KEPLER (KEPLERO), JOHANNES

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KEPLER (KEPLERO), JOHANNES. — Uno dei quattro grandi fondatori dell'astronomia moderna, insieme con Copernico, Galilei e Newton. N. a Weil (Württemberg, Germania) il 16 marzo 1571, da famiglia nobile ma allora assai decaduta, K. fu da fanciullo guardiano di bestiame; ma a tredici anni, con l'aiuto di caritatevoli persone, poté entrare nel Seminario protestante di Adelberg, donde poi passò a quello di Maulbronn e quindi all'Università di Tubinga. A Tubinga conobbe l'astronomo Michele Mästlin che gli ispirò grande amore per la scienza dei cieli e dei cieli.

Nel 1594 K. passò ad insegnare matematica in una scuola di Graz (Stiria), dove si ammogliò con una vedova la quale qualche tempo dopo si ammalò gravemente; onde K. fu costretto a compilare almanacchi ed oroscopi, non bastandogli il mago stipendio a sostenere tante spese. Dopo varie vicende, K. venne nel 1599 a Praga quale collaboratore di Tycho Brahe, allora astronomo alla corte dell'imperatore Rodolfo II, nella compilazione delle sue Tabulae Rudolphinae. Morto Tycho (24 ott. 1601), K. ottenne di essere assunto come suo successore, ma lo stipendio venne ancora ridotto; onde il povero astronomo, già carico di famiglia, fu costretto ad una vita assai miserabile. Ciò nonostante riusciva a pubblicare nel 1609 la sua Astronomia nova, seu physica celestialis tradita commentariis de motibus stellae Martis, e cioè la sua opera maggiore.

Ma le condizioni di K. peggiorarono ancora quando gli morì la moglie (3 luglio 1611) e, poco appresso (20 genn. 1612), morì anche l'imperatore Rodolfo suo protettore. Abbandonata Praga, l'astronomo si recò a Linz (Austria) dove dava lezioni di matematica e di filosofia e dove riprende moglie, onde avere chi custodisse i suoi numerosi figli; ma la nuova unione fu ancora meno fortunata dell'antica, poiché Susanna Reutlinger, che aveva venti anni meno del marito, era anche di carattere ben diverso. Pur nella miseria, con incredibile perseveranza di lavoro, K. pubblicava nel 1622 la sua Harmonices mundi, dove viene esposta la terza legge del moto planetario, e più tardi, nel 1627, le Tabulae Rudolphinae che servirono per

molo tempo agli astronomi che seguirono per calcolare le posizioni dei pianeti.

Negli ultimi anni della vita, a causa delle guerre e rivolte che desolavano il paese, K. fu costretto a trasferirsi a Ratisbona e ad Ulma, riducendosi anche alla miserabile condizione di fattore di campagna per poterne mantenere la moglie, gli undici figli e se stesso. Infine, per i buoni uffici di un illustre matematico gesuita, il p. Paolo Guldin (scopritore dei noti teoremi di geometria che portano oggi il suo nome), K. veniva ammesso alla corte di Wallenstein e nel 1630 nominato professore a Rostock. Ma la sua vita era ormai finita; colto da polmonite, il 15 nov. 1630 morì, abbandonato in un'osteria di campagna presso Ratisbona. Il suo sepolcro, nel cimitero dei poveri, resta ancora ignoto.

K. fu il primo astronomo che effettuò una vera triangolazione celeste, servendosi principalmente delle osservazioni di Marte eseguite da Tycho Brahe e deducendone le tre leggi fondamentali, che regolano il moto dei pianeti intorno al sole e che, in suo onore, gli astronomi chiamano ancor oggi leggi kepleriane. Esse sono le seguenti:

1) I pianeti descrivono intorno al sole orbite piane con velocità areale costante. II) Queste orbite sono ellissi di cui il sole occupa un fuoco. III) I quadrati dei tempi impiegati dai pianeti a compiere una rivoluzione intorno al sole, sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal sole.

Queste leggi sono estremamente importanti, non solo perché permettono di calcolare esattamente la posizione dei pianeti, ma anche perché esse servono di base alla teoria dell'attrazione universale, stabilita più tardi (1687) da Newton. Infatti, con alcune formule di meccanica e di calcolo infinitesimale, dalla prima legge kepleriana si deduce che i pianeti sono sollecitati da una forza attrattiva diretta verso il sole; dalla seconda legge si deduce che questa forza è inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza dal sole, e dalla terza legge si deduce che le masse dei pianeti sono estremamente piccole rispetto alla massa del sole, che costituisce quindi il baricentro di tutto il sistema planetario.

È anche merito di K. aver perfezionato il canocchiale e aver costruito una tavola abbastanza esatta della rifrazione astronomica nella sua Optica ad Vitellionem (dedicata al p. Witel, domenicano polacco, che si era molto occupato di questioni di ottica) e quindi nella Dioptrica.

Bibl.: Oltre ai trattati generali di storia dell'astronomia (R. Wolf, R. Grant, ecc.), cf. P. A. Müller, J.K., der Gesetzgeber der neuen Astronomie. Friburgo, 1903; M. Caspar, Bibliotheca Kepleriana, 1913.