Nel 235 fu a capo della rivolta che uccise Alessandro Severo e fu acclamato imperatore. Rimanendo sempre l'antano dall'Italia per combattere Germani, Sarmati e Dacia, consolidò tuttavia il suo potere con la violenza. Le sue crudeltà gli alienarono ben presto gli animi e quando in Africa scoppiò la rivolta dei Gordiani, il Senato lo dichiarò nemico della patria. Repressa la rivolta, M. dovette combattere contro Pugino, Balbino e Gordiano III, suscitati contro dal Senato. Si accinse perciò a marciare su Roma, ma ad Aquileia fu ucciso dagli stessi suoi soldati.
Verso il cristianesimo, anche per reazione alla politica religiosa del predecessore, M. si mostrò ostile, emanando un editto di persecuzione diretto contro i capi delle Chiese. A Roma ne furono vittime il papa Ponziano ed il prete Ippolito, che furono esiliati in Sardegna, dove morirono. Nel Ponto e nella Cappadocia il legato Sereniano, assecondando il furore popolare, fece delle vittime. Ad Alessandria furono arrestati gli amici di Origene, Ambrigio e Protoceto. La persecuzione però non fu generale, e ben presto ebbe termine con la morte del tiranno.