JOHANN BEN ZAKKAJ. - ANNATA (v.) della prima metà del sec. I d. C. Il titolo Rabbân «maestro nostro», con cui è designato, denota l'autorità di cui godeva. Hillél (v.), ma anche di Sanmaj. Oriundo di Arab, in Galilea, fu per 18 anni capo del tribunale; verso il 30 fu chiamato a far parte del grande tribunale di Gerusalemme. Ivi tenne le sue lezioni in una piazza libera all'ombra del Tempio. In opposizione ai sadducei, fece prevalere nella teoria e nella prassi le opinioni dei farisei (v.).
Le notizie secondo cui J., pacifista sin dallo scoppio della guerra contro i Romani, avrebbe lasciato Gerusalemme in una cassa funebre ed avrebbe raggiunto Vespasiano per predirgli la nomina a imperatore, sono di carattere leggendario. È anche di scarso valore storico che 40 anni prima della catastrofe nazionale J. avrebbe detto alla vista del Tempio, le cui porte si schiudevano da sole: «Oh Tempio, oh Tempio, perché ti spaventi e ci spaventi? Sappiamo che devi perire!». Il funzionario romano che era favorevole a J., pare sia M. Antonio Giuliano, luogotenente della Giudica durante il periodo bellico, menzionato da Minucio Felice (Octav., 33, 4) come autore di uno scritto De Iudaeis.
Verso la fine della guerra (ca. 70), J. Iamnia (v.) e vi preparò, a mezzo di istituzioni nuove e che talvolta incontravano l'opposizione delle sfere sacerdotali, il passaggio dal culto sacrificale, caduto assieme al Tempio, al culto spirituale.
Sul letto di morte J. ebbe una visione del re Ezechia, a cui fece porgere un seggio. Con la morte di J., si diceva, lo splendore della sapienza si spense per sempre.