Ritornato in patria si dedicò alla traduzione della S. Scrittura e delle opere dei Padri. L. fu l'animatore dell'insurrezione del popolo armeno contro il decreto
un conformismo religioso, forse debolmente convinto, come si manifesta nell'epilogo del Saggiospo ra gli errori popolari degli antichi, nell'Appressamento della morte in terzine dantesche, nelle prediche tenute in Recanati nella cappella della Congregazione dei Nobili (si dovrà dire altrettanto della circostanza della tonnara ricevuta per le mani di mons. Bellini e dell'abito ecclesiastico da lui portato fino ai vent'anni), hanno al contrario significato principale gli appunti per gli Inni sacri e tutti i tentativi inclusi nello Zibaldone per provare che la sua ideologia non si opponeva al cristianesimo. Ideologia che non è una filosofia, come osserva il Croce, trattandosi di «sparse osservazioni non approfondite e non sistemate».
I giorni inenarrabili sognati dal L. nel giardino delle Ricordanze furono turbati quando l'acerbo vero, cioè la ragione, scardinò il paradiso illusorio delle sue speranze e gli fece sentire un distacco insanabile tra la dolcezza prima concepita e la realtà nuova a lui decisamente ostile, ed apparire l'approdo alla giovinezza quasi come un tradimento alla sua adolescenza incantata. Cadute le certezze della fede – a questo contribuì il Giordani, secondo la testimonianza del L. stesso al Gioberti – egli proseguì l'indagine foscoliana, immaginando l'essere e il mondo quali creazioni dell'io e l'azione il frutto ultimo dell'illusione. Seguendo la filosofia sensista del sec. XVIII ed accettando la negazione dello spirito, L. vide avanti a sé e gersi una natura spietata e solitaria. Questa fase del suo pensiero è rappresentata nello Zibaldone fino al 1823. Tramonta quindi ai suoi occhi ogni felicità possibile all'esistenza: la patria, la moribonda Italia, giace sotto la servitù straniera – nei Paralipomeni della Batracominomachia accentua la sua ironia contro i moti politici contemporanei –; l'amore è un fantasma irraggiungibile e fascinatore solo nel ricordo e nel sogno – è il monito di Silvia e di Nerina –; la virtù è una larva che non ha fondamento (Bruto minore), e con il venir meno della gioventù l'uomo è fatalmente sospinto verso la detestata soglia della vecchiezza (Il passero solitario). I miti scompaiono: gli rimane, vago rifugio, l'Infinito, l'ansia metafisica dell'universale an-

dopo per un soggiorno fiorentino dal 1830 al 1833; abbracciò infine l'idea del sodalizio con il Ranieri recandosi a Napoli, ove, nonostante le cure e i riposi nella zona vesuviana, si accrebbero in lui «i patimenti fisici giornalieri e incurabili». La morte lo raggiunse in questa città.
Notevoli ma non decisivi, esclusa l'amicizia con il Giordani, i contatti con gli uomini del suo tempo: il Mai, il Niebuhr, il Vieusseux, il Capponi, il Colletta, il Manzoni, il Gioberti. Nessuna fortuna politica: aclamato deputato nel 1831 per l'Assemblea delle province unite, ebbe appena il tempo di rifiutare, che già gli Austriaci erano a Bologna. Eccezion fatta per l'offerta del Bunsen della cattedra dantesca a Bonn o a Berlino, rari furono i riconoscimenti della sua fama presso i contemporanei: in Italia gli veniva proposta nel 1829 la cattedra di scienze naturali a Parma e gli era concessa la sola onorevole menzione dall'Accademia della Crusca per le Operette morali (il premio quinquennale era stato assegnato a Carlo Botta). Al tempo degli ameni inganni, con «sette anni di studio matto e disperatissimo» rovinò per sempre il suo corpo: la gibbosità dovuta a rachitide, la debolezza estrema della vista, per cui rinunciò definitivamente alla filologia inviando al De Sinner i suoi manoscritti, lo ridussero nell'ultimo anno (sopraggiunse la cateratta dell'occhio destro e l'idropericardite) a «un tronco che sente e pensa».
Queste notizie sono proleggimenti necessari per intendere come l'esterna apparenza delle cose si sia di mano in mano adombrata, nel patetico immaginismo di lui, in una tragica e tetra visione della storia e del mondo, a cui giunse per mezzo di un lento processo di idee e di analisi del sentimento suo riflesso nelle cose. È facile contraddistinguere i punti e i passaggi di questo suo interiore svolgimento. Il romanzo autobiografico Storia di un'anima scritta da Giulio Rivalla, del quale il L. non lasciò che appunti, potrebbe costituire il titolo esatto di tutta la sua opera. Mentre per una biografia spirituale sono di interesse minore i primi passi nell'ambito di
LEOPARDI, GIACOMO - Autografo della canzone: Sul monumento di Dante che si prepara in Firenze - Recanati, Casa Leopardi.
LEOPARDI, Giacomo - Lettera ad Angelo Mai (30 marzo 1821) nella quale chiede di essere nominato «Professore di lingua latina» nella Biblioteca Vaticana - Biblioteca Vaticana, cod. lat. 12895.
goccia cosmica (Canto di un pastore errante nell'Azia) e ancora la persuasione che la natura, spettatrice indifferente della tragedia dell'uomo (La ginestra), sia la sola nemica da combattere. Per annullare poi le «superbe fole» d'un tempo, nelle Operette morali (1a ed., Milano 1827) L. si provò al riesame dei motivi già sofferti nei Canti (1a ed., Firenze 1831), e in dialoghi di squisita fattura letteraria ragionò degli errori degli uomini, dei costumi e dei popoli, della vanità della gloria (Il Parini), dell'amore (Di Torquato Tasso e del suo genio familiare), della filosofia (Detti memorabili di Filippo Ottonieri), della natura e della morte (Dialogo della natura e di un islandese, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie), sospingendo i personaggi, nei quali è presente la sua voce di sommo poeta, a definire la malattia mortale insita in tutte le cose (Cantico del gallo silvestre). Per la stanchezza della vita che non trova ragione nelle sue speranze l'uomo cade, secondo il L., nel più sublime sentimento umano: la noia, cioè la morte nella vita: «il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena né dalla terra intera».
Il pessimismo del L. non può considerarsi superato dall'idea dell'amore che deve stringere l'umana compagnia in lotta contro il destino in solidarietà reciproca — è l'idea positiva della Ginestra che il Pascoli volle continuare —, eppure il segreto fascino del mondo leopardiano sta nel fatto che questo pessimismo, come avvertì acutamente il De Sanctis, «produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso e lo fa desiderare; non crede alla libertà e le fa amare. Chiama illusioni l'amore e la gloria e la virtù e ne accende in petto il desiderio inesaurito».
Tutto ciò vive nella lirica di maggiore perfezione che abbia avuto l'Italia dopo Dante e Petrarca in un miracoloso succedersi di immagini, in un casto e sobrio linguaggio, degno degli antichi greci, in una misurata ricchezza della parola scoperta di nuovo nei suoi valori e accresciuta di meraviglia e di potenza, una scoperta che sembra doversi riconoscere non soltanto nei grandi idilli (L'infinito, Le ricordanze, A Silvia, Il sabato del villaggio), ma in tutta la vasta zona non meno ricca e memorabile degli altri Canti, quelli del momento elegiaco, patriottico, classico, quelli della lirica appassionata filosofica o lucrezziana, secondo la classificazione del Carducci.
Il prossore delle Operette morali, dei Pensieri, dello Zibaldone, dell'Epistolario è sulla linea di una semplicità attica aperta a visioni profondamente umane colorite sempre da un vago immaginare.
Del cristianesimo il L. pensava che «conveniva in molte cose con il suo sistema della natura»; nei Nuovi Credenti affermava di essere un difensore di Giobbe e di Salomone, e nell'imprecare contro la sorte, al nome di Dio sostituì «fatto indegno», «brutto poter», «Arimane», e a questo potere malefico volesse dedicare un inno. Ma se riandiamo all'altro inno abbozzato al Redentore o a Maria o al dialogo tra il Ranieri e il L. citato dal Brofferio (I miei tempi, III, Milano 1864, pp. 81-83), in cui il poeta reagisce all'argomento della ripugnanza della fede alla ragione («perché la ragione del Leibnitz, di Newton, di Colombo non era ripugnante come la nostra?») si dovrà concludere che la sua negazione non fu definitiva bensì ondeggiante e tormentata da dubbi. Certamente nel L. «quel desiderio di purezza estremamente all'amore non era cosa appresa dai classici, gli veniva dall'educazione cristiana; egli aveva una conoscenza sufficiente della propria religione e sufficiente chiarezza di pensiero per riconoscere che questa sola poteva conciliare la natura e la religione, ossia, nel suo linguaggio, fornire un fondamento ragionale alla sete di sacrificio proprio dei giovani e nobili cuori. Questi colloca L. molto al disopra del razionalismo e positivismo ottocentesco, e sebbene egli non aderisse più ad una fede positiva gli rimase indelebile nell'anima l'impressione del divino: non poteva divenire francamente ateo» (G. A. Levi). Nel L. la nostalgia per la fede degli altri e per quella sua dell'infanzia fu certamente fortissima, e l'erudizione, la poesia, il pensiero, erano in lui di continuo rivolti agli interrogativi più profondi dell'umana esistenza. Questa sua ansietà spirituale di ricercatore («e mi sovvien l'eterno...»), rende attendibile la notizia della sua religiosa e cristiana morte. Le Operette morali all'Indice «donce corrigantur» (decr. 19 apr. 1850).