può separare da quello del primo gruppo. Si tratta per lo più di vicissitudini e condizioni *καταναπασμόν*, cioè senza concorso del l'uomo (cf. Cicerone, *Orat.*, I, 28, 127: *ea quae nobis non possumus fingere*, facies, vultus, sonus). L'uomo si vede dinanzi ad un ordinamento misterioso, indipendente dalla sua intromissione, e le cosmogonie dei popoli di natura mostrano, come si può vedere dando uno sguardo agli indici dell'opera monumentale del p. W. Schmidt *Der Ursprung der Gottesidee* sotto le voci *Schöpfung*, *Schöpf* ecc., che l'uomo preistorico non si presenta qui senza l'idea di un Essere creatore (cf. Peuckert, in HDA, *Nachträge*, p. 276). Per sé la natura, come tale, non è stata oggetto di un culto religioso, bensì la potenza soprannaturale che sta dietro il processo naturale (A. Müller [V. BIBLICA.], p. 269). Il riflesso linguistico di questa mentalità è il suffisso indoeuropeo -tu-, che per sé è caratterizzato chiaramente come elemento riguardante un essere soprannodano. Perciò si possono sottoscrivere con buona coscienza le seguenti parole di Seeliger: *Nella religione indoeuropea*, per quanto possiamo dedurla, si presenta in primo piano il Dio del Cielo, Djēus, il generatore degli dèi e degli uomini e il creatore di ogni vita = (v. BIBLICA., p. 439). Nello stile degli inni greci si manifesta bene l'idea della creazione: Dio ha creato tutto, tutti gli dèi, tutti gli uomini, tutto ciò che è sulla terra (cf. Keysner [V. BIBLICA.], p. 50 e specialmente p. 14 contro V. Vilamowitz, che vuol negare *questo principio del modo* ai tempi arcaici; altre cose su questo punto si possono trovare in C. C. Scharbau, *Die Idee der Schöpfung*, V. BIBLICA., p. 117, e in K. Prümm, *An Quellen griechischen Glaubens*, in *Biblia*, II (1930), p. 284).

3. Gruppo III: Cibi, bevande e vesti

a) Il cibo, la bevanda e la veste: *esus* = cibo; *victus* = vitto, il sostantivo della vita; *fructus* = frutti; *pastus* = ciabats = foraggio, nutrimento; *nutricatus* = nutrimento; *potus* = bevanda; *haustus* = sorso; *vestitus* = vestimento; *indutus* = il mettersi le vesti; *calceatus* = copripiedi, calzatura. Del greco cf. βρωτός = il cibo; δαπτός = pasto, banchetto; ἐδηγός = il mangiare, i cibi.

L'aria e il celtico sono rappresentati dall'antico indiano *pitu-*, avestico *pittū-* = nutrimento, cibo; antico irlandese *th*, antico cimrico *it* = frumentum, dall'antico celtico **(p)itus*.

b) Il Dio creatore è anche Dio padre. I cibi, le bevande e le vesti sono doni dell'Essere Sommo. Si confronti il proverbio dei Bhil in Koppers (v. BIBLICA., p. 126): *Quando cade qualche cosa nello stomaco, viene il ricordo di Dio*; e nella stessa opera il Koppers riporta

la preghiera di un Bhil pagano al « datore del grano», nella quale infine si dice: «E non ci allontanare dal grano e dal vestimento». Anche l'inno greco conosce la preghiera per il pane quotidiano, come si può vedere in K. Keysher (v. BIBLICA., p. 147). Anche per W. Porzig (v. BIBLICA., p. 339) il significato sacrale del suffisso -tu- in *pitus = nutrimento, è «chiaro senz'altro».

4. Gruppo IV: arti e mestieri

a) Arti e mestieri: cantus = dono del canto; actus = movimento dell'attore; gestus = gesticolazioni; venatus = caccia; captus = presa, cacciagione, il dono dell'intendere, intelligenza; cf. intel·lectus, instinctus, memoratus; metus = tessuto; textus = tessitura, intrecciatura; ductus = direzione, guida; testus = vaso di terra.

In greco: ἀγορηγός = dono della parola, eloquenza; φραστός = il riflettere, il considerare; ἀφραστός = mancanza di giudizio; κλαφιστός = il suonare la cetra, l'arte di suonare la cetra; ὀρχηγός = il danzare, l'arte della danza; ἀκοντιστός = il lanciare i dardi; ὀνταστός = l'arte di tirare le frecce; ταυστός = la tesa dell'arco, cf. ἀντός = congiunzione (ἀντός = adatto); il latino artus = articolazione, membro; l'armeno ard = forma, z-ard = ornamento (Pedersen, in Zeitschr. f. vergl. Sprachf., 39 [1906], p. 366).

Dell'antico indiano si confronti tántu; = filo; étu = trama della tessitura ed inoltre vástu = abitazione. Anche in questo gruppo si tratta di doni di Dio; Dio con ciò si dimostra il Dio degli aiuti in ogni situazione della vita.

b) In vari passi della summenzionata opera il p. Schmidt riporta l'informazione che il Creatore visse per un certo tempo sulla terra con gli uomini e insegnò loro tutte le arti e i mestieri; egli è ritenuto il produttore degli strumenti più importanti. Anche l'uso dello strumento spirituale della lingua è per lo più riferito dalle tamente all'Essere Supremo o a qualche eroe culturale da lui incaricato. Così anche i Greci avevano i loro portatori della cultura: Efesto ha insegnato agli uomini le arti e i mestieri; Atena introdusse la costruzione del carro; Apollo è ritenuto l'inventore dell'arte medica, e Ermete insegnò l'uso della lingua (cf. K. Keysher, V. BIBLICA., p. 161). Nell'Odissea, VIII, 167 sg. è detto chiaramente che la faccenda è un dono di Dio, che non viene elargito a tutti: «οὐ πάντως θεὸς... δώσουσι/ἐνδάσου... ἀγορηγῶν», e nel noto passo di Cicerone (Natur. Deor., II, 167): «nemo... vir magnus sine aliquo adflatu divino umquam fuit»; si noti la connessione, del resto anche altrimenti dimostrata, del suffisso -tu- in adflatus = il lato con l'aggettivo divinus. Si può anche qui riferire una con cordanza con Porzig (v. BIBLICA) che a p. 339 dice di *utus = abitato e *artus = congiuntura, che sono concetti «in cui vi è sempre l'idea di protezione superiore e di aiuti superiori». Per tutto questo gruppo di parole si confronti anche L. Bieler (v. BIBLICA., I, p. 141) che rileva che la scienza di un 'Eòs eùv, e' a data direttamente da Dio.

5. Gruppo V: gli spiriti e i demoni

a) Il latino portus = porta di casa, porto; angiportus = passaggio stretto, via adiacente; hiatus = baratro, fessura; haestus = balbettamento; mussitus = il parlar sotto voce; nictus = il far l'occhietto, sbirciare; raptus = spasimo, convulsione; ructus = rutto, il tornare alla gola; serae· tus = lo schiarirsi la gola, scatarrere; singultus = singulto, il singhiozzare; pruritus = prurito; strangulatus = convulsione, soffocazione; vomitus = vomito (cf. Ries, E. H. Diels, V. BIBLICA.); metus = timore; luctus = lutto; impulsus = impulso, stimolo; ecc.

In greco: ἐλεγχός = compassione; ποδηγός = il desiderare; ὀρτυνός = stimolo, impulso. Antico indiano hétu = causa, stimolo.

b) Il latino portus presuppone un indoeuropeo *prtus = guado e si può vedere in E. Schröder (in Reall. d., germ. Altertumskunde, I, p. 332), che in Germania si può provare fino al medioevo l'idea di una certa sacralità dei guadi e dei porti. Si consulti anche R. von Schellhaa (v. BIBLICA), che ha raccolto un ricco materiale, da cui risulta che il passaggio di un fiume fu considerato come un'offesa al dio del fiume, che perciò doveva essere placato con un sacrificio. A colui che volesse ancora dubitare del carattere sacrale (numinoso) del *prtus = guado, il Porzig (v. BIBLICA., p. 339) ricorda il guado di Jabbok e il passaggio del Višvamitra sul Vipās e Šutudri (Rgveda, III, 33). Hiatus = fessura, baratro viene spiegato nella glossa con vorago = voragine, abisso; questo però è una personalizzazione dell'inghiottire, divorare, cosicché anche nella fessura dell'hiatus si è riguardato fantasiosamente un essere demoniaco. Tutto ciò che avviene nell'uomo, quindi tutti i segni e gli indizi involontari nel proprio corpo, come starnutare, sbadigliare, russare, ecc. sono ritenuti come influssi di un demone, onde si spiega la presenza del suffisso -tu- nelle parole latine haesitatus, vomitus. Sembra essere d'importanza il dio Savitar, il dio «eccitatore» o «stimolatore», menzionato da H. Oldenberg (Rel. d. Veda, 2a ed., Stoccarda 1917, p. 63), un dio a cui ci si rivolge con la preghiera per avere l'illuminazione e l'ispirazione. Da qui si può gettare luce anche sul latino impulsus, impetus-incitus, hortatus, iussus, ecc. Su queste personificazioni di un'idea astratta si consulti l'Altheim (Röm. Religionsgeschichte, II, Berlino 1932, p. 125).

6. Gruppo VI: superstizione

a) Utilatus = grido di guerra; crepitus aeris = baccano infernale; vinctus = vincolo, legame; nexus = connessione, intrecciatone; tonsus = il tagliare i capelli, il tosare; nuptus = velamento, il matrimonio; tritus = tritare, il trebbiale le messi; mulctus = il mungere, la mungitura; mictus = minctus = orina; ecc. Antico indiano vátu = magia, mago.

b) Al grido di guerra si solleva attribuire un influsso magico sul nemico (cf. Cesare, Bell. Ilisp., 31 e Bell. civ., III, 92). È noto il baccano infernale «Qualis in defectu lunae... cieri solet» (Livio, XXVI, 5). Sul «legamento magico» (magia della legatura) si consulti, oltre J. Scheftelowitz (v. BIBLICA., p. 17) e E. Norden (v. BIBLICA., pp. 263, 292), anche V. Lübtow, Zeitschr. d. Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, Rom. Abt., 56 (1936), p. 248. Per le altre parole citate si consulti la bibliografia in HDA nei relativi articoli, e per nuptus A. Ernout-A. Meillet (v. BIBLICA), p. 683 sg.

III. CONCLUSIONE

In base al materiale qui riportato si può affermare che gli I. del tempo preistorico non erano certamente materialisti. Tutti i sei gruppi di parole, che si sono precedentemente costituiti, si riferiscono in fondo al soprannodano e al soprasensibile. La lingua fornisce anche altrimenti la prova che presso gli I., già nei tempi più antichi della loro comunità primordiale, si era sviluppato e formato il senso della distinzione tra il terrestre e il celeste. La designazione di Dio, antico latino devoto, antico nordico tivar, lituano diévas, antico indiano déva, significa semplicemente «il celeste», e il suo riscontro homo è «il terrestre». Proprio questa contrapposizione del terrestre di qua e del celeste al di là rimase, secondo K. Brugmann (Indogerman. Forsch., 17 [1904-1905], p. 171) «un'idea prediletta e comune presso tutti gli I. dal tempo primordiale indoeuropeo in poi». La parola per «uomo» come il «terrestre» è derivata dalla parola per «terra» con la radice *ghem-, *ghom-, *ghm-, quindi il latino homo e homo il gotico guma, il lituano žmogis e appartiene qui anche l'antico irlandese duine = uomo, derivato dal celtico primitivo *donio = da un indoeuropeo *ghdmo (= greco χθόνιος). I Greci e gli Armeni esprimono la contrapposizione tra «l'uomo» e «Dio» con «mortale»: *Immortale» (cf. Specht, Zeitschr. f. vergl. Sprachf., 66 [1939], p. 50 sg.) quindi il greco βροτός, l'armeno mard e il greco ἄμβροτος, ἄδνάτος. La visione della realtà presso gli I. della preistoria non comprendeva soltanto ciò che si può vedere e toccare, e sarebbe stato per essi, come dice M. Kingsley, in C. Dawson (v. BIBLICA., p. 71), proprio una grande fatica il pensare soltanto la pura materia.

La storia ricca di vicende dei temi in -tu- nel latino è ancora oscura. Si ha però un punto fisso di partenza in quanto l'origine di queste formazioni dev'essere certamente cercata nel campo sacrale-giuridico, sicché queste parole erano per sé elementi fondamentali della lingua elevata. Le formazioni del -tu-, nonostante le molteplici profanazioni, non hanno mai del tutto rinnegata questa origine, e se la lingua latina, a causa principalmente del suo uso come lingua di culto della Chiesa cattolica romana,