INTER CAETERA

« INTER CAETERA ». - Così cominciano due bolle che spedì Alessandro VI in data 3 e 4 maggio 1493: la prima chiamata di donazione, la seconda di divisione (antedatata, realmente spedita al principio di giugno). Cristoforo Colombo, ritornato dal suo primo viaggio d'oltre oceano, nel marzo di quell'anno notificò al re di Portogallo, Giovanni II, la sua scoperta. Lo stesso fece il 13 dello stesso mese, in Barcellona, con Ferdinando V e Isabella di Spagna. Sorse allora un conflitto: avendo Nicola V concesso ai re portoghesi l'esclusività di azione nelle terre da loro scoperte più in là del Capo Bojador (Romanus Pontifex, 8 genn. 1454), Ferdinando, per troncare ogni pretesa del Portogallo, chiese ad Alessandro VI, nell'apr. 1493, la medesima esclusività per le scoperte spagnole. Il Papa, interessato all'evangelizzazione di quelle terre, e impossibilitato a realizzarla, e volendo anche conservare l'amicizia del Re cattolico, concesse la prima I.C. che giunse a Barcellona il 28 maggio. Tuttavia la sua incertezza nella divisione delle zone non soddisfece: perciò i Re spagnoli chiesero una bolla più esplicita: e così fu redatta la seconda I.C.

In questo documento, quasi identico al primo nel testo, una linea di divisione da un polo all'altro, passando 100 leghe ad ovest delle Azzorre, segnava per la Spagna le terre occidentali, e per il Portogallo le orientali. Giovanni non si adattò, e dopo vari negoziati diplomatici accettò di trasportare la linea di divisione 370 leghe ad est delle Azzorre (trattato di Tordesillas, 7 giugno 1494). Inoltre in tutte e due le bolle si raccomanda ai Re cattolici di inviare missionari atti alle nuove terre.

Le spiegazioni di molti canonisti al documento di donazione dicono che l'atto pontificio è un atto del Papa considerato come monarca universale temporale, secondo la dottrina medievale dell'Ostiense (m. nel 1271), Alvaro Palayo (m. nel 1354) e altri: gli infedeli, dopo Cristo, sono stati privati del dominio politico e del vero diritto di proprietà, e il Papa, depositario di ambedue, lo avrebbe trasferito ai Re spagnoli. Così Giovanni Palacio Rubios (sec. XVI), Matia de Paz (m. nel 1517), Giovanni Solórzano Pereira (1575-1655).

I teologi invece, seguendo s. Tommaso e Gaetano, attribuirono agli infedeli veri e assoluti diritti di dominio pubblico e privato, e nelle I.C. videro un esercizio del potere temporale indiretto pontificio, che assegnava alla Spagna zone di evangelizzazione e commercio. Così Giovanni Mair (1469-1550), Bartolomeo Las Casas (1479-1563), Francesco De Vitoria (1486-1546), Domenico Soto (1494-1570), Domenico Bañez (1528-1604), Gregorio de Valencia (1551-1603).

La clausola delle I.C., che raccomanda ai Re di inviare missionari, ha originato certe conclusioni anticanoniche: il Papa, supremo pastore, in potentia, anche degli infedeli, avrebbe costituito i Re come suoi delegati, o vicari, anche nello spirituale, nelle Indie occidentali; i missionari inviati da quello avrebbero avuto licenze ministeriali indipendentemente da qualsiasi ordinario locale. Questa teoria, elaborata da religiosi (Alfonso de la Veracruz [1524-84], agostiniano, e Giovanni Focher [m. nel 1572], francescano) passò al consiglio delle Indie (ca. 1622), ai consiglieri secolari (Garcí Pérez de Araciel, 1624), e Solórzano Pereira (1629-39) la elaborò in senso regalista.

La sua pratica fu disapprovata da Propaganda (1634): la dottrina fu implicitamente proibita dal S. Uffizio (1642). Questo decreto non ebbe corso in Spagna, e la teoria fu trattata insieme con le idee gallicane e febbroniane nel sec. XVIII. Filippo V, Carlo III e Isabella II si dichiararono vicari pontifici nelle Indie. Dalmacio Vélez Sarsfield (1854) proponeva che i presidenti delle nuove Repubbliche sudamericane potessero considerarsi vicari pontifici nelle missioni esistenti nei loro distretti. Queste teorie, però, non impedirono lo sviluppo della Chiesa centrosudamericana.

BIBL.: Fonti: 1. C. 1, originale nell'Arch. Gen. Indias. Siviglia (oggi nell'ufficio del direttore); Arch. Secr. Vat. 775; minuta Reg. Alex. VI, ff. 43-45. 1. C. 1, II, Arch. Gen. Indias Patron. I 3°; minuta Reg. Alex. VI, ff. 192 sgg. Edizioni: I. Focher, Itinerarium catholicum, Siviglia 1574, ff. 10°-14°, 18°-19°; G. Valencia, Commentaria theologica, III, Lione 1609, p. 397; J. Solórzano Pereira, De Indiarum Iure, II, Madrid 1653, capp. 23-24; II, 1613, capp. 2, 12, 27; Raynaldi Annales Ecclesiastici, XI, Lucca 1754, p. 216; A.J.-de Ribadeneira, Manual-Commodio del Regio Patronato Indiano, Madrid 1755, pp. 121, 143, 162-429-7; F. Vitoria, De Indis (1539), 1715, pp. 121, 153 sgg., 197, 238; id. De potestate Ecclesiae (1530-3), 1715, pp. 13, 14, 40 sgg.; F. X. Hermaç, Colección de bulas, breves y otros documentos relativos a la Iglesia de América y Filipinas, I, Bruxelles 1879, p. 12; F. G. Davenport, Europeae traetiae barrius, on the history of the U. S. and his dependances to 1548, I, Washington 1917, pp. 158-61; P. Leturia, Der Heilige Stuhl und das spanische Patronat in Amerika, in Historisches Jahrbuch, 46 (1926), pp. 1-71; id., Las grandes bulas misionales de Alejandro 17, in Bibliotheca Hispana Missionum, 1 (1930), pp. 209-51; id., El Regio Vicariato de Indias, in Spanische Forsch. der Görgesellschaft, 1930, pp. 133-77; S. Zavala, Las instituciones jurídicas en la conquista de América, Madrid 1935, pp. 1-71; E. Bullon, El concepto de la soberanía en la escuela española del siglo XVI, 1913-1936, p. 147 sgg.; F. M. Giménez, Las bulas alejandrinas de 1492, refrentes a las Indias, Siviglia 1944. Antonio de Egaña