**ISIDORO** di Peluso, santo. - Scrittore ecclesias-tico n., secondo una notizia riferita da Fozio, in Alessandria nella 2a metà del IV sec. Di famiglia nobile e ricca, sentì presto il fascino della vita monastica e si ritirò in un monastero presso Peluso dove, divenuto abate, svolse una lunga attività come apologista, come interprete della S. Scrittura e, per quanto indirettamente e con scarsa efficacia, come difensore dell'ortodossia. L'anno della morte è incerto, ma va posto, secondo quanto risulta dal riferimento a particolari avvenimenti in qualche epistola, dopo il 434.
L'unica opera pervenuta di I. è l'*Epistolario*, uno dei più ricchi della grecità. Comprende infatti 2012 lettere distribuite in 5 libri, alcune però ripetute (p. es.: IV, 147 = V, 91; IV, 190 = V, 138); altre di dubbia autenticità per l'assenza di carattere epistolare, cui vanno aggiunte le 49 pubblicate dall'Aigrain e altre 5 dal Capo. Lungheissime alcune (II, 146; III, 154), di due o tre righi soli altre (I, 30; III, 190), sono indirizzate a persone di condizione diversa, vescovi, diaconi, monaci, retori, uomini politici, e due (I, 35 e 311) persino all'imperatore, Teodosio II. Vi sono discussi gli argomenti più vari: superiorità del Nuovo Testamento sul Vecchio Testamento (II, 53), valore de* Battesimo (III, 195), immortalità dell'anima (IV, 125), eresie montanista (I, 242-45), manifesta (I, 52), novaziana (I, 100), e specialmente numerosi passi della Bibbia, nell'esegesi dei quali I., seguendo l'indirizzo della scuola antiochena, concilia il senso storico-letterale con il senso spirituale (δεωρίας), ma indulgge talvolta all'interpretazione allegorica (p. es., IV, 117).
Di altre opere si è creduto, a torto, di scorgere un indizio nelle stesse lettere di I.: in II, 138 e 228 egli fa cenno di un λόγος πρὸς "Ἐλληχνας mentre, in III, 253 parla di un λόγος πρὸς τοῦ μὴ εἶναι εἰμαρμένην, che il Niemeyer suppose essere tutt'uno con il primo, congetturando un λόγος πρὸς "Ἐλληχνας πρὸς τοῦ μὴ εἶναι εἰμαρμένην identificato recentemente da A. Altaner (*Byzant. Zeitschrift*, 42 [1942], p. 91 sqg.) con l'Ep. III, 154.
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Fu infatti il ristagno a cui confluirono le correnti del sapere antico, per distribuirsi in un sistema armonico. La sua opera non è originale; ma, in quanto esatta comprensione del passato e sistematico adattamento di esso alle generazioni successive, essa fa di I., come giustamente è stato detto, una delle personalità più salienti di tutta la letteratura universale.
Vescovo, I. presiedette il II Concilio di Siviglia (619), nel quale combatté e riuscì a convertire un vescovo siriaco
ISIDORO di SIVIGLIA, santo - Facciata principale della chiesa di S. I. (sec. XIV-XVI) - León.
ascifalo; presiedette anche il IV Concilio di Toledo (633), uno dei più importanti tra i concili nazionali, che unificò la disciplina liturgica in Spagna e redasse una delle forme più precise di fede trinitaria e cristologica. Dopo un vescovato fecondissimo, morì nel 636: morte edificante descritta dal discepolo Redento in pagine commoventi.
II. OPERE
Con ambizione enciclopedica I. abbracciò lo studio intero delle conoscenze umane. Due cataloghi delle sue opere servono a ricostruire il suo patrimonio letterario, che si accrebbe col tempo: il primo è la Praenotatio Librorum divi I. (PL 81, 16-17) fatta da S. Braulio di Saragozza, il secondo è il cap. 9 del De viris inlustribus di s. Ildefonso di Toledo.Tra le sue opere appartengono alla teologia dogmatica: Sententiarum libri III, che formano, per così dire, la prima Summa theologica, genere destinato a sopravvivere così gloriosamente; il De fide catholica contra Iudaeos, dedicato alla sorella Fiorentina, opera di apologetica messianica, tradotta poi in antico tedesco alla fine del sec. VII. Alla teologia biblica, le Quaestiones in Vetus Testamentum di tipologia biblica; il Prooemiorum liber unus, note introductive al canone scritturistico; il De ortu et obitu patrum, esposizione biografica di personaggi biblici; il De numeris qui in Sacra Scriptura occurrunt, interpretazione mistica dei numeri che si incontrano nella S. Scrittura; le Allegoriae quaedam Sacrae Scripturae, sui numeri e personaggi dell'Antico e del Nuovo Testamento. Alla liturgia e alla disciplina ecclesiastica: il De ecclesiasticis Officiis, sul culto e sui ministri, il Simbolo e i Sacramenti, la Regula monachorum, notevole per la delicatezza che i. d. mostra di fronte ai deboli e per i suoi consigli sulla lettura e sullo studio. Sono invece di carattere ascetico i Synomimorum libri duo che trattano di ascetica penitenziale e che s. Ildefonso chiamò librum lamentationis. Nell'ambito delle scienze profane: il Differentiarum libri duo, lessico di sinonimi di cose e di parole; il De natura rerum dedicato al re Sisebute, e il De ordine creaturarum trattato di cosmografia, meteorologia e altre scienze naturali. Nel genere storico, la Chronica maior, storia universale che, continuando quelle di Giulio Africano, Eusebio di Cesarea, Girolamo e Vittore, giunge al 615, la Historia Gothorum, con appendici sopra i Vandali e gli Svevi, che si apre con l'entusiastico, dittamato De laude Spaniae; il De viris inlustribus, continuazione delle opere similari di s. Girolamo e di Gennadio, ma con speciale riguardo ai personaggi spagnoli; il De haeresibus, breve storia delle crisi. Hanno invece carattere enciclopedico le Etymolo
giae, che rinchiudono in 20 voll. tutto ciò che di sacro e di profano si poteva conoscere nel sec. VII di grammatica e di medicina, il teologia e di mineralogia, di pietre preziose, di agricoltura e costruzione di vasi, della guerra e del lavoro domestico, tutto questo ordinato con un mirabile sistema. S. I. impiegò vari anni nella compilazione di questa opera che alla sua morte era ancora incompiuta. La sua divisione in libri si deve a s. Braulio.
Il linguaggio domina tutta la concezione dell'opera. Il procedimento è quello etimologico; e, cogliendo l'occasione di spiegare l'etimologia di ogni vocabolo, I. spesso va a orecchio, secondo l'uso degli antichi retorici e grammatici. Egli vi svolge tutta la ricchezza delle sue conoscenze: tutto un volume della Patrologia del Migne che suscita sorpresa e meraviglia nel lettore moderno, per la erudizione e la costanza che si deve supporre nell'uomo che realizzò una tale opera.
Innumerevoli sono le fonti di questo grande museico che la filologia moderna tenta di analizzare. Molte sono di seconda mano, non dall'arsenale enciclopedico di Svetonio che non è esistito, ma da diversi compendi e glossari che si vanno identificando di giorno in giorno; il numero di autori utilizzati è straordinario. Dallo studio delle Etymologiae traggono grandi vantaggi la filologia e la grammatica, la storia letteraria, l'archeologia, ecc.
Il suo epistolario, molto ristretto, consta di 11 lettre. Sette di queste formano la corrispondenza epistolare tra I. e s. Braulio: documento pieno di interesse per lo studio delle relazioni tra questi due grandi uomini, e che fa assistere alla lenta elaborazione delle Etymologiae. I. 27 Epigrammata in distici, che adornavano la sua biblioteca, talvolta sotto i busti degli autori allora celebrati, la sua farmacia e il suo Scriptorium, sono un interessante apporto alla storia della cultura. La sua autenticità, da alcuni negata o posta in dubbio, oggi, dopo gli studi di H. Beeson, è fuori discussione.
Questa raccolta delle sue opere, oggi riconosciute, non esaurisce senza alcun dubbio tutta l'abbandanza del suo patrimonio letterario, e la ricerca moderna si affanna a identificare alcuni dei «molti altri opuscoli» a cui allude s. Braulio nella sua Praenotatio. Ciononostante non gli appartengono alcune delle opere che gli sono state recentemente attribuite: la Commonitiuncula ad sororem, attribuitagli dall'Anspach (Script. eccles. Hisp. lat., III, El Escorial 1935) che invece è posteriore a s. I., come ha dimostrato il p. A. Vaccari. Pure posteriore al dottore della Spagna è il Liber de variis quaestionibus, pubblicato come opera isidoriiana nella medesima collezione, dal-
ISIDORO DI SIVIGLIA - ISLĀM
l'Anspach e dal p. Vega: l'esame dell'opera induce ben più a ricercare l'autore nell'adozionista Felice di Urgel.
La produzione letteraria di s. I., come si è detto, è priva di originalità. Il suo valore dottrinale sta nelle sue fonti. È stato detto che per ogni sua affermazione egli ha una fonte determinata; questo giudizio appare sempre più vero man mano che proseguono gli studi filologici delle sue opere. La redazione è un museo o un lavoro di intarsio, in cui si inseriscono e incrociano frasi, sentenze e incisi di moltissimi autori, ingegnosamente combinati e adattati alle pieghe del ragionamento in ogni caso particolare. Pur avendo conoscenza personale e diretta di ciò che afferma, se per esprimere il suo pensiero ha alla mano la redazione già fatta di un autore antico, la utilizza (cf., per es., nel De viris illustribus), invece di dare un giudizio suo con parole diverse.
Raramente nomina gli autori di cui si serve. Sono di solito i SS. Padri, specialmente negli scritti di carattere ecclesiastico. Gli autori pagani sono maggiormente utilizzati nelle Etymologiae e nelle opere di scienze profane. Benché non si limiti a estrarre da un solo autore, ma disponga invece di vari autori per ciascuna materia, è però certo che prende specialmente da autori classici.
Così nel libro I delle Differentiae la sua fonte principale è il De orthographia di Agrezio, grammatico del sec. V; nel De natura rerum, l'Lexacmeron di s. Ambrogio, le Recognitions delle pseudo Clemente nella traduzione di Rufino e i pagani Igino, Solino e Servio; nel De numeris i sette libri De arithmetica di Marziano Capella (fine del sec. IV) e vari scritti di s. Agostino sul simbolismo biblico; le Sententiae sono un estratto dei Moralia di s. Gregorio; la Regula monachorum deriva sostanzialmente da Cassiano e da s. Benedetto; i Tituli della biblioteca, infine, sono consensi di numerosi e interessanti reminiscenze di Marziale.
La diffusione della sua opera fu straordinaria, e per la sua rapidità e per la sua estensione. I suoi codici furono apportatori di cultura dalla Spagna alla Francia e di lì, per mezzo dei monaci irlandesi, a tutta la cristianità. Scrittori francesi hanno citazioni isodirane già nel sec. VII. Aldelmo, nella sua Epistola ad Acircium (685-705) utilizzò il De natura rerum nel secolo stesso in cui esso fu composto. Il De fide catholica veniva tradotto in tedesco a Murbach nel sec. VIII. Anche le Sententiae si copiavano già nel sec. VIII; e ancora si conservano a Milano manoscritti di Bobbio di quel secolo e dell'VIII. La diffusione delle Etymologiae ha del meraviglioso: trascorso appena un secolo dalla morte del suo autore, già avevano passato i Pirenei 54 copie dell'opera. Oggi se ne conserva ca. un migliaio di codici manoscritti. Ciò che fa immaginare che ne siano esistenti 10.000 nel medioevo: uno dei «successi libri» e celebri nella storia.
S. I. fu, come già si disse, l'educatore del medioevo, e i suoi libri furono testo obbligatorio nelle scuole. Gli archivi conservano ancor oggi un gran numero di estratti, di adattamenti, di frammenti presi dalle sue opere a fini scolastici. Le sue definizioni e i suoi aforismi giuridici, coniatti in modo preciso e definitivo, furono introdotti nelle collezioni canoniche e si apprendevano a memoria, come prescriveva Giovanni di Salisbury. Se i utilizzi fatti antiche, dovunque lo si copiò e plagò senza riguardo. Beda compendiò nella sua la Chronica di I., e nel suo De Temporibus il De natura rerum. Uno Scottus sconosciuto, del sec. VIII, ricalcò i suoi Versus de alphabeto sui Tituli dello spagnolo. Latchen (ca. 660), per quanto irlandese, compendiò il De ortus et obitu patrum nei suoi Dica Isidori in libro de vita et exitu prophetarum. Il De institutione clericorum, di Rabano Mauro, nel sec. IX, include, senza confessarlo, capitoli su capitoli testualmente copiati da I. Il medioevo studiò e pensò sotto il segno di I., animato dallo spirito di lui.
Il fondo antico tradizionale si unisce a doti di chiarezza e metodo che tutto riducono a sistema luminoso e mettono ordine in tutto ciò che tratta. Stile terso, sobrio, elegante nella sua semplicità, in ciò che mantiene di personale; precisione di concetti e concisione di termini, che cessa l'espressione, consa
crandola in perpetuità; e, allorché si ispira a fonti antiche, abile sagacia nella selezione degli autori classici.
Infine, da tutta l'opera di I. traspare l'uomo: carattere bello ed elevato, trasfigurato dalla santità; vibrante di entusiasmo per tutti i sentimenti di pietà, di umanità, di patriottismo, giunge sino ad effusioni di tenerezza nelle sue lettere familiari. Le quali, per quanto siano poche, danno un ritratto che invano si cercherebbe nelle sue esposizioni impersonali delle Etymologiae e nel De ecclesiasticis officiis.
Studi: la migliore bibliografia aggiornata è in B. Altaner, Patrologie, Friburgo in Br. 1930. Studi generali: M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalters, I, Monaco 1911, pp. 52-70; Z. Garcia Villada, Historia ecclesiastica de España, II, II, Madrid 1933, pp. 107-129; F. Pérez de Urbel, Las letras en la época visigoda, nella Historia de España diretta da P. Menéndez y Pidal, 1910, pp. 379-431; G. Madoz, Escritores de la época visigótica, nella Historia general de las literaturas hispánicas, diretta da G. Díaz Playa, Barcelona 1949, pp. 114-40.
Sulle questioni dell'autenticità: A. Vaccari, Un trattato asces-tico attribuito a s. Girolamo, in Mélanges Cavallera, Tolosa 1948, pp. 147-62 (sulla Commonitiumcula ad sororem); G. Madoz, Una obra de Félix de Urgel falsamente adjudicada a s. I. de Sevilla, in Estudios ecclesiásticos, 23 (1949), pp. 147-68. Sullo stato delle ricerche intorno s. I., V. B. Altaner, Der Stand der Isidorforschung, Ein kritischer Bericht über die seit 1910 erschienene Literatur, in Misc. Isid., Roma 1936, pp. 1-32; per la cronologia, J. A. de Aldama, Indicaciones sobre la cronologia de las obras de s. I., ibíd., pp. 57-89; sulla sopravvivenza isidoriana, E. Ansbach, Das Fortleben Isidors vom VII. bis IX. Jahrhundert, ibid., pp. 323-56.
Monografie: In Miscellanea Isidoriana, Roma 1936, un insieme di studi isidoriani, di vari specialisti, riguardo alla cronologia e alla valorizzazione delle opere dello spagnolo. Per l'aspetto canonico, P. Séjourné, Le dernier Père de l'Eglise, st Isidore de Séville, Parigi 1929. Sulla sua azione nei concili, G. Madoz, Il florilegio patristico del II Concilio de Sevilla, in Misc. Isid., pp. 177-220; id., Le symbole du IV Concile de Tolède, in Rev. Christ. ecclés., 39 (1938), pp. 5-20. Per la sua Regula monachorum, R. Klee, Die Regula monachorum Isidors von Sevilla und in der Vorbildnis zu den übrigen abendländischen Mönchsregeln jener Zeit, Marburg 1909. Per le lettere, R. Geiselmann, Die Abend-mahlsehere an der Wende der christl. Spätantike zum Frühmittelalter, Monaco 1933. Sulla spiritualità, J. Mullins, The spiritual Life according to St. Isidore, Washington 1940. Giuseppe Madoz