MÉLANGES LITTÉRAIRES

MÉLANGES LITTÉRAIRES.

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(Ist. Enc. Catt.)
Chateaubriand, Francois-René - Frontespizio delle Oeuvres complètes, Parigi 1836 - Roma, biblioteca dell'Istituto di archeologia e Storia dell'arte.

la definitiva rovina. La sua era una concezione di governo idealista e senza patteggiamenti, basata sulla moralità e il realismo, che i sovrani e i loro ministri, costretti a continui compromessi con la realtà creata dalla rivoluzione, non potevano seguire. A volta a volta lo scrittore appariva il più ultra dei legittimisti o il più avanzato nelle tendenze liberali. La sua penna e la sua oratoria combattevano via via i governi di Luigi XVIII e di Carlo X e facevano tremare la monarchia. Il potere in mani pure; la Carta a gente onesta: tale il suo programma, che idealmente, voleva conciliare l'assolutismo con la libertà (La Monarchia selon la Charte, 1816). Ebbene, nonostante ciò, incarichi ed onori: ambasciatore in Svezia (dove non si recò), a Berlino, a Londra, a Roma; Pari e ministro di stato; rappresentante della Francia al Congresso di Verona; ministro degli Esteri. Ispirò e condusse politicamente la guerra di Spagna; influì sul conclave che elisse Pio VII; rivelando nella sua azione di governo concrete e positive qualità di statista e di diplomatico e una prescrizione infallibile dei nuovi tempi. Caduta la monarchia legittima, si dichiarò solidale con essa e oppositore dell'Orléans. Il 7 ag. 1830 alla camera dei Pari pronunciò un veemente discorso per affermare la propria fedeltà ai Borboni, che "per la terza e ultima volta si incamminavano verso l'esilio". Rinunciò a dignità e cariche, rinunciando anche in tal modo, per fedeltà di spirito alla monarchia che aveva tanto combattuto, alle sue uniche risorse.
Torna alla sua fatica di scrittore. Con le Aventures du dernier Abencérage (1826) e il Voyage en Amérique, stampato lo stesso anno, ha messo fine alle opere narrative e fantastiche. Ora scrive le Etudes historiques e pubblica De la Restauration et de la Monarchie élective, a cui seguirono negli ultimi tempi un Mémoire sur la captivité de M. me la duchesse de Berry, una traduzione del Last Paradise, un Essai sur la littérature anglaise, delle Considérations sur le génie des hommes, des temps et des révolutions. Il 16 luglio 1841 scrive le ultime righe dei Mémoires d'outre-tombe, nel 1844, la Vie de Rancé.
Vecchio e malato, ma sempre lucidissimo di spirito, assiste i suoi antichi sovrani, esiliati, di consiglio e di giudizio, specialmente nella spinosa faccenda della duchesse di Berry; li visita a Praga e, nel nov. 1843, rende omaggio a Londra "al suo re" diventato maggiormente. Il 9 febbr. 1847 gli muore la moglie con la quale nei tardi anni s'era dedicato all'opera dell'Infermiere per l'assistenza ai sacerdoti perseguitati dalla rivoluzione. La sera del 24 febbr. 1848 apprese la caduta di Luigi Filippo. Morì da quel cristiano che, nonostante le molte mancanze e le ripetute infedeltà, sempre volle affermarsi ed essere. Fu sepolto su una roccia della costa bretone in faccia all'Atlantico.
A F.-R. de C. si deve quel rinnovamento del sentire umano che, opponendosi ai morti schemi della retorica classicistica, sta all'origine della letteratura moderna. Genio di ricchezza strabocchevole, ebbe natura malinconica, fantasia senza limiti, spirito d'indipendenza, orgoglio di razza, vanità e volubilità di sentimento, coscienza del proprio valore, un certo gusto del gesto e della posa; eppure, in fondo a tutte le prove e le esperienze d'una vita colma e agitatissima, trovò sempre la noia e si sentì solo nonostante le amicizie e la devozione di cui fu sempre circondato. Il suo René ne fissa in tratti poetici la natura. La malattia morale di cui il racconto è un documento, fu chiamata in seguito le mal di sibile: sovrabbondanza di vita e, insieme, languore segreto; sfrenata immaginazione e noia di tutto. Sarebbe però errato insistere su una identità troppo aderente fra il personaggio e il suo autore, il quale ebbe fortissimo fastidio (quando i René si moltiplicarono nei decenni successivi), dell'influenza esercitata e mostrò per proprio conto, con la vita attivissima, il prodigioso studio e la fedeltà alla causa cattolica, il forte dominio imposto con la volontà alle tendenze morbose della sua natura.
Il concetto del bello ideale, di origine classicistica, che fu canone della sua opera di scrittore, si mutò in principio nuovo e fecondo di poesia per l'applicazione che egli ne fece ai sentimenti di grandi cuori, a caratteri eminenti, ad azioni magnanime ricollocati nel quadro del sentire cristiano e della storia cristiana, dal classicismo quasi ignorati. La delicatezza morale, l'erosismo delle virtù difficili, la passione dei cuori in cui splendide le fede, entrarono con lui, regalmente, come motivi e fonte di poesia, nella letteratura, e, con essi, quel sentimento della natura a cui già il Settecento s'era volto con diletto.
Quando, dopo la domanda postasi nell'Essai sur les révolutions - rifatto, negli anni di poi, con altro spirito - egli capì che soltanto la vecchia religione rispondeva alle ansie del suo cuore e del suo intelletto, si propose di ridurre gli animi alla fede con la seduzione della sua bellezza e la prova dell'opera di civiltà da essa ispirata e promossa. Volle dimostrare che la religione cristiana è, di tutte, la più umana, la più poetica, la più favorevole alla libertà, alle arti, alle lettere: che ad essa il mondo deve tutto, dall'agricoltura alle scienze astratte, dagli ospizi di carità ai grandi templi. Il Genie è l'apologia di un poeta, che si rivolge prevalentemente ai cuori dopo che le menti erano state traviate dagli eccessi inumani e sacrileghi di una ragione dedicata come uno spietato idolo. Non bisogna esigere da un'opera del genere un costante rigore dimostrativo e un'argomentazione in ogni tesi convincente, che non sono nella sua natura; tuttavia basterebbe, anche sotto questo aspetto, a darle validità l'assunto fortissimo dello scrittore che mostra, nell'analisi delle grandi opere letterarie, quanta finezza morale il cristianesimo ha introdotto nelle anime. Il Genie conclude la vecchia disputa degli antichi e dei moderni in favore di questi ultimi con la rilevazione della ricchezza poetica della religione e la riscoperta della natura.
Les Martyrs dovevano con l'esempio confermare la tesi del Genie, dimostrando come il meraviglioso cristiano possa gareggiare con il meraviglioso pagheggiante e dare anzi più risalto di verità ai caratteri e alle passioni. L'epopea in prosa, per troppa aderenza agli schemi strutturali classicistici e la figurazione esterna dell'intervento soprannaturale nei fatti degli uomini e nei sentimenti dei cuori, ha tradito in parte le intenzioni: più plastica che analitica, più storica che psicologica, esaurita quasi per intero nella magia evocatrice e descrittiva a cui non sono pari di evidenza i moti delle anime e il conflitto dei sentimenti. Tuttavia, Eudore, Cymodocée, Démodocus, Velléda, Hiersclès son tra le figure più belle e alte della letteratura di tutti i tempi, e i quadri incomparabili che si succedono nel poema, l'evocazione del passato, dei luoghi, dei riti, dei costumi, delle persecuzioni e degli eroismi cristiani del sec. III, la bellezza della prosa e la proibita dei documenti fanno dei Martyrs un'opera poetica che sta all'altezza della Gerusalemme liberata, del Paradiso perduto, di Athalie.
Tre racconti, Les Natchez, Atala, René, destinati dapprima a far parte del Genie, poi pubblicati a sé, si collocano nel quadro di natura delle regioni (in parte selvagge) del Nuovo Mondo che il poeta visitò: e lo scenario lussureggiante fa da sfondo al "male romantico" di René. Anima appassionata e folle fantasia, egli è fuggito in esilio dopo la rivelazione sconvolgente di una tenerezza quasi incestuosa, ma invano cerca oblio e consolazione nell'amore malinconico e tragico di Céluta e nella rievocazione del destino doloroso di Atala: muore ucciso da un rivale.
I Mémoires d'outre-tombe, opera tra le più esaltanti dell'ingegno umano, sono il monumento postumo che lo C. si eresse. Un'epoca storica di straordinari rivolgimenti e uno dei suoi eminenti attori vi sono evocati in una delle più belle prose che mai siano state scritte. Anche come valore storico e documentario i Mémoires sono un'opera di primo ordine, nonostante la tendenza alla prosa spesso palese nell'autore, le trasposizioni abbellitrici della memoria

poetica e le reali e volontarie deformazioni della realtà che in certi fatti si riscontrano. L'opera è divisa in quattro parti : dalla nascita al ritorno dall'esilio ( 1800 ); la carriera letteraria (fino al 1814 ); la carriera politica (fino al 1850 ); gli ultimi anni. Fu, per volere dell'autore, e come il titolo indica, pubblicata dopo la morte di lui.

Bibl.: Opere: Oeuvres complètes (con introd. di C.-A. de Sainte-Beuve), 12 voll., Parigi 1861; Mémoires d'autre-tombs, 12 voll., ivi 1849 (piu volte ristampati fino all'ed. curata da E. Bire, 6 voll., ivi 1899-1900); Correspondance générale (a cura di L. Thomati, ivi 1913 sgg. Studi S. Marie, Hist. de la vie et des ouvrages de M. d. C., ivi 1832; Z. Collombert, C., sa vie et ses écrits, Lann: 1831; C.-A. de Sainte-Beuve, C. et son groupe littéraire sous l'empire, 2 voll., Parigi 1861; 2° ed. riv., ivi 1878 (cf. id., Couvcrics du Lundi, 3° ed., ivi s. d. : I, pp. 432432 ; II, pp. 143-62 e 239-63; X, pp. 74-90; id., Première lundis, III, 3° ed., ivi s. d., pp. 197-204; id., Nouveaux lundis, III, 2° ed., ivi 1801, pp. 1-33); C. Benoit, C., sa vie et ses autres, ivi 1864; E. Faguet, C., in XIX- siècle, ivi 1887, pp. 1-71; E. Bird, Les dernières années de C., ivi 1902; A. Cassagne, La vie politique de C., ivi 1911; J. Lemaître, C., ivi 1912; M. Levallant, Splendeurs et misères de M. de C., ivi 1922; V. Giraud, Le christianisme de C., 2 voll., ivi 1923 sgg.; M. Rouff, La vie de C., ivi 1929; K. Dobner, Zeit und Exigheit bei C., Gineves 1931; Alb. Calmet, Lucile de C., Parigi 1933; A. Maurois, C., ivi 1938 (trad. II. di I. Montanelli, Milano 1946); L. Martin-Chauffier, C. ou l'obsession de la pareté, Parigi 1946. Cf. inoltre i seguenti studi: D. Niaord, preface, alle Lectures des Mémoires de M. de C., Recueil d'articles publéés sur les Mémoires avec des fragments originaux, ivi 1834; A.-F. Villemain, La Tribune moderne. Première partie. M. de C., sa vie, ses écrits, son influence littéraire et politique sur son temps, ivi 1838; C. Lenormand, Esquisse d'un maître. Souvenirs d'enfance et de jeunesse de C., ivi 1874; F.-A.-M. de Louvure, C., ivi 1892; G. Paillès, Études critiques avec documents inidits, C., sa femme et ses amis, Bordeaux 1896 (di lui anche molti altri studi sullo C.); A. Meurel, Étoni sur C., avec une bibliographie, Parigi 1898; G. Bertrin, La sincérité religieuse de C., ivi 1900; J. Bedier, Etudes critiques (in ultimo, un saggio su C. dal titolo: C. en Amérique: Vérite et fictions), ivi 1903; C. Maurras, Trois idées politiques. C., Michelet, SainteBeuve, ivi 1904; id., Nouvelles études sur C., ivi 1912; L. Séché, Muses romantiques. Hortense Allars de Méritens dans ses rapports avec C., Béranger, Lamennais, Sainte-Beuve, G. Laud, etc., ivi 1908; A. Beaumier, Figures d'autrefois (in ultimo: Les costumes de M. de C.), ivi 1917; P. Moreau, C., l'homme et la vie, le génie et les livres, ivi 1927. Nella bibl. italiana lo studio principale resta quello di G. Rebizzani, Lanciano 1910.

Francesco Casnati