LEVIATHAN (ebr. livojāthān). - Favoloso mostro acquatico, affine al tannin, o tannim, a cui è accostato per sinonimia parallela in Is. 27, 1 (cf. DRAGONE), applicato al coccodrillo (Iob 40, 25 [Volg. 40, 20]; cf. Is. 27, 1) e a un generico grande cetaceo (Ps. 104, 26; 74, 14; cf. Am. 9, 3).
La parola ebraica deriva da livojāh « tortuoso » (quindi « corona »: Prov. 1, 9; 4, 9; radice ebraica e araba lāh « torcere », assiro lamā, -wū « circondare »), con la desinenza nominale -ān, dai Settanta inteso « dragone » (v.) e una volta « grande cetaceo » (Iob 3, 8 μέγα κῆτος); Volg. L. (Iob 3, 8; 40, 20 [ebr. 25]; Is. 27, 1) e draco (Ps. 73 [74], 14; 103 [104], 26; nuova vers. L.).
Il carattere originariamente favoloso popolare del L. è dimostrato dalla menzione in un testo ugaritico di Līu (probabilmente da leggere Lōtān), come un essere da « colpire, distruggere » (cf. in Iob 3, 8 l'allusione al carattere malefico del mostro), « serpente contorto... ricurvo; il maledetto (?) dalle sette teste »; la quale scoperta ha in parte ridotto, in parte confermate le ipotesi mitografiche prima avanzate da H. Gunkel (cf. P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, Torino 1950, p. 167).
In Is. 27, 1 il L. è detto « serpente guizzante... serpente contorto », espressione simbolica probabilmente dei Tigri e dell'Eufrate, e quindi dell'Assiria e Babilonia, accanto al « dragone che sta nel mare », simbolo dell'Egitto.

(da Herrade di Landsberg, Hortus Deliciorum [ca. 1830], Strasburgo 1901, tov. 15 bis)
Anche il mostro tannin ha il corrispondente nel Tnn di Rās Samrah, ove è menzionato in contesti magici (Gordon, Ugaritic Literature [V. BIBLICA.], p. 49).