LA TOUR DU PIN, CHARLES-HUMBERT-RENÉ, CONTE DE

LA TOUR DU PIN, CHARLES-HUMBERT-RENÉ, conte de. - Marchese della Charec, n. il 10 apr. 1834 ad Arrancy (Aisne), m. a Losanna il 4 dic. 1924.

Fondò nel 1871 l'Opera dei Circoli cattolici operai; il 20 febbr. 1885 partecipò al primo pellegrinaggio degli industriali cattolici a Roma, con Leone Harmel, e dal 1884 all'Unione di Friburgo, divenuta ben presto l'Unione internazionale dei «cattolici sociali».

La fama di L. T. du P. è dovuta al fatto che egli è generalmente considerato il teorico del corporativismo, avendone per primo formulato, in un quadro sistematico, i principi fondamentali, per quanto non si possa non riconoscere la grande influenza esercitata sul suo pensiero da taluni cattolici sociali tedeschi, fra cui mons. Ketteler e il barone de Vogelsang, da lui personalmente conosciuti.

La concezione organica della società in antitesi a quella atomistica del liberalismo, il principio dell'intervento, per quanto limitato, dello Stato nella economia in contrapposto all'individuismo liberale e alla statolatria socialista; la concezione etica della economia e particolarmente del lavoro in opposizione a quella mercoledìa dell'utilitarismo; il riconoscimento del diritto di proprietà, inteso essenzialmente come funzione sociale, ed il principio della rappresentanza professionale di classe, costituiscono le basi essenziali del corporativismo che L. T. du P. ha esposto in un particolareggiato, ma troppo teorico e schematico disegno, dalla base alla periferia, facendovi aderire un sistema rappresentativo anche politico, che, attraverso le rappresentanze corporative locali e provinciali, avrebbe dovuto culminare in un Gran Consiglio delle Corporazioni, una specie di senato consultivo della monarchia di Francia.

Non è priva di significato la circostanza che questo teorico dell'economia corporativa fu uno spirito essenzialmente tradizionalista, a tal segno da avere sostenuto il sistema di votazione per categoria (ordre) e non per testa, in seno alla corporazione, e dal non aver seguito, nei confronti della terza Repubblica, la politica del ralliment consigliata ai cattolici francesi da Leone XIII. Ma a parte le esagerazioni e gli assolutismi del L. T. du P., che sono dovuti al suo spirito troppo sistematico ed astratto e quindi chiuso sovente alla realtà economica, ciò che resta è il suo sistema corporativo nell'insieme e la sua concezione della corporazione, la quale collima sostanzialmente con i principi fondamentali della scuola sociale cattolica. Mentre infatti per il corporativismo «di Stato», così chiamato in contrapposto a quella «di associazione», la corporazione deve essere essenzialmente un organo del potere esecutivo, di conseguenza senza personalità giuridica, volto al progressivo aumento ed accentramento delle funzioni statali, per il L. T. du P. invece va considerata quale ente autarchico di diritto pubblico, avulso dallo Stato (per quanto da questo non del tutto indipendente), inteso essenzialmente quale valida difesa dei diritti naturali contro l'invadenza dello Stato e contro il prevalere del potere politico.

La corporazione pertanto, secondo il L. T. du P., avrebbe dovuto costituire, con il suo statuto e con la sua

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La persecuzione di Diocleziano (1, 1.7:20, 1), probabilmente sulla fine del 303 o sul principio del 304, e indirizzato a un antico discepolo dell'autore, Demetriano; tenendosi sul terreno scientifico e filosofico, senza introdurre elementi specificamente cristiani (salvo il tratto dualistico 19, 8), si propone di dimostrare la provvidenza di Dio nella costituzione del corpo umano, che esamina in un'accurate descrizione anatomica e fisiologica, e dell'anima. 2) Le Divinae institutiones, in 7 libri, composte fra il 304 e il 313, hanno un fondamentale intento apologetico, mirando a difendere il cristianesimo dalle accuse dei pagani, in particolare di due scrittori, un filosofo, che non si sia identificato, e un giudice, probabilmente lec. Ma la cultura dell'autore e il suo proposito di rispondere esaurientemente alle obiezioni dei pagani colti diedero all'opera il carattere d'una trattazione sistematica (come indica il titolo), ove l'elemento polemico è integrato dal costante impegno di approfondimento razionale del cristianesimo. Nel I.1., De falsa religione, dimostra con la ragione e la tradizione l'unità di Dio e l'assurdità del politeismo, del quale nel II.1., De origine erroris, addita la causa nell'opera dei demoni, diffondendosi nell'esposizione della demonologia. Passa poi a dimostrare, nel III.1., De falsa philosophia, l'insufficienza della pretesa sapienza umana, specialmente nella dottrina del sommo bene; e contrappone a quella, nel IV.1., De vera sapientia et religione, il cristianesimo e il suo dogma centrale dell'Incarnazione e della Redenzione. Nel V.1., De iustitia, l'interesse si concentra sul campo etico, rimproverando ai pagani l'ingiustizia con cui perseguitano i cristiani e dimostrando che la giustizia si fonda sulla vera conoscenza di Dio. Al problema morale è ancora dedicato il VII.1., De vero cultu, poiché Dio si onora non con sacrifici materiali, ma con la rettitudine della coscienza, che induce all'amore verso il prossimo. Il VIII.1., De vita beata, conchiuso con la dimostrazione dell'immortalità dell'anima e con una fantastica descrizione della vita futura in senso millenaristico. 3) Nell'Epitome, composta dopo il 314 su preghiera di Pentadio, I., riassume l'opera maggiore in una libera ricollaborazione. 4) Probabilmente nel 314 o nel 315 scrisse il De ira Dei, ove afferma, contro epicurei e stoici, che in Dio v'è il nome v'è bontà.

Si discute sulla paternità lattanziana di due scritti importanti, il primo come fonte storica, il secondo come documento letterario. 1) Nel De mortibus persecutorum, composto quando Licinio (v.), si narra brevemente l'origine del cristianesimo e poi si passano in rassegna i suoi accaniti persecutori, mostrando la miserabile fine di ciascuno: Nerone, Dominiano, Decio, Valeriano, Aureliano, e soprattutto dei contemporanei Diocleziano, Massimiano, Galerio e Massimino. La sostanziale attendibilità storica è generalmente ammessa; la critica oggi è quasi unanime nel riconoscere l'autore in L., nonostante alcune difficoltà di carattere esterno (nome dell'autore, titolo riferito da S. Gerolamo) e soprattutto interno, cioè la forte differenza di tono e di stile fra questo scritto di violenta polemica e le altre opere. 2) Il carme De ave phoenice narra in 85 distici eleggia la meravigliosa storia dell'uccello favoloso che risorge dalle proprie ceneri. Il contenuto mitico non impedisce di attribuirlo a un autore cristiano, a cui questa favola offriva un chiaro simbolo della Risurrezione; la paternità lattanziana appare poi confermata da notevoli consonanze con le idee di L.

S. Gerolamo informa di altre opere di L., ora perdute: Symposium; Hodoeporicon; Grammaticus; due libri Ad Asclepiadem; quattro libri di lettere a Probo; due a Demetriano; due a Severo. D'un libro De motibus animi è pervenuto un breve frammento col nome di L.

A torto gli furono attribuiti due carmi: il De Resurrectione, o De Pascha, dovuto a Venanzio Fortunato, e il De passione Domini.

III. PENSIERO

L'opera di L. ha scarso interesse nella storia del dogma, movendosi prevalentemente sul campo della teologia e dell'etica naturale; ove affiorano concetti specificamente cristiani, non si ha originalità di posizione né approfondimento specu-

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(Ist. Enc. Gatz.)
Lattanzio - Divinarum Institutionum L.J. 6 (PL 6, 140-42). Biblioteca Vaticana, cod. Pal. Lat. 161, f. 1 (sec. x).

lativo. Particolarmente povera e incerta è la teologia trinitaria. L'ordine delle cose manifesta a tutti, in qualche modo, l'esistenza di Dio e la sua provvidenza (Inst., 1, 2, 5; 2, 7, 1-3; 7, 9, 5), però l'uomo, la cui anima è creata immediatamente da Dio (Epit., 19, 1-6), non può pervenire alla perfetta conoscenza del vero se non è ammaestrato da Dio (2,3, 23), «luce della mente umana» (Ira Dei. 1). Dio è uno (Inst., 1, 3 sgg. e passim); Padre e Figlio non sono separati, ma formano una sola mente, un solo spirito, una sola sostanza, essendo distinti fra loro come il ruscello dalla sorgente, il raggio dal sole (4, 29, 1-5); altrove tenta di spiegare l'origine del Figlio dal Padre come «parola» e «fatto» (4, 8, 6 sgg.). Cristo dunque nacque due volte, prima nello spirito, poi nella carne, figlio di Dio per lo spirito, figlio dell'uomo per la carne (4, 8, 1-2; 13, 2-5). Lo Spirito Santo di Dio discese nella Vergine e la rese feconda (4, 12, 1; cf. però Epit., 38, 9). La divinità di Cristo è dimostrata dall'avversari in lui dei vaticini dei profeti, che predissero anche la croce (Inst., 5, 3, 18-21); egli sapeva di dover patire ed essere ucciso per la salvezza di molti (4, 18, 2); egli è «il cibo e la vita di quanti credono nella carne ch'egli portò e nella croce da cui pendette» (4, 18, 28). Del resto, L. insiste soprattutto sulla missione di Cristo come maestro, missione che appunto richiedeva ch'egli fosse passibile e mortale (4, 22 sgg.). Nella sola Chiesa cattolica, che conserva il vero culto di Dio, adulterato dagli eretici, si ha la vita e la salvezza; ed è la Chiesa in cui si trova la confessione e la penitenza (4, 30), porto di salvezza aperto da Dio all'uomo (6, 24). Questa penitenza è confessione dei peccati, simboleggiati dalla circoncisione, è necessaria per ottenere il perdono (4, 17, 17), come è necessario il Battesimo per purificare l'uomo e dargli l'immortalità e la perfezione (3, 26, 8-9; 7, 5, 22). Pietro e Paolo predicarono a Roma sotto Nerone e vi subirono il martirio (4, 21, 12; De mort. pers., 2, 5-6). Già si è accennato al millenarismo professato da L. Singolare è anche il suo dualismo, che contrappone a Dio il diavolo, il quale, pur essendo creato da Dio, autore d'ogni bene, è la causa d'ogni male.

IV. Lo scrittore

Il significato storico di L. è soprattutto nella presentazione ch'egli seppe fare del cristianesimo nella forma richiesta dalla cultura del suo tempo, cioè in un'elaborazione, per quanto debole filosoficamente e teologicamente, organica, nella quale si faceva appello, pur ripudiando la filosofia, alla ragione, e in una prosa d'arte ispirata ai modelli classici, in primo luogo a Cicerone. Fu in gran parte questa perfezione stilistica (che tuttavia non gli impedì di arricchire la sua lingua di elementi cristiani) a lui suggerita, oltre che dalla sua educazione, dalla ferma convinzione di giovare in tal modo alla causa cristiana (Inst., 1, 1, 10), la ragione della fortuna che godè L., il «Cicerone cristiano» di Pico della Mirandola, nell'antichità cristiana, nel medioevo e nel Rinascimento.
Bibl.: Edd.: J. B. Brun e N. Langlet Dufresnoy. Parigi 1748, riprodotta in PL 6-7. Ed. critica di S. Brandt e G. Laubmann, in CSEL, XIX (1890) e XXVII (1833-97). De mort. pers. anche nel Corp. Parav. (1934), a cura di G. Pesenti.

Studi: R. Pichon, Lactance. Etude sur le mouvement philos. et religieux sous le règne de Constantin, Parigi 1901; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, 1915, pp. 287-359; Bardenhewer, II (1914), pp. 325-49; G. Krüger, in Schanz-Hosius, III, 3a ed. (1922), pp. 413-377; Mörike, I, pp. 618-64; P. de Labriolle-G. Bardy, Histoire de la littérature latine chrétienne, I, 3a ed., Parigi 1947, pp. 201-318; E. Amann, Lactance, in DTHC, VIII, coll. 2425-44. La bibl. particolare più recente in U. Mannucci-A. Casamassa, Istituzioni di patrologia, I, 6a ed., Roma 1948, pp. 143-38; B. Altaner, Patrologie, 2a ed., Friburgo in Br. 1950, pp. 153-57. Si può aggiungere: L. Alfonsi, L. e Giustino, in Rendic. istit. lomb., 82 (1949), pp. 19-27; A. Huld-son-Williams, Orientius and L., in Vigiliae christianae, 3 (1949), pp. 237-43. Su gli elementi cristiani della lingua di L., V. C. Mohrmann, in Vigiliae christianae, 2 (1948), pp. 165-76.

Michele Pellegrino