INNOCENZO I, PAPA, santo. – Secondo il *Liber Pontificalis* sarebbe nativo di Albano, succedette a papa Anastasio I nel 401. Il suo pontificato cade in un tempo molto critico per l’Impero occidentale, a causa delle scorrerie dei barbari. Roma stessa, per tre anni assediata, il 24 ag. 410 è occupata dalle orde di Alarico. Ad I. fu risparmiata la visione dello scempio, poiché si era recato a Ravenna con un’ambasceria del Senato per implorare aiuti e direttive. L’attività di pastore supremo e nell’affermazione data al primato e all’autorità privilegiata di Roma nella Chiesa universale, fa di I. il Papa che con Leone I ha più contribuito allo sviluppo teorico e pratico del primato del vescovo di Roma. Si può forse trovare una ragione di ciò nella crisi politica: vedendo lo sgretolamento incombente all’Impero, I. ha voluto rinsaldare la compagine ecclesiastica e ribadire l’unità della Chiesa sotto il successore di Pietro.
Si deve in primo luogo considerare la sua azione nelle questioni della Chiesa occidentale. I vescovi dell’Italia, della Gallia, della Spagna richiesero da I. direttive circa i vari punti della vita ecclesiastica: liturgia, Sacramenti, persone da ammettere agli Ordini Sacri, celibato dei chierici, canone della S. Scrittura, contenzioso ecclesiastico. A tutti rispose I., come attestano le lettere a Vittricio di Rouen, a Essuperio di Tolosa, ai vescovi spagnoli intervenuti al Concilio di Toledo, a Decenzio di Gubbio, a tre vescovi della Puglia, ecc. Non si limita ad indicare la soluzione dei casi sottopostigli, ma propone a modello gli usi della Chiesa romana, esigendo che tutti si conformino: «ciò che dal Principe degli Apostoli è stato insegnato alla Chiesa romana e vi viene osservato, deve essere da tutti seguito» (*Epist. a Decenzio di Gubbio*), e giustifica tale comando con il fatto, non rispondente interamente a verità, che tutte le Chiese dell’Occidente sono state fondate da inviati di s. Pietro e dei suoi successori. Parimenti, mentre riconosce la competenza dei concili provinciali per le cause ecclesiastiche, richiede che sia salvaguardata la prerogativa di Roma di accogliere appelli, esige anzi che le cause più importanti, dopo il giudizio dei vescovi, siano devolute alla Sede Apostolica.
Intimamente unita all’azione svolta per l’afferma-
zione del primato in Occidente è quella svolta nell'Illirico. I suoi predecessori, da Damaso in poi, avevano stabilito stretti rapporti ed elargito speciali facoltà al metropolita di Tessalonica. I. sin dall'inizio del suo pontificato confermò tale diritto, poi nel 412 creò il vicario di Tessalonica, costituendo il vescovo Rufo suo vicario con speciali prerogative su tutti i metropoliti della prefettura dell'Illirico. Con ciò affermava i diritti della Sede Apostolica su quelle regioni ed insieme stornava il vescovo di Tessalonica dal guardare verso Costantinopoli.
La disgrazia di s. Giovanni Crisostomo richiese il suo intervento in Oriente. Alle prime relazioni del Crisostomo e suoi aderenti e di Teofilo di Alessandria rispose che conservava ad ambedue la sua comunione e proponeva di esaminare la questione in un Concilio di orientali e cecidentiali. Reso poi edotto, da nuovi messi del partito di Giovanni e da quelli di Teofilo con gli Atti del Concilio della Quercia, delle gravi ingiustizie perpetrate, riunì un Sinodo in cui fu decisa la convocazione di un Concilio a Tessalonica, informò di ciò l'imperatore Onorio e lo spinse a comunicare ad Arcadio tale decisione con una lettera portata da vescovi occidentali ed orientali. L'ambasceria non sortì effetto: giunti i vescovi in territorio orientale, vennero incarcerati, fu sottratto loro la lettera, gli occidentali rinviati indietro, gli orientali esiliati. Allora I. separò dalla sua comunione i nemici di Giovanni e scrisse a questi varie lettere di conforto. Dopo la morte di Giovanni, mise come condizione per il ripristino della comunione l'iscrizione del suo nome nei dittici.
Il pontificato di I. è finalmente importante per la condanna del pelagianismo. La riabilitazione ottenuta da Pelagio nel Sinodo di Diospoli (415) colpì vivamente i vescovi africani. Nell'estate 416 questi tennero due Concilia, a Cartagine e a Milevi, nei quali confermarono la sentenza pronunciata nel Sinodo cartaginese del 411 contro gli errori pelagiani e i loro autori. Per dar più forza al loro giudizio, essi invocarono con tre pressanti lettere il Papa, perché condannasse gli errori con la sua autorità apostolica. Il 27 genn. 417 rispondeva I. con altrettante lettere, nelle quali, mentre fra suo il giudizio degli Africani e scomunica in virtù dell'autorità apostolica Pelagio e Celestino sino a respingenza, loda gli Africani per essersi rivolti alla Sede Apostolica da cui «come da fonte amano» responsi ai richiedenti». Giacché «specie quando è in questione la fede, così io penso che tutti i vescovi, nostri fratelli e colleghi, non debbano rivolgervi che a Pietro, autore del loro nome e della loro dignità, come testé ha fatto la vostra diiezione» (Epist., 30, al Concilio di Milevi). Le lettere colmarono di gioia gli Africani, sicché Agostino in un discorso tenuto a Cartagine il 23 sett. 417 poteva esclamare: «Di tale questione sono stati spediti alla Sede Apostolica i decreti di due Concilia; di là vennero i rescritti. La causa è finita. Dio voglia che finisca anche l'errore» (Serm., 131, 10). Ma I. era già morto il 12 marzo. La Chiesa lo venera qual santo e ne celebra la festa il 28 luglio.