I. L'ARCIDIOCESI
Si estende per una superficie di 6115 kmq. comprendendo le due provincie civili di Anversa e del Brabante; conta 3.093.819 ab., 895 parrocchie, servite da 3186 sacerdoti se- colari e 2129 regolari, tre seminari, 216 comunità religiose maschili e 1099 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 261).
presto a costituire per l'islamismo la fonte primaria di ogni elaborazione giuridica.
Fin dal VII sec. il cristianesimo penetrò nella regione per opera di s. Eligio di Tournai, dell'apostolo delle Fiandre s. Amando, continuata poi dai ss. Lamberto, Uberto, Villibrordo e Rombaldo, martirizzato a M. nel 775 c. Nel luogo dove sorge l'attuale Cattedrale fu già un priorato agostiniano; M. fu alle dipendenze della diocesi di Cambrai fino al 1559. Il papa Paolo IV con la bolla Super universi orbis ecclesias del 12 maggio 1559 creò l'arcidiocesi di M. e subito dopo Pio IV ne elevò l'arcivescovo a primare. Primo pastore di M. fu il card. Granvella (1561); seguirono J. Hauchin, il cardinale inglese Will, Levino Torrentius, morto subito dopo la nomina, quindi M. van den Hove (1595-1620), il quale costruì il Seminario e riunì il III Concilio provinciale (1607 pre-sieduto da Rithovius vescovo di Ypres). Egli divise l'arcidiocesi in 339 decanati, che salirono a 400 nel 1606 e a 423 nel 1623. A lui seguì G. Boonen (1623-54), colpito d'interdetto «ab ingressu ecclesiae» e sospeso «ab officio et exercitio pontificalium» il 19 dic. 1652 per il suo conceterno riguardo alla bolla In eminenti. Sottomessosi con lettera del 10 ag., venne assolto il 21 ott. successivo. Seguì A. Creusen (1657-66) che represse i seguaci delle teorie gianseniste più del suo successore A. De Berghes (1670-1689). Molto energici furono Umberto de Preciano (1690-1710) e il card. T. Filippo di Alsazia (1716-59), che fu il primo a scrivere una lettera dottrinale nel senso della bolla Pastoralis officii di Clemente XI (18 ag. 1718). Si ebbe quindi il card. de Franckenberg (1759-1801) arrestato il 19 sett. 1797 e deportato in Germania per la sua opposizione al giuramento del clero posto dal governo francese (A. Verhaegen, Le card. de Franckenberg, Lilla s. a., pp. 334-63). La bolla Qui Christi Domini vices del 29 nov. 1801 soppresse tutte le antiche circoscrizioni ecclesiastiche; M. ebbe allora come suffraganea Tournai, N. Amur e Liegi, e poi anche Aquisgrana, Treviri e Ma-gonza. Il card. Franckenberg si dimise e morì a Breda nel 1804. Successe il francese mons. de Roquelaure che riorganizzò il Seminario e si ritirò nel 1807 (P. Verhaegen, La Belgique sous la domination française, IV-V, Bruxelles 1929). Passato il Belgio sotto il regime olandese, salirono alla sede di M. mons. de Méan e poi mons. Sterckx (1831-67) poi cardinale (Henry, Le card. Sterckx, ar-chevêque de M., ivi 1868). Quindi si ricordano i card. Dechamps (1867-83), Goossens (1883-1906), Mercier (v. 1906-26) e l'attuale G. E. van Roey.
Sue suffragane sono ora le diocesi di Tournai, Liegi, Namur, Gand e Bruges.
Monumenti. — La cattedrale S. Rombaldo ha la nave e il transetto del XIII sec., il coro della fine del XIV sec. Nell'interno nei pilastri della nave centrale sono le statue dei 12 Apostoli; la cattedrale lignea (1723) ha scolpita la conversione di s. Norberto. Nel transetto è un Crocifisso di Van Dyck (1627) più volte restaurato. La torre non finita si erge per oltre 97 m. e contiene un carillon con 44 campane (J. Laenen, Histoire de l'église métropolitaine de St-Rombaut à M., 2 voll., Malines 1919). La chiesa di S. Giovanni è del sec. XV; il gruppo policromo della S.ma Trinità è dello scultore Van den Wekere; all'al-tare maggiore è il trittico con l'Adorazione dei Magi, capolavoro di Rubens (1619), sugli sportelli nell'interno a destra S. Giovanni Ev. immerso nell'olio bollente, si nisira la Decollazione di s. Giovanni Battista; all'esterno S. Giovanni Ev. a Patmos e S. Giovanni Battista che battezza Gesù Cristo. La chiesa Notre-Dame-au-delà-de-la-Dyle è in stile gotico con transetto del 1545, ma fu finita solo a metà del sec. XVIII. Nell'interno si ammira il trittico dipinto da Rubens (1618) per la corporazione dei pescivendoli con la Pesca miracolosa. La chiesa del Gran Beghinaggio fu eretta dall'architetto J. Francart (m. nel 1651) autore anche della chiesa di Notre-Dame di Hanswijck. Nivelles deve la sua origine al monastero ivi fondato nel 645 dalla moglie di Pipino di Landes, la cui figlia Geltrude fu la prima badessa. La chiesa di S. Geltrude risale al sec. XI e fu rimaneggiata nel sec. XVIII; resta ancora il portale antico; sull'altare è una grande cassa in rame contenente il grande reliquiario metallico di s. Geltrude decorato di statuette, opera di oreficeria di Jacquemont de Nivelles e di Colars di Douai (1272-92).
su disegno di Jacquemey d'Auchin; nel tesoro poi si conservano la coppia detta di s. Geltrude (XIV sec.), e un reliquiario di Odelardo (XIV sec.). A Tirlemont la chiesa di S. Germano risale in parte al IX sec. con restauri di parecchie epoche e con grande campanile quadrato. A Lierre, la chiesa di S. Gommario in stile gotico (1425-1515) con campanile ottagono e vetrate in parte del sec. XV. A Hoogstraeten la collegiata di S. Caterina in stile gotico fondata da Antonio di Lalaing (1540), con vetrate carazzi fiamminghi del sec. XVI. A Diest la chiesa gotica di S. Sulpizio (1416-1456) con cattedra in legno scolpito e la chiesa del Bé-guinage del XIV sec. Ad Hal la chiesa gotica di Notre-Dame (1341-1409). Avanzò dell'abbazia cistercense di Villers (1147), rovinata dalla Rivoluzione Francese.
Fra i Santi dell'arcidiocesi si ricordano: s. Itta, fondatrice dell'abbazia di Nivelles; le due sorelle ss. Gudula e Rainelda; s. Liberto, s. Guidone, s. Alberto di Lovanio (1192), s. Maria d'Orignies, s. Vivina fondatrice della abbazia di Gran Bigard, s. Bonifacio vescovo di Losanna, i martiri di Gocum (1572), s. Giovanni Berchmans (v.). La curia arcivescovile pubblica mensilmente dal 1907 La vie diocesaine; dal 1917 i Collectanea Michelinensis.
II. CONVERSAZIONI DI M
Sono così chiamati i convegni tenuti tra il 1921 ed il 1926, tra alcuni esponenti cattolici ed anglicani, in vista di una possibile unione delle due Chiese.La bolla Apostolicae curae del 13 sett. 1896 sull'invalidità delle ordinazioni anglicane parve dovesse far sfumare per sempre le speranze dell'unione tra la Chiesa romana e quella anglicana. Tuttavia, l'appello in favore dell'unità, lanciato da 252 vescovi anglicani riuniti in assemblea plenaria nella VI Conferenza di Lambeth, svoltasi a Londra dal 5 luglio al 7 ag. 1920, riaccese le speranze di lord Halifax e di p. Portal, che dal 1894 al 1896 avevano attivamente lavorato per riavvicinare Roma e Canterbury (v. OXFORD, MOVIMENTO di). Allo scopo di favorire l'unione delle Chiese, i vescovi anglicani dichiaravano di «essere disposti ad accettare dalle autorità delle altre Chiese una specie di commissione che approvasse il ministero del clero anglicano».
Lord Halifax, edotto dalle esperienze precedenti e dal consiglio già dato dal Newmann, nell'ott. 1921 si mise in viaggio per il continente, dove si incontrò con p. Portal, ed insieme si presentarono all'arcivescovo di M. il giorno 19 dello stesso mese. Lord Halifax rivolse al card. Mercier la preghiera di organizzare delle conferenze tra rappresentanti della Chiesa cattolica e rappresentanti della Chiesa anglicana. Il cardinale, alquanto sorpreso della proposta che gli veniva fatta, domandò agli interessati perché non si fossero rivolti prima di tutto alla gerarchia cattolica inglese. La risposta di lord Halifax fu: «Non è possibile per lo stato d'animo». Il cardinale allora accettò: «Per nulla al mondo — dirà più tardi — vorrei mettere uno dei nostri fratelli separati nella condizione di dover dire che ha bussato con fiducia alla porta di un vescovo e che questi si sia rifiutato di aprirgli».
Lo scopo delle C. di M. fu chiaramente espresso dallo stesso card. Marcier in un discorso tenuto il 25 sett. 1925 a Bruxelles: «Rimuovere con ogni nostro sforzo gli ostacoli che si frappongono all'unione: ecco lo scopo per il quale lavoriamo; quanto all'unione, essa sarà opera della Grazia quando vorrà la divina Provvidenza».
1. Prima C. di M. (6-8 dic. 1921). — Lord Halifax, il dott. W. Frere, vescovo di Truro, storico delle liturgie,
il dott. Armitage Robinson, decano di Wells, specializzato in materia patristica, rappresentante del gruppo anglicano, giunsero a M. la sera del 5 dic. 1921. La parte cattolica era rappresentata dal card. Mercier, da mons. Van Roey, allora vicario generale di Sua Eminenza, e dal p. Portal, lazzarista. Il giorno successivo, 6 dic., si aprì la prima conversazione. Ebbe per primo la parola lord Halifax, il quale trattò dell'Appello di Lambeth e poi del suo memoriale (cf. J. de Bivort de la Saudée, Documents sur le problème de l'Union anglo-romaine [1921-1927], Parigi-Bruxelles 1949, pp. 9-17), di cui aveva dato un esemplare a tutti i partecipanti alle conversazioni. Subito dopo il cardinale iniziò la lettura di tale memoriale e i presenti vi fecero le loro osservazioni. Fu così che la discussione passò successivamente dalla questione della Chiesa visibile e invisibile a quella della necessità del Battesimo per divenire membro della Chiesa, dalla questione del Concilio di Trento e dei 39 Articoli a quella del Concilio Vaticano e della sua ecumenicità; fino alle condizioni richieste perché una verità divenga articolo di fede nella Chiesa cattolica.
Nel pomeriggio dello stesso giorno il cardinale terminò la lettura del memoriale; ogni articolo fu allora ripreso e discusso. Dall'una e dall'altra parte si ebbero delle spiegazioni sul Battesimo, sulla Cresima, sull'Eucaristia, sul S. Sacrificio, sulla Comunione sotto le due specie, sui dogmi, sulla giurisdizione dei vescovi, sulla libertà concessa fino a quel momento alle varie Chiese e su quella che si potrebbe concedere loro in futuro, sulla Estrema Unzione e la Penitenza.
Il giorno successivo, 7 dic., la discussione ebbe come argomento il testo dell'Appello di Lambeth, di cui fece la lettura il cardinale stesso. Nel pomeriggio i partecipanti alle conversazioni furono dalla bocca del card. Mercier la lettura dei paragrafi 8 e 9 dell'Appello di Lambeth. È precisamente nel paragrafo 8 che i vescovi anglicani, allo scopo di raggiungere l'unione delle Chiese, si dichiarano disposti insieme al loro clero a farsi riordinare secondo il rito romano, se ciò possa servire a realizzare l'unione con Roma, «qualora siano stati, d'altra parte, già raggiunti i termini dell'accordo in maniera soddisfacente». L'ultima seduta della prima C. di M. fu tenuta l'8 dic. il card. Mercier parlò di quel giusto grado di discrezione a cui tutti i partecipanti alle conversazioni si dovevano impegnare. Prima di allontanarsi dal cardinale, i 3 anglicani gli baciarono la mano dicendo: «Vostra Eminenza, almeno, non ci disaccusa».
2. Seconda C. di M. (14-15 marzo 1923). - Fin dal 25 dic. 1922 il card. Gasparri, segretario di Stato, nonostante certe opposizioni che cominciavano a serpeggiare in mezzo ai cattolici inglesi, aveva scritto al card. Mercier: il papa Pio XI «autorizza Vostra Eminenza a dire agli anglicani che il S. Padre approva ed incoraggia le vostre conversazioni e prega con tutto il cuore il buon Dio a benedirle».
I partecipanti anglicani ottennero anche l'approvazione delle più alte autorità ecclesiastiche della Chiesa anglicana. Dando inizio alla seconda C. di M., il 14 marzo 1923, il card. Mercier poteva ben dire: «Questa volta non soltanto noi cattolici romani abbiamo l'assicurazione scritta che il S. Padre ci approva, ci incoraggia, ci benedice, ma sappiamo anche che i nostri 3 confratelli anglicani giungono qui con l'approvazione degli arcivescovi di Canterbury e di York, i quali, dopo aver consultato i vescovi inglesi che sono sotto la loro giurisdizione, li mandano a M. a loro nome». Nella prima seduta del 14 marzo, il card. Mercier propose di prendere come tema delle discussioni il Memorandum redatto dagli anglicani (cf. J. de Bivort de la Saudée, op. cit., pp. 58-60). Il cardinale lesse il primo punto in cui gli anglicani pongono l'accento sulla diversità di condizioni della Chiesa d'Inghilterra all'inizio del sec. XVI e della Chiesa anglicana a quei giorni, riguardo tanto alla estensione geografica che alla consistenza numerica. Il dott. Robinson lesse, allora, il primo paragrafo del punto 2 del Memorandum, relativo alla posizione che la gerarchia cattolica d'Inghilterra verrebbe ad assumere nell'eventualità che si realizzasse l'unione di Roma con la Chiesa anglicana. I partecipanti alle conversazioni si posero poi ad esaminare insieme la questione della giurisdizione e degli Ordini. Mons. Van Roey fece presente che la rettificazione proposta dalla Conferenza di Lambeth avrebbe potuto ottenersi con l'imposizione delle mani sub conditione, in primo luogo per l'arcivescovo di Canterbury stesso o mediante il suo legato e poi da parte dell'arcivescovo per i suoi suffragani. I partecipanti alle conversazioni passarono poi al paragrafo 2 del punto 3 del Memorandum e infine al punto 4 dello stesso Memorandum.
3. Terza C. di M. (7-8 nov. 1923). - A questa conversazione parteciparono 5 cattolici e 5 anglicani. Da parte cattolici erano: il card. Mercier, mons. Van Roey, mons. Batiffol, p. Portal, M. Hemmer, curato di St-Mandé. Da parte anglicana: lord Halifax, il vescovo Gore, il dott. Frere, il dott. Armitage Robinson, il dott. Kidd, warden del Keble College.
La questione così importante del primato papale occupò tutta questa terza C. di M.: primo a prendere la parola fu il dott. Robinson, che lesse una relazione da lui preparata sulla Posizione di s. Pietro nella Chiesa primitiva secondo la testimonianza del Nuovo Testamento (cf. J. de Bivort de la Saudée, op. cit., pp. 86-95). La discussione verrà su parecchi punti di tale relazione. Subito dopo fu il dott. Kidd a leggere il suo primo memoriale sull'Uso dei testi relativi a s. Pietro fino all'anno 461 (loc. cit., pp. 109-27). Rispose mons. Batiffol, discendendo ciascun paragrafo (ibid., pp. 118-28). Nella seduta pomeridiana il dott. Kidd presentò il suo secondo memoriale intitolato: Fino a qual punto l'autorità del papa si è stata ripudiata in Inghilterra al tempo della riforma. M. Hemmer rispose che non era il caso di discutere sull'elenco dei testi ufficiali dei parlamenti e dei sinodi pro-vinciali ecclesiastici. Tutti i presenti si trovarono d'accordo nell'ammettere che le nuove discussioni avevano fatto raggiungere dei felici risultati, ma che, tuttavia, era necessario approfondire la dottrina riguardante le rivendicazioni dei romani pontefici.
4. Quarta C. di M. (19-20 maggio 1925). - Il 25 dic. 1923 il dott. Randall Davidson, arcivescovo di Canterbury, pubblicò una lettera, diretta agli arcivescovi e metropoliti della comunione anglicana, per far conoscere le C. di M. come un episodio del movimento generale di riavvicinamento delle Chiese in seguito all'Appello di Lambeth (J. de Bivort de la Saudée, op. cit., pp. 135-39). Il card. Mercier e lord Halifax rimasero delusi per l'eccezione riserbo dell'arcivescovo di Canterbury. Varie furono le reazioni che si ebbero nella stampa. La lettera del dott. Davidson esigeva degli schiarimenti; perciò il 18 gennaio 1924 il card. Mercier pensò bene di pubblicare una pastorale sulle C. di M. (loc. cit., pp. 140-52). A Roma e in tutta l'Europa l'impressione fu migliore di quanto si poteva sperare. Il 7 febbr. il card. Mercier poteva dire: «Da Roma ho ricevuto una splendida lettera privata del card. Gasparri: essa conferma gli incoraggiamenti della prima, ma la S. Sede desidera per il momento di non assumere una posizione ufficiale». Tuttavia, questo atteggiamento riservato di Roma non doveva durare a lungo. Nell'allocuzione concistoriale del 24 marzo 1924, il Pontefice esprimeva in modo speciale tutta la sua simpatia per tale nuovo sforzo in favore dell'unione delle Chiese. Il giorno successivo al Concistorio, il card. Gasparri, in una lettera riservata al card. Mercier, parlavo chiaramente del significato dell'approvazione data dal S. Padre nell'allocuzione precedente.
La quarta C. di M., che ebbe inizio il 19 maggio 1925, veniva così ad assumere un'importanza assai superiore a quella delle precedenti. I partecipanti cattolici ed anglicani erano gli stessi della terza. Argomento della discussione era lo studio di mons. Van Roey, dal titolo L'epi-scopato e il papato dal punto di vista teologico (loc. cit., pp. 155-66) e quello del can. Hemmer: Le relazioni tra il Papa e i vescovi considerate sotto l'aspetto storico (loc. cit., pp. 175-211). Fu ugualmente in questa conversazione che il card. Mercier, agendo «come autore privato», lesse il memoriale di dom. L. Beauduin su La Chiesa anglicana unita, non assorbita (loc. cit., pp. 212-24). L'autore sviluppava quella che a lui sembrava essere la formola
ideale per la riconciliazione: unione, non assorbimento della Chiesa anglicana da parte della Chiesa romana. L'opera di dom. L. Beauduin conteneva delle osservazioni veramente suggestive: è bene osservare però che essa non esprimeva che il pensiero privato di un teologo e che, inoltre, secondo gli accordi intercorsi tra i cattolici e gli anglicani a M., non doveva far parte dei processi verbali delle conversazioni. La quarta C. di M. si chiuse con una discussione sul memoriale del dott. Gore (loc. cit., pp. 225-32). In esso si proponeva una distinzione tra i dogmi fondamentali e quelli che non sono tali: solo così era possibile la riconciliazione con Roma, seguendo la fede dei primi concili. Mons. Batiffol, in una relazione dal titolo Risposta al memorandum del dott. Gore (loc. cit., pp. 233-49), giustamente ed esplicitamente affermava l'impossibilità di una tale distinzione tra i vari dogmi.
5. Quinta C. di M. (11-12 ott. 1926). - Nel periodo intercorso tra la quarta e la quinta C. di M., il p. Woodcock, seguita inglese, pubblicò degli articoli nel Church Times ed uno, il 10 ag. 1925, nella rivista Etudes. Quest'ultimo articolo era scritto, sotto forma di «commento piuttosto acer, per quanto raddoicito dalla rivista», - come ebbe ad esprimersi il p. Dudon che allora era redattore della rivista, - ad un discorso pronunziato da lord Halifax nell'Albert Hall il 9 luglio 1925. L'atteggiamento assunto dal p. Woodcock esprimeva sempre più le divergenze esistenti tra alcune personalità cattoliche inglesi (sostituite dal card. Merry del Val) da una parte, e i partecipanti cattolici alle C. di M., dall'altra. Questa situazione, alla quale venne poi ad aggiungersi la morte del card. Mercier avvenuta il 23 gen. 1926, seguita subito dopo da quella del p. Portal, spiega perché la quinta C. di M. ebbe sin dall'inizio «quasi l'aria di un avvenimento in liquidazione». Da parte cattolica vi intervennero i che ancora vivevano; da parte anglicana vi presero parte: Halifax, Kidd e Frere. Gli altri due mancavano. Questa quinta conversazione ebbe come scopo di riassumere i punti posti in discussione tra cattolici ed anglicani 1921 al 1926 e redigere un testo che ne desse in succinto il risultato. Da tale testo risulta che «cattolici ed anglicani si sono trovati d'accordo sui seguenti punti: Gesù Cristo ha fondato una sola vera Chiesa; è sua volontà che tutti i credenti vivano uniti tra di loro in una società, la cui unità e continuità siano visibili e sensibili; è doveroso tutti collaborare per conservare questa unità»; questa unità deve essere «una fede comune». C'è accordo inoltre sulle dottrine definite dai primi concili ecumenici e sugli articoli dei differenti Credo: Simbolo degli Apostoli, Simbolo di Nicea, Simbolo di S. Atanasio. La tradizione non è misconosciuta presso gli anglicani, perché essi ammettono che la Scrittura ha bisogno di essere interpretata, che spetta soltanto alla Chiesa di darne l'interpretazione, la quale sia norma per tutto ciò che riguarda la fede e i costumi.
Dallo scambio di spiegazioni avvenute, risulta inoltre che i 39 Articoli non costituiscono, come temevano i cattolici, un ostacolo insormontabile per una intesa tra le due Chiese.
Se si passa poi alla questione dei Sacramenti, risulta ugualmente dalle vicendevoli spiegazioni un'impressione assai incoraggiante relativamente alla dottrina che li riguarda come mezzi di Grazia e di vita spirituale.
I partecipanti alle C. di M. si sono trovati anche d'accordo nell'affermare che secondo la comune dottrina la gerarchia deve discendere direttamente dagli Apostoli mediante la successione, ininterrotta, dei vescovi, loro successori e continuatori; che il papa non può abolire l'esposito: sarebbe un attentare alla costituzione della Chiesa prendere un atteggiamento che, pur senza abolirlo teoricamente, lo annullasse di fatto.
Quanto alla speciale posizione del papa nella Chiesa, le divergenze di credenze e di opinioni sono più gravi e più difficilmente riducibili; non sono però tanto radicali da escludere in seguito la possibilità di riprendere la questione con nuovi elementi di discussione e con buona speranza di facilitare l'accordo di spirito e di sentimento.
Nel campo dogmatico i cattolici delle C. di M. non hanno offerto speranza alcuna di eventuali concessioni; nel campo disciplinare, invece, hanno dato grandi speranze che certe divergenze potrebbero essere accettate da Roma in caso di unione.
Le C. di M. hanno dato a tutti i loro partecipanti l'impressione che, realizzandosi man mano l'accordo dottrinale, si renderebbe più agevole, per quanto delicata, anche l'intesa disciplinare. Gli anglicani sono disposti a fare dei sacrifici per l'unione. I cattolici, da parte loro, sono ugualmente disposti a concedere a coloro che eventualmente si convertissero quella libertà che non recasse pregiudizio all'unità stessa, di cui conoscono il duro prezzo attraverso un'esperienza lunga e dolorosa di 4 secoli di separazione.
La sera del 12 ott. 1926 terminò la quinta C. di M. Nel movimento di convergenza della Chiesa cattolica e della Chiesa anglicana, le C. di M. costituiscono una tappa, di cui è difficile misurare tutta l'ampiezza. Se hanno potuto ingenerare in alcune personalità anglicane, come il card. Bourne e il p. Woodlock, il timore di un rallentamento momentaneo delle abituali conversioni individuali, hanno, per lo meno, realizzato il primo scopo desiderato: si sono chiariti i punti di accordo e si è scomparso la strada che condurrà un giorno, è da sperarsi fortemente, all'unità cristiana. I metodi seguiti nelle C. di M. sono, d'altra parte, quelli stessi che la S. Congregazione del S. Uffizio ha caldamente consigliato in un documento emanato il 20 dic. 1949: Istruzione agli Ordinari sul movimento ecumenico. Ciò che forse è ancora più degno di ammirazione è l'atmosfera nella quale si sono svolti tali incontri. Come ebbe ad esprimersi uno dei rappresentanti della Chiesa anglicana, il dott. Robinson, le C. di M. durarono «ore e ore sui maggiori argomenti che dividono», tuttavia, neanche «un solo istante fu turbata la cordialità dei rapporti e delusa la fiducia nell'avvenire».
III. CODICE DI M
Nel grande movimento suscitato dalle encicliche sociali leoniane s'inserisce la Unione internazionale di studi sociali, fondata a M. nel 1920 e posta sotto la direzione del card. Mercier prima e poi, dal 1926, del card. Van Roey, con lo scopo di studiare i problemi sociali alla luce della morale cattolica; di comunicare al pubblico, e specialmente agli uomini d'azione, direttive e risoluzioni da essa deliberate; di creare all'occorrenza un ufficio di consultazioni sociali. A uno scopo simile aveva mirato, tra il 1884 ed il 1891, l'analoga Unione sorta a Friburgo (Svizzera), sotto la direzione del card. Mermillod.L'idea di una ricostruzione baleno ad un uomo di Stato belga, veterano della prima Unione, il ministro Helleputte, dopo un colloquio con E. Duthoit, professore dell'Università cattolica di Lilla e presidente delle «set-
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timane sociali» di Francia; essa fu benevolmente accolta dal card. Mercier, che si incaricò di raccogliere le adesioni, estese, dal nucleo iniziale francobelga, a personalità dell'Austria, Canada, Germania, Inghilterra, Italia, Olanda, Polonia, Spagna, Stati Uniti dell'America del Nord, Svizzera. Dopo lunghi studi e saggi provvisori, nella sessione del 1924 si deliberò di compilare una «intesi sociale sotto l'aspetto cristiano e cattolico»; un apposito comitato l'abbozzo e la sottosegne nel 1925; riesaminata ancora nel 1926, fu data alle stampe nel 1927. È questo appunto il codice sociale, detto comunemente «di M.», dalla città in cui fu elaborato.
