MAUSOLEO

MAUSOLEO. - Denominazione dello splendido monumento eretto in Aicarnasso da Artemisia in memoria del marito Mausolo, signore della Caria (352 a. C.), estesa ai monumenti funebri più grandi (Strabone, V, 3, 8; Valerio Massimo, IV, 6; Plinio, XXXVI, 5, 4). Dal tipico primitivo metodo, di seppellimento a tumuli terragni e lapidei eretti sul cadavere, in uso presso le popolazioni agricole dell'età del bronzo, si passò gradualmente ai tumuli degli Etruschi delle necropoli di Cere, di Tarquinia e di Vulci a cono di terra circondato da crepitine (sec. VII-VI a. C.).

I Romani adottarono il sistema sviluppando in altezza la crepitine con costruzione in pietrame. Nel 1 sec. a. C. il sostegno del cono si erge a corpo cilindrico creando il tipo di monumento sepolcrale, che culmina con il tipo di sepolcro rappresentato da quello di Cecilia Melella (2a metà del I sec. a. C.) al I miglio dell'Appia. Al grande m. di Augusto, presso la Via Flaminia (a. 28 a. C.), ad alto tamburo con corridoio anulare e sovrastante tumulo coperto sino al vertice da alberi sempre verdi, fanno corona i sepolcreti-m. contemporanei di Casal Rotondo sull'Appia, di Lucilio Peto sulla Salaria, dei Plauzi sulla Tiburtina, di Munazio Planco nei pressi di Gaeta e numerosi altri. Il m. di forma cilindrica divenne durante il I sec. dell'Impero il tipo di sepolcro patrizio, di carattere, si può dire, nazionale. Di singolare splendor fu il m. di Adriano (132-39 d. C.) oggi Castel S. Angelo, dalla zona basamentale quadrata su cui si eleva il nucleo cilindrico racchiudente la cella sepolcrale. Anche il monumento detto di Settimio Severo, sulla Via Tuscolana, e quello detto dei Gordiani (Tor de Schiavi), sulla Prenestina, sono dello stesso tipo a pianta circolare con coronamento a cupola e così il sepolcro detto di Gallieno al III miglio dell'Appia (sec. III) ed il m. di Romolo, figlio di Massenzio, presso il circo che prende

il nome da quell'Imperatore. La stessa struttura ebbero
approssimativamente i numerosi m. che dopo il trionfo
del cristianesimo si eressero attorno alle basiliche romane
quali sepolcri di membri della casa imperiale e di illustri
famiglie romane, quale, p. es., quello degli Anicii, presso
la basilica di S. Pietro in Vaticano (secc. IV-V). Al periodo
costantiniano appartiene il m. detto di S. Elena, madre
di Costantino (Tor Pignattara), al II miglio della Via
Labicana, come dimostrano la struttura delle murature,
lo stile della costruzione ed il grande sarcofago di por-
fido, ivi trovato, ora
al Museo Vaticano.

Monumento in-
signe contempora-
neo è il m. di Co-
stanza, figlia di Co-
stantino e moglie di
Annibaliano e poi di
Gallo Cesare, presso
la basilica di S.
Agnese fuori le mu-
ra. È una rotonda,
entro un recinto ci-
miteriale del IV sec.,
a pianta anulare con
volta a botte deco-
rata damagnifici mu-
saici rappresentanti
viti ed amorini in-
tenti alle operazioni
della vendemmia,
simboli della fede,
ancora avvolti in fi-
gurazioni di caratte-
re pagano.

Chiude con so-
lennità la serie dei
m. quello di Teo-
dorico (m. nel 526) in Ravenna, nel quale si fondono
elementi di origine diversa, pur rimanendo romano nella
sostanza ed in piena correlazione con gli analoghi monu-
menti che l'hanno preceduto. - Vedi tav. XXX.

BIBL.: L. Canina, Gli edifizi di Roma antica e sua campagna, I, Roma 1843, pp. 144 sgg.; II, tav. XXI; V, p. 33 sgg.; VI, tav.
XXXIV-XLI, CXXII, figg. 1-6; A. Nibby, Roma nell'anno 1838, 2ª ed., Roma 1870, II, pp. 550 sgg.; J. Durm, Handbuch der Architektur, II, Stoccarda 1905, pp. 749 sgg.; 777 sgg.; id., Die Baukunst der Etrusker und der Römer, ivi 1903; G. Tomassetti, La campagna romana, II, Roma 1910, p. 60 sgg.; V, p. 101 sgg.; G. T. Rivoira, Architettura romana, Milano 1921, p. 6 sgg.; P. Ducati, Arte classica, 2ª ed., Torino 1927, pp. 641 sgg.; figg. 780-8; O. H. Giglioli, in Architettura ed arti figurative, I (1921), p. 507 sgg.; Th. Ashby, The roman campagna in classical times, Londra 1927, p. 183 sgg.

(MAXIMU

Article illustration
Mausoleo - Interno del m. di S. Costanza (sec. iv), dopo i recenti restauri - Roma.
M ILLUD.) - Sono le prime parole

della lettera apostolica di Benedetto XV in data
30 nov. 1918, sopra la propagazione della fede nei
territori di missione. Consta di una introduzione ge-
nerale, che presenta una sintesi storica dell'apostolato
cattolico, e di tre parti con una conclusione finale.

La prima parte è diretta ai capi di missione e ne in-
dica le doti personali e i doveri per lo sviluppo delle mis-
sioni e la formazione del clero indigeno. La seconda parte
è rivolta ai missionari per ricordare loro il dovere di pro-
pagare unicamente il Regno di Cristo. A tale scopo devono
procurarsi una profonda dottrina e apprendere bene la
lingua dei popoli e soprattutto avere vita santa ed eroica.
Nella terza parte, indirizzata a tutti i cristiani, si parla
del dovere di aiutare le missioni con la preghiera, con il
promuovere le vocazioni all'apostolato e con l'offerta e
inoltre si raccomanda l'Unione missionaria del clero. La
prosperità delle missioni, conclude, dipende dall'adempi-
mento dei doveri da parte dei fedeli e dei missionari. La
lettera apostolica, pubblicata appena terminata la prima
guerra mondiale, ravvivò in tutta la cristianità lo zelo
per le missioni e spronò anche gli studi missionologici.

BIBL.: AAS, 11 (1919), pp. 440-551; Sylloge praecipuorum documentorum recentium Summorum Pontificum et S. C. de Propa- ganda Fide, Roma 1939, n. 74, pp. 113-28. Saverio Paventi