MACCABEI (GR. ΜΑΚΚΑΒΆΤΟΙ, VOLG. MACHABAEI)

MACCABEI (gr. Μακκαβάτοι, Volg. Machabaei). - Con il soprannome «Maccabee» dato a Giuda, il principale eroe della rivolta giudaica contro il giogo di Antioco IV Epifane, furono, fin dal sec. II, designati dagli scrittori ecclesiastici tutti i membri della famiglia del sacerdote Mattatia (Giovanni, Simone, Giuda, Eleazaro e Ionathan) e loro partigiani, che iniziarono e condussero a termine l'insurrezione detta «maccabica», la cui storia è narrata nei libri I e II dei M.

Incertà è l'etimologia ed anche la grafia del nome. Comunemente è derivato da maqqabihah («mattello») ad indicare la forza di Giuda nel colpire il nemico; ma con più probabilità è un'abbreviazione di maqqabihahah («de signato da Jahweh») con riferimento ad Is. 62, 2.

I. LA STORIA DEI M

Le misure vessatorie di Antioco IV Epifane contro il jahwismo: divieto, sotto

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(Ist. Enc. Catt.)

o di Magnesia - Gli indici dei tre primi libri della

pena di morte, dell'osservanza del sabato, della circoncisione, delle astinenze legali; abolizione del culto legittimo e profanazione dell'altare degli olocausti con l'offerta di sacrifizi a Giove Olimpico (I Mach. 1, 29-51; II Mach. 6, 1-7), determinarono la rivolta.

Molti giudei, specialmente delle città, si piegarono e apostatarono, ma nelle steppe e nei villaggi sorse la reazione. Un sacerdote di Modin (v. oggi el-Midjjeh), Mattatia, della classe di Ioiarib (I Par. 24, 7), ne fu l'iniziatore. Quando l'esecutore degli ordini regni venne nel piccolo villaggio per erigerir un altare al culto straniero, egli uccise un ebreo apostata che stava per sacrificare, poi l'inviato regio, distrusse l'altare e, chiamati a raccolta i fedeli, si diede con i figli alla montagna, iniziando la guerriglia contro gli ebrei rinnegati e contro le truppe siriane (I Mach. 2, 1-48). Morendo, dopo un anno dalla riscossa (166-165 a. C.), affidò ai figli l'incarico di proseguire l'impresa, dando al terzogenito, Giuda, la direzione della guerra, e a Simone l'ufficio di amministratore. Mattatia fu sepolto a Modin (ibid. 2, 49-70; 3, 1-9).

Con il giovane capo Giuda (166-160 a. C.) la lotta prese un andamento più deciso. La prima vittoria fu nelle montagne di Ephraim, contro il generale Apollonio che dalla Samaria veniva in aiuto di Filippo comandante dell'Aca (ibid. 3, 10-12). Accorso il generale Seron dalla Celesiria per riparare allo scacco, Giuda lo batté nella stretta gola di Bethoron (Bejt 'Ur el-Foqa; ibid. 3, 13-26). Antico, che si accingeva a partire in guerra contro i Parti, informato della situazione giudaica, ordinò al suo luogotenente Lisia di ristabilire l'ordine e porre fine alla ribellione (ibid. 3, 27-37).

Un esercito di 40.000 fanti e 7000 cavalieri, secondo I Mach. 3, 39 (soltanto 20.000 secondo II Mach. 8,9) al comando di Nicanore, al quale era stato aggiunto, come esperto militare, Gorgia, accampò a Emmaus ('Amwās) nella Sephēlāh. Giuda, raccolti i suoi uomini in Maspha (Tell en-Naṣbeh), piombò improvvisamente sul campo nemico, gettandovi il panico. Nicanore, privato delle forze migliori, che nella notte si erano portate con Gorgia sulla montagna per sorprendervi Giuda, si diede alla fuga inseguito sino a Gezer, Azoto e Iamnia. Giuda poi ritornò indietro per prepararsi ad affrontare Gorgia, il quale però rifiutò il combattimento e si ritirò nella Filistea (I Mach. 3, 38-4, 25; II Mach. 8, 8-29; 34-36). Lisia intervenne allora direttamente al comando di un grande esercito e, seguendo la costa, cercò, attraverso un paese amico, di portarsi sulle alture che dominano Hebron e Gerusalemme, accampandosi a Bethsur (Hirbet et-Ta-bejqah, 28 km. a sud di Gerusalemme). L'urto con i 10.000 uomini di Giuda fu aspro, ma non decisivo (I Mach. 4, 26-34; II Mach. 11, 1-12). Lisia, convinto ormai di non poter riuscire a forzare i Giudei, risolti come erano a vivere o morire nobilmente (I Mach. 4, 35), ad accettare le leggi di Antioco, cercò di intavolare trattative per un armistizio, i cui documenti, riportati in II Mach. 11, 13, sono dalla critica storica e letteraria staccati dal loro immediato contesto. Il memoriale trasmesso da Giuda al reggente e da questi al Re (ibid. 11, 14-21) fu favorevolmente accolto, e con un resoconto regio del 15 di xanticos del 148 (= 15 apr. 164 a. C.) furono revocate tutte le misure vessatorie che avevano acceso la rivolta (ibid. 11, 27-33). In conseguenza di ciò Giuda rientrò in Gerusalemme e rese al culto jahwistico il Tempio, ed il 25 kislev, giusto tre anni dopo la sua profanazione (I Mach. 1, 59), fu ripreso il sacrificio perpetuo sull'altare degli olocausti. A commemora l'avvenimento fu istituito la festa di ḥanukkāk (v. PREDICAZIONE), da celebrarsi annualmente per otto giorni, a partire dal 25 kislev.

Ottenuto così quello che era stato il primo obiettivo della rivolta, Giuda, coadiuvato dal fratello Simone, cercò di liberare i fratelli ebrei dei paesi vicini oppressi dai pagani. Riuscito nell'intento fece ritorno a Gerusalemme, accolto trionfalmente da tutta la popolazione, nella festa di Pentecoste (ibid. 5, 45-46). Nel frattempo il fratello Simone aveva riportato uguali vittorie nella Galilea (ibid. 5, 21-23) mentre Giuseppe, figlio di Zaccaria, ed Azaria avevano avuto la peggio nella guerra contro Gorgia a Iamnia (ibid. 5, 55-62).

Morto l'Epifane (164-163 a. C.) e successosi al trono il figlio minorenne Antioco V Eupatore, sotto la reggenza di Lisia, Giuda, traendo profitto dalle difficoltà che sorgevano nelle successioni al trono, tentò di completare l'opera sua, con l'occupazione dell'Aca. Informato di ciò e chiamato dai Giudei ellenizzanti, Lisia con il giovane Re rifece di nuovo con l'esercito la via per Hebron, assediando la fortezza di Bethsur, che seppe difendersi grazie agli approntamenti militari che gli scavi recenti hanno rimesso in luce. Giuda, accorso in aiuto degli assediati, fu vinto a Bethzahara. Durante il combattimento cadde pure il figlio di Mattatia, Eleazaro, che fu schiacciato da un elefante ch'egli stesso aveva ucciso allo scopo di dare la morte al Re che erroneamente credeva sopra l'elefante (I Mach. 6, 28-47; II Mach. 13, 1, 2-9-17). Ma la vittoria non portò a Lisia i suoi frutti, perché fu costretto ad abbandonare la regione per rientrare in Siria, ove era giunto dall'est il pretendente Filippo. Lisia stimò più prudente di fare la pace con Giuda e un decreto reale, sotto forma di lettera a Lisia, concedeva l'intera pace religiosa ai Giudei (II Mach. 11, 22-26). Scontenti ne furono i Giudei ellenizzanti, specialmente il sommo sacerdote Menelao, che Lisia fece uccidere per impedire i suoi intrighi; poi rientrò ad Antiochia, scacciandone Filippo, che si rifugiò in Egitto (I Mach. 6, 63; II Mach. 9, 29).

Dei nuovi e più gravi torbidi che attraversava il regno della Siria, Giuda approfittò per ottenere, ora che la pace religiosa era ristabilita, la piena indipendenza nazionale. Ucciso ad Antiochia il giovane re Antioco V con il suo reggente Lisia, e salito al trono Demetrio I, figlio di Seleuco IV, il partito ellenizzante della Giudea insieme al sommo sacerdote Ioachim, eletto da Lisia e che per i suoi sentimenti ellenistici si era chiamato Alcimo, chiese aiuto a Demetrio per riottenere tutti i privilegi e combattere Giuda. Ma l'esercito inviato da Demetrio, comandato prima da Bacchide e poi da Nicarone, fu battuto da Giuda ad Adazer (Hirbet 'Adaseh, 8 km. a nord di Gerusalemme). Per molto tempo l'anniversario di questa vittoria (13 di 'ādhār del 161 a. C.) fu dagli Ebrei, con il nome di 'giorno di Nicanore', celebrato come grande festa (I Mach. 7, 39-50; II Mach. 15, 1-17). Malgrado questo successo, Giuda, sentendo che la sua posizione diveniva sempre più critica, pensò di renderla più salda con un patto di alleanza con i Romani. Ma Demetrio, informato, mandò contro di lui un esercito comandato da Bacchide e accompagnato da Alcimo.

Nel mese di nisān 152 dei Seleucidi (= apr. 160 a. C.) l'esercito siriano, arrivato a Gerusalemme, si diresse nella Gofnitide, a Birzeit (20 km. a nord di Gerusalemme), dove si era accampato Giuda. Con l'abituale suo coraggio, Giuda si gettò nella mischia e riuscì a sfondare l'ala destra del nemico e inseguirlo per lungo tempo; ma una conversione concentrica dell'ala sinistra lo prese alle spalle e con molti altri guerrieri rimase morto sul campo, mentre i resti delle sue truppe si sbandarono (I Mach. 9, 1-22).

Scomparso Giuda, i vincitori cercarono di annientare il partito avverso, ricorrendo alle denunzie, allo spionaggio, agli imprigionamenti. Bacchide dominava dall'Aca, Alcimo dal Tempio, ed ambedue colsero l'occasione di una sopraggiunta grave carestia, per favorire soltanto coloro che erano o si atteggiavano ad ellenisti. I nazionalisti ritornarono di nuovo nella steppa, nel deserto di Thecua vicino a Betlemme. IONATHAN (160-142 a. C.), quinto figlio di Mattatia, riconosciuto come capo, ordinò come centro di rac

colta la cisterna di Asphar (Hirbet Bir ez-Za'ferán, 5 km. a sud di Betlemme).

Ionathan cercò di mettere al sicuro le famiglie e le salmerie, affidandole al fratello Giovanni perché le portasse presso i Nabatei. La carovana, sorpresa dai figli di Iambri presso Madaba, fu razzata e Giovanni ucciso. Il delitto fu subito vendicato da Ionathan che, passato il Giordano, irruppe improvvisamente su Madabath (Hirbet et-Tejm, 2 km. a sud di Madaba) durante una festa nuziale (I Mach. 9, 32, 35-42). Nel ritorno, dopo breve scontro con le truppe di Bacchide, che erano venute ad attenderlo ai guadi del Giordano, si mise in salvo passando a nuoto il fiume insieme ai suoi e disperdendosi di nuovo nel deserto (ibid. 9, 45-49), dove si diede ad organizzare un nuovo esercito.

Gravi dissensi interni indussero gli ellenisti a richiamare Bacchide, con la scusa che Ionathan stava tentando un complotto. Ionathan, informato dei propositi dei suoi avversari, fece una sortita dal deserto, uccidendo una cinquantina dei maggiori agitatori (ibid. 9, 57-61) e poi si ritirò nella fortezza di Bethbesse (Hirbet Bejt Başşah sud-est di Betlemme), che resisté agli assalti di Bacchide. Questi, sdegnato contro coloro che lo avevano invitato, ne fece una carneficina e decise il ritorno ad Antiochia. Ma prima della partenza, Ionathan gli mandò una delegazione per trattare la restituzione dei prigionieri ed un accomodamento generale. Bacchide accettò e così Ionathan poté liberamente stabilirsi a Machmas (Muḥmās, 15 km. al nord di Gerusalemme), fortificandosi e impiantandosi da padrone (ibid. 9, 62-73).

Nella lotta fra i pretendenti al trono di Siria, Alessandro Bala, sostenuto dai Romani, e Demetrio I, Ionathan cercò di ottenere onori e concessioni dall'uno e dall'altro. Da Alessandro ottenne la dignità di sommo sacerdote con il diritto di portare una tonaca di porpora e una corona d'oro, e nel mese di tishrī 152, tra l'entusiasmo di tutta la popolazione, officiò per la prima volta nel Tempio (ibid. 10, 1).

Ad Alessandro rimase fedele anche quando tentò di rincarnare nelle concessioni e negli onori, e così, dopo che Alessandro prevalse definitivamente, fu nell'occasione del matrimonio di quest'ultimo con Cleopatra, figlia di Tolomeo Filometore, ricevuto a Tolemaide con tutti gli onori e riconosciuto governatore civile e militare di tutta la Giudea (ibid. 10, 51-66).

Sotto come pretendente al trono Demetrio II, figlio di Demetrio I, Ionathan combatté contro Apollonio, amico di Demetrio, e Alessandro lo ricompensò ancora, nominandolo «parente del re» e concedendogli in proprietà personale la città di Accaron (ibid. 10, 78-89). Dopo la sconfitta e morte di Alessandro, abbandonato da tutti meno che da Ionathan, questi si mise dalla parte di Demetrio II, ottenendone ampliamenti di territorio, concessioni ed esenzioni (ibid. 11, 20-37). In seguito, Demetrio si trovò in pericolo per essere sorto contro di lui un certo Diodoto, detto Trifone, generale di Alessandro Bala, che sosteneva come pretendente al trono Antioco VI, figlio minorenne di Alessandro, e indusse Ionathan, con la promessa di voler ritirare le truppe dall'Acre, ad aiutarlo militarmente (ibid. 11, 38-50); ma, vinto Antioco, non mantenne le promesse, onde Ionathan passò dalla parte di Antioco e rinnovò l'allianza con i Romani (ibid. 11, 60-73; 12, 1-23).

Il prestigio e la potenza che acquistava Ionathan presso Antioco VI dava ombra a Trifone, che, appena libero dal pericolo di Demetrio, pensava di liberarsi del Re pupillo per prenderne la successione. Per eliminare un avversario probabile alla sua usurpazione, Trifone attraversò con profette pacifiche Ionathan a Tolemaide; ma appena vi giunse fu fatto prigioniero, ed i suoi uomini trucidati (ibid. 12, 39-53).

Diffusasi la notizia della cattura e morte di Ionathan, il fratello SIMONE (142-134 a. C.), che trovava nella fortezza di Adiada, si recò subito a Gerusalemme e, assunto il comando, provvide alla difesa della città ed all'occupazione di Ioppe, portò strani e gioia sulla via delle invasioni (ibid. 13, 1-11).

Trifone si mosse contro di lui, ma non volendo rischiare il combattimento, preferì negoziare, promettendo a Simone la liberazione di Ionathan dietro pagamento di una somma e consegna dei figli di questo come ostaggi. Le condizioni furono accettate; ma Ionathan, invece di essere liberato, fu ucciso (ibid. 13, 20-24). I suoi resti mortali furono sepolti a Modin, dove il fratello Simone fece erigere un grande monumento a piramide (ibid. 13, 25-30), che si poteva scorgere dal mare ed era riconoscibile ancora nel sec. IV; le tracce ne esistono ancora nel santuario musulmano di Šejh el-Garbawī.

Trifone, rientrato a Antiochia e messo a morte il giovane re Antioco VI, si era cinto della corona reale prendendo il titolo di «autocrate» (142 a. C.). La sua delittuosa usurpazione fu il segnale di numerose rivolte. Simone seppe trarne profitto per fare riconoscere l'indipendenza giudaica. Si mise dalla parte di Demetrio II, che, felice di assicurarsi un alleato, concesse un'ammissione generale, l'esenzione perpetua da ogni tributo e il legittimo possesso delle piazzeforti occupate, proclamando infine la pace religiosa (ibid. 13, 33-40). Così, l'anno 170 dei Seleucidi (142 a. C.), secondo la tradizione rabbinica «il giogo delle nazioni fu tolto da Israele» e con quest'anno si inizia la data del principio di Simone «sommo sacerdote, stratega ed igumeno dei Giudei» (ibid. 13, 41).

Primo risultato del trattato fu, da parte di Simone, la conquista della piazzaforte di Gazara (Gezer, dove gli scavi hanno rimesso in luce la fortezza costruttiva da Simone) e l'assedio della potente fortezza dell'Acre, che capitolò il 23 del secondo mese del 171 (giugno 141 a. C.). I Giudei vi entrarono con palme di vittoria e al canto di inni (ibid. 13, 49-52) e la conquista fu celebrata con grande festa per molti anni. Per assicurarsi e rendere più saldi i privilegi acquistati, Simone rinnovò l'alleanza con i Romani e con gli Spartani (ibid. 14, 18-24; 15, 15-24). Le sue benemerenze nazionali furono riconosciute dal popolo, che seguendo l'uso ellenistico, in un'assemblea tenuta nel mese 'elil (e-ag.-sett.) fece iscrivere su bronzo tutte le sue gesta e lo nominò sommo sacerdote, comandante supremo dell'esercito e iniziatore di una nuova dinastia (ibid. 14, 25-49), Asmonei (v.).

È molto probabile che da allora Simone abbia coniato moneta propria. Gli ultimi suoi anni furono agitati da nuove lotte con i re della Siria. Caduto Demetrio II prigioniero dei Parti (138 a. C.), il fratello Antioco VII Sidete, da Rodi scrisse a Simone e alla nazione giudaica per ottenere il loro aiuto nella lotta che voleva intraprendere contro Trifone, confermando tutti i privilegi di cui godeva, come quello di coniare moneta (ibid. 15, 1-9). Ma dopo che il Sidete ebbe vinto Trifone, cambiò politica, richiedendo a Simone la consegna delle piazzeforti di Gaza, di Ioppe e dell'Acre, oppure il pagamento di 1000 talenti, condizioni rigettate da Simone (ibid. 15, 32-36), che offrì la decima parte della somma richiesta. Antioco VII inviò allora un esercito al comando di Candebe contro Simone, ma nella battaglia di Cedro (Qatrah, 6 km. a sud-est di Iamnia) il generale fu sconfitto da Giuda e Giovanni, figli di Simone (ibid. 16, 1-10).

Fu questa l'ultima vittoria per il vecchio Simone. Nel febbr. 134 a. C., durante un giro d'ispezione alle fortezze e alle truppe insieme ai figli Giuda e Mattatia, fu ucciso a tradimento, in un banchetto offertogli dal genero Tolomeo, figlio di Abulos, nella fortezza di Dök (Ġebel Qarantāl), di cui resta il nome alla fontana di 'Ajin Dūq. I due figli con la madre furono ritenuti prigionieri.

Con Simone si estinsero i figli di Mattatia e al trono successe il figlio scampato dal complotto di Tolomeo (ibid. 16, 11-24) che IRCANO I (v.).

BIBL.: F.-M. Abel, Topographie des campagnes machabènes, in Rev. bibl., 32 (1923), pp. 405-521; 33 (1924), pp. 201-17, 371-87; 34 (1925), pp. 194-216; 35 (1926), pp. 206-22, 510-33; A. Momigliano, Prime linee di storia della tradizione macabéica, Torino 1931; L. M. Vincent, 'Arca, ibid., 43 (1934), pp. 205-36; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, pp. 183-329.

II. I LIBRI DEI M

Sono due libri «deuterocannici» del Vecchio Testamento, che narrano la rivolta condotta principalmente da Giuda Maccabeo. Ciascun

libro è opera originale; pur avendo il soggetto in comune, sono distinti per l'autore, per la lingua, per lo scopo e specialmente per i dati cronologici. Il I M. abbraccia infatti un periodo di ca. 41 anni, dall'inizio del regno di Antioco IV Epifane (175-63 a. C.) fino all'uccisione di Simone, capo del nuovo Stato giudaico (135 a. C.). Il II M., iniziando dagli ultimi tempi di Seleuco Filopatore, predecessore di Antioco Epifane, si ferma alla morte di Giuda Macabee (161), comprendendo così uno spazio di ca. 14 anni.

I M. - La narrazione, esposte le cause che originarono la rivolta (I Mach., 1,1-2,70), si divide in tre parti secondo i tre fratelli che la diressero e condussero a termine: Giuda (ibid. 3,1-9,22), Ionathan (ibid. 9,23-12,54), Simone (ibid. 13,1-19,22). L'epilogo racconta l'inizio del governo di Giovanni Ircano (ibid. 22-24).

L'autore, sconosciuto, appare un pio e fervente giudice di Gerusalemme, versatissimo nella lingua ebraica delle S. Scritture, conoscitore del terreno della Palestina, partigiano convinto degli Asmonei ed in contatto con i dirigenti della politica e degli affari.

Il libro fu scritto in ebraico, come indicano le testimonianze di alcuni Padri (s. Girolamo nel Prologo galeato e Origene [presso Eusebio, Hist. ecc., VI, 25, 2], che conserva il titolo dell'opera, tanto diversamente interpretato, di σαφθυθ σαβανακελ. = Sepher Beth Hašmonaj, "Libro della casa di Sabanaiel"?). Ma il testo originale andò ben presto perduto e ne resta soltanto una antichissima versione greca. Lo stile, che imita quello dei libri storici del Vecchio Testamento, è semplice e conciso, chiaro e ordinato; ma con facilità passa dal tono narrativo a quello poetico ed entusiastico.

Tutto il libro è animato da un soffio religioso di attaccamento alla religione dei padri e all'osservanza della Legge di Dio. I successi e gli'insuccessi d'Israele hanno la propria ragione nell'osservanza e nell'allontanamento dalla Legge. Per un religioso rispetto verso l'augusto nome, invece di "Dio del cielo" si trova sempre "Cielo", L'autore, fervido nazionalista, che considera come gòjim o pagani i rinnegati ebrei, mostra adesione completa agli Asmonei e trova giusto che, con la somma dignità sacerdotale, abbiano rivestito anche l'autorità regia: per essi Israele ha conservato il diritto di osservare la propria religione.

L'esattezza dei dati topografici e cronologici e la vivezza di certi particolari sembrano attestare che l'autore fu contemporaneo o molto vicino al tempo dei fatti narrati, e che poté avere anche accesso agli archivi del sommo sacerdote, probabilmente la biblioteca di Neemia, dove, secondo II Mach. 3,13, erano conservate le lettere dei re di Persia, e donde può avere desunto gli undici documenti ufficiali, che inserisce nella narrazione: lettere fra i capi di Stato (I Mach. 12,5; 14,20), indulti di re (ibid. 10,17; 11,30; 13,36; 15,2), trattati di alleanza (ibid. 8,22; 15,16), plebisciti (ibid. 14,27). L'integrità del libro è ormai fuori di dubbio. Gli ultimi tre capitoli sono la narrazione e il seguito normale del libro. Se Flavio Giuseppe ha preferito, in questo caso, seguire Nicola di Damasco, non ne segue che gli fosse sconosciuto il testo dei M. L'elogio dei Romani contenuto nel libro mostra che esso fu scritto prima del 63, quando, con la presa di Gerusalemme, Pompeo si attrasse l'odio di tutti gli Ebrei; ma anche l'autore, seppur in un modo diverso, non ha mai avuto la possibilità di esporre il suo libro in un contesto di giustizia e di amore.

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ma anche l'autore, seppur in un modo diverso, non ha mai avuto la possibilità di esporre il suo libro in un contesto di giustizia e di amore.

Il libro dei I libri dei M. Bibbia di Borso d'Este (1455-61), vol. I, f. 110v - Modena, Biblioteca Estense.

L'altra parte, l'epilogo fa supporre che l'autore scrisse dopo il governo di Giovanni Ircano; perciò la composizione viene fissata a ca. 1100 a. C.

II M. - Si presenta (II Mach. 2,23) come un riassunto dell'opera più vasta, in cinque libri, di un certo Giasone, letterato e storico della fiorente diaspora della Cirenaica. A quanto si può desumere dal fedele riassunto del libro, il cui autore è ignoto, Giasone mostra di aver raccolto le notizie sulla storia dei Seleucidi da documenti ufficiali o da accurati testimoni, mostrandosi bene al corrente dell'amministratione, dei titoli e delle cariche.

Il contenuto del libro riguarda principalmente le azioni gloriose di Giuda dall'inizio fino alla disfatta di Nicamore (ibid. 8,1-15,37), precedute da una lunga presentazione delle circostanze che determinarono la riscossa (ibid. 3,1-7,42). All'inizio del libro sono inserite due o tre lettere dei Giudei di Gerusalemme a quelli d'Egitto per raccomandare loro di celebrare la festa della Dedicazione (ibid. 1,1-2,32).

Giasone e l'abbreviatore hanno scritto in greco, ma il libro si stacca dal comune greco biblico, sia perché non è una versione, sia perché Giasone intese fare opera letteraria. Lo stile è oratorio: discorsi ampollosi, segrazione nei numeri, ricerca d'effetto, gusto pronunziato per prodigi e molte volte sostituzione della retorica alla descrizione tecnica, secondo il gusto del suo tempo. Il metodo letterario niente toglie al suo grande valore storico. Le differenze con I M. sono innegabili ma dei due

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MACCABEI - MACCARI CESARE

libri può istituirsi un quadro sinottico dove, nell'indipendenza della composizione, può riconoscersi l'accordo sostanziale nella storia degli avvenimenti.

Nella preistoria dell'insurrezione sono riportati molti particolari ignoti a I M.; essi provengono da Giasone, che dà affidamento di storico coscienzioso. Le sette lettere sono di sicura autenticità; le prime due furono redatte in aramico e tradotte in greco, probabilmente dall'abbreviatore, e inserite nel libro da altra mano.

L'autore presenta i nemici come strumenti della giustizia divina, le sofferenze dei martiri come mezzi di riconciliazione, le vittorie di Giuda come segno della misericordia di Dio. Con parole di profonda commozione sono insegnate la risurrezione di corpi (II Mach. 7, 11; 12, 43-44; 14, 46), l'efficacia della preghiera e del sacrificio per i defunti e della preghiera dei santi per coloro che si trovano ancora sulla terra (ibid. 13, 43-44; 15, 12-16), l'esistenza degli angeli e il loro intervento anche con effetti miracolosi in soccorso del popolo nei momenti più critici. Ma oltre lo scopo di edificare i Giudei e di fare conoscere le dottrine che ai faraici, si nota in II M. una cura costante di raggruppare tutti gli avvenimenti intorno al Tempio. Assai freddo verso gli Asmonesi, si mostra entusiasta di Giuda, che impedì a Nicanor di distruggere il Tempio. Le guerre e le vittorie sono considerate non come un mezzo di ampliare il territorio, ma come tappe successive per la liberazione del Tempio.

Se Giasone ebbe le sue informazioni per via orale, non si può supporre una grande distanza di tempo fra gli avvenimenti che racconta e la narrazione. L'ultimo avvenimento ebbe luogo nel 151 dell'era selenica di Giasone, avrebbe quindi scritto poco dopo il 160 a. C. L'epitomatore, forse un dottore alessandrino, avrebbe composto l'opera fra il 161 a. C. e il 70 d. C., probabilmente ca. il 100 a. C.

Bibl.: J.-M. Abel, Les livres des Maccabées, Parigi 1949 (con tutta la bibli. precedente).

III. IL LIBRO III DEI M

Apocrifo del Vecchio Testamento, che nulla ha a che vedere con i M., oltre all'analogia di una persecuzione dei Giudei e della liberazione mediante miracolosi interventi divini.

Narra che Tolomeo IV Filopatore, dopo la vittoria di Rapha (217 a. C.), sale a Gerusalemme e vuole entrare nel Santuario. Dio punisce l'intruso colpendolo con paralisi. Ritornato in Egitto, Tolomeo per vendetta perseguita i Giudei e alla fine ordina di radunarsi da tutto l'Egitto nell'ippodromo di Alessandria per esservi schiacciati da 500 elefanti, appositamente eccitati. Tutto è pronto, ma Dio interviene: prima immergendo Tolomeo in un sonno profondo; quindi facendogli perdere la memoria di quanto ha ordinato; infine, quando il massacro deve incominciare, mandando due angeli a terrorizzare il Re e i consiglieri, mentre gli elefanti si rivolgono contro i soldati egiziani facendone strage. Tolomeo, allora, decreta la liberazione dei Giudei; somministra loro un lauto banchetto, e concede loro di uccidere i correligionari apostati. Prima di ritornare alle proprie sedi, i Giudei erigono un monumento e istituiscono una festa annuale.

È una narrazione a scopo edificante, piena di esagerazioni e di inverosimiglianze psicologiche, dallo stile ampolloso ed enfatico. Non si ha traccia alcuna di una simile persecuzione da parte di Tolomeo Filopatore. Flavio Giuseppe (Contra Apionem, II, 5) narra qualcosa di simile di Tolomeo VII Fiscon (170-164 e poi 145-117): i Giudei di Alessandria son rinchiusi nell'ippodromo, ma gli elefanti non far loro alcun male; uccidono invece parecchi amici del re; è istituita la festa annuale per ricordare tale liberazione. Sembra pertanto che un nucleo storico sia servito di fondo a questa leggenda che in Flavio Giuseppe è in forma più semplice e più antica.

Lo scopo dell'autore era di consolare ed incoraggiare i Giudei d'Alessandria in circostanze particolarmente difficili. Molti critici pensano alla persecuzione di Caligola (cf. Filone, In Flaccum, 53-96). Mancano però riferimenti sufficienti. La composizione è da collocarsi tra il sec. I. a. C. e il I d. C.; prima però della distruzione del Tempio. L'autore conosce le parti deuterocanoniche di Daniele (cf. 6, 6). Fu scritto in greco, ad Alessandria. Si hanno, oltre al testo originale, le versioni siria e armena.

Bibl.: Testo: A. Rahfis, Septuaginta, I, Stoccarda 1935, pp. 1139-56. Cf. inoltre: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 3a ed., Lipsia 1898, pp. 364-67; B. Motzo, Esame storico-critico del III libro dei Maccabei, in Eutaphia in memoria di E. Pazzi, Torino 1913, pp. 209-51; J.-B. Frey, Apocrifes de l'Ancien Testament, in DBS, I, col. 428 sqq.; J. Cohen, Judaica et Aegyptiaca. De Maccab. libro III quæstiones historicæ, Groningen 1941.

IV. IL LIBRO IV DEI M

Apocrifo didattico del Vecchio Testamento. In elegante forma parentica viene inculcata la sottomissione di tutti i moti dell'animo all'impero della sana ragione o della ragione informata dalla pietà, definita «la dominatrice degli istinti» (I, 1). L'autore, che si rivolge ai Giudei (18, 1) e risente l'influsso dello stoicismo, sviluppa il suo tema prima con argomenti filosofici (I, 13-3, 18) e quindi con gli esempi presi dalla storia giudaica, precisamente da II M. : pietà di Onia, di Elcazar, dei sette fratelli con la loro madre, che tutti resistendo alle passioni e ai tiranni, fino al martirio, meritarono eterna lode serbando intatta la loro fede (3, 19-18, 24).

Non si tratta di un'omelia sinagogale (J. Freudenthal), perché il soggetto è filosofico e non ha il suo punto di partenza nella S. Scrittura. Eusebio (Hist. ecc., III, 10, 6), seguito da S. Girolamo (De viris ill., 13), lo attribuisce a Flavio Giuseppe. È solo un'ipotesi, perché il libro in parecchi manoscritti è anonimo; essa d'altronde è in contrasto palese con lo stile di Flavio Giuseppe e specialmente con il fatto che questi nelle Antig. Jud. non usa mai II M., da cui invece il presente apocrifo dipende. È stato scritto in greco poco prima o poco dopo Cristo, mentre i Giudei godevano di un periodo di calma (14, 9); ma prima della distruzione del Tempio, da un giudeo ellenista. Non è possibile parlare di numerose interpolazioni cristiane (J. Freudenthal); si può solo discutere per 7, 19 e 16, 25 in relazione a Mc. 12, 26 e Rom. 6, 10 (J. B. Frey). Il testo è conservato in 3 manoscritti della versione greca dei Settanta (S, A, V); c'è una versione siria e una latina.

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 3a ed., Lipsia 1898, pp. 393-97; J. B. Frey, Apocrifes de l'Ancien Testament, in DBS, I, col. 445 sqq.; A. Rahfis, Septuaginta, I, Stoccarda 1935, pp. 1137-84; A. Dupont-Sommer, Le IVe livre des Maccabées, Parigi 1939. Francesco Spadafora